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Gli album di Paul McCartney, dal peggiore al migliore

Dai passi falsi come 'Press to Play' e 'Pipes of Peace' ai capolavori come ‘Ram’ e ‘Band on the Run’, ecco la guida definitiva alla discografia di Macca, nel giorno del suo compleanno

Paul McCartney

Foto: Mick Hutson/Redferns

Il talento irrefrenabile, a tratti incontenibile, ha portato Paul McCartney a pubblicare 38 album di inediti che comprendono dischi di musica classica, un oratorio, un album dance, uno di musica ambient, uno di standard jazz, due di cover di classici rock’n’roll anni ’50, una colonna sonora di un suo film in cui rivisita classici dei Beatles e un album in cui rifà, pari pari, un suo disco (Ram) in versione orchestrale. A questi dischi si aggiungono sette live, che raccontano la sua incessante vita sui palchi, e diverse raccolte. E se tutto questo non vi bastasse, aggiungete e mescolate i tredici album incisi con i Beatles.

Per festeggiare i suoi 78 anni abbiamo riascoltato i suoi album di studio, escludendo gli esperimenti pubblicati a nome Fireman, gli album di rock’n’roll, quelli di musica classica. E poi abbiamo stilato una classifica al contrario: dall’album più debole al più forte. È stato divertente, è stato difficile: sappiamo che ognuno ha la sua classifica. Questa è la nostra.

21Press to Play (1986)

Paul McCartney ha 43 anni e vuole rinfrescare la sua musica: cerca un suono contemporaneo, vuole essere moderno, alla moda. Si fa affiancare dal produttore Hugh Padgham, reduce dai trionfi con Phil Collins e Police, e compone quasi tutte le canzoni con Eric Stewart, ex 10cc. Il risultato? Tanta tristezza: McCartney dettava le mode, ore le rincorre, e pure male. Sarà il primo a rinnegare l’album: nelle sue infinite tournée, non suonerà mai una canzone di questo album.

20Wild Life (1971)

Registrato nel giro di due settimane, alcune canzoni sono “buona la prima”, per catturare l’irruenza di un concerto. L’album, il primo a nome Wings, raggiunge un solo obiettivo: suonare sciatto. Le canzoni sono deboli, alcune imbarazzanti: per l’urlo rauco con cui apre Mumbo, McCartney avrebbe dovuto chiedere scusa. Bip Bop, una filastrocca per bambini, pare uno scherzo: è veramente firmata dal musicista che aveva ideato Sgt Pepper’s? E poi canta con la moglie Linda, ottima fotografa, ma cantante non proprio eccelsa. Da rivalutare Wild Life e Dear Friend.

19Driving Rain (2001)

Primo album di inediti dopo la scomparsa della adorata moglie Linda, nel 1998 per un tumore, e dopo l’inizio della relazione con l’ex modella Heather Mills: dolore, senso di perdita, solitudine e amore ritrovato. McCartney omaggia Linda con la ballata From A Lover To A Friend, ma il resto è quasi tutto per Heather. Driving Rain è a tratti spigoloso, essenziale, asciutto. Rinse the Raindrops è una cavalcata di oltre 10 minuti: è il lato rock e folle di McCartney. Sarebbe tutto in regola per un grande disco, ma mancano le belle canzoni. Lo ascolti e non hai voglia di riascoltarlo. Peccato.

18Back to the Egg (1979)

In Inghilterra esplode il punk e McCartney, con l’ultima incarnazione dei suoi Wings, segue l’onda: inasprisce i suoni ed ecco Old Siam, Sir, Spin It On, Getting Closer, e poi So Glad to See You Here e Rockestra Theme, registrate con una parata di stelle, tra cui David Gilmour, John Bonham, Pete Townshend e Gary Brooker. Non funziona: le canzoni graffiano, ma si dimenticano in fretta. Ma, soprattutto, è triste vedere McCartney, che aveva guidato i Beatles nel caos sonoro di Helter Skelter, inseguire giovani punk, dotati di una minima parte del suo talento.

17Pipes of Peace (1983)

Creato con gli avanzi del precedente Tug Of War e con qualche aggiunta dell’ultimo minuto: debole, maledettamente debole. Eppure parte alla grande: Pipes of Peace è un gioiello pop che porta avanti il messaggio pacifista di Give Peace a Chance di Lennon, assassinato tre anni prima. Il resto si dimentica in fretta, a iniziare dal terrificante duetto con Michael Jackson, Say Say Say, nato per corteggiare i milioni di acquirenti di Thriller. Il singolo fu comunque un trionfo: primo negli Stati Uniti, secondo in Inghilterra (quando i dischi si vendevano a milioni di copie).

16Red Rose Speedway (1973)

Alla luce della vasta discografia di McCartney, perché si dovrebbe ascoltare proprio questo album? In effetti, i motivi sono ben pochi. Il principale: My Love, maestosa ballata al piano, un po’ troppo zuccherosa, dedicata a Linda e nella scaletta dei concerti dal 1973 al 2010. Altri due motivi potrebbero essere Little Lamb Drangonfly, malinconica ballata acustica, One More Kiss, acustica e sbarazzina. L’album esce a nome Paul McCartney and Wings e va dritto al numero uno un po’ ovunque: all’epoca milioni di persone trovarono validi motivi per ascoltarlo.

15Memory Almost Full (2007)

Piace, e molto, la solare Dance Tonight, suonata al mandolino, così come piacciono i pop-rock Ever Present Past e Only Mama Knows, la barocca e bizzarra Mr Bellamy. Nella ballata al piano The End of the End Paul immagina il giorno della sua morte: “Nel giorno in cui morirò vorrei che si raccontassero storielle divertenti”. Metà di Memory Almost Full però scorre senza sussulti, anzi, alcuni ci sono ma non sono positivi. La chiusura affidata all’urlo scomposto di Nod Your Head è da interrogatorio con la lampada sparata in faccia e una sola domanda: perché?

14New (2013)

McCartney: «L’album si chiama New perché non volevo che, ascoltandolo, le persone pensassero “È musica vecchia”». E così ecco quattro giovani produttori, Giles Martin, Mark Ronson, Ethan Johns e Paul Epworth, ecco sonorità moderne, ma, soprattutto, ecco alcune canzoni valide: Queenie Eye, pop a braccetto con psichedelia con mellotron alla Strawberry Fields Forever; Alligator, una giostra di melodie e di cambi di tempo; Road, atmosfera eterea, cori e voci raddoppiate, sussurrate, gridate, battiti di mani e un finale con crescendo punteggiato dal pianoforte. Non tutto però è a questo livello.

13London Town (1978)

London Town non è il disco da isola deserta, ma si fa ascoltare anche se, magari, non si fa ricordare. Sonorità acustiche, melodie raffinate, arrangiamenti asciutti. Svettano London Town, pigra e sonnolenta, Famous Groupies, un voudeville divertente e saltellante, e Morse Moose and the Grey Goose, un pezzo bizzarro dalle diverse anime, ora rock, ora acustico, ora vagamente progressive. Ascoltatela: scoprirete un McCartney che vi sorprenderà. Da dimenticare il falsetto di Girlfriend, che Michael Jackson canterà in Off the Wall, e la ritmata ma poco originale I’ve Had Enough.

12Off the Ground (1993)

Off the Ground avrebbe potuto essere uno dei migliori album di McCartney: produzione asciutta, prevalenza di pop-rock elettrico, Get Out Of My Way, Looking for Changes, Off the Ground. E poi, Hope of Deliverance, acustica con un sapore latino, trasmette ottimismo: puro McCartney. Mistress and Maid, scritta con Elvis Costello, è una ballata acida su una donna disperata. Il resto è anonimo, mentre sui cd singoli appaiono nove inediti, alcuni dei quali avrebbero reso Off the Ground più bello.

11McCartney (1970)

L’esordio solista, registrato nei giorni della disintegrazione dei Beatles. Paul suona tutti gli strumenti: un disco artigianale, a tratti incompleto, cinque gli strumentali che paiono più pezzi senza testi che composizioni finite. Alcune canzoni si dimenticano mentre si ascoltano, altre non si dimenticano mai: Junk, quadretto acustico di devastante malinconia, Every Night, soffice e sognante. Infine sua maestà Maybe I’m Amazed: ballata vigorosa, sorretta da gravi accordi di piano, dichiarazione d’amore assoluto per Linda. Un classico: per intendersi, sempre in scaletta nei concerti.

10Chaos and Creation in the Backyard (2005)

L’album più cupo di McCartney: bello, ma tosto, impegnativo. Non c’è ottimismo, non c’è pop piacevole, ma ballate amare, disincantante, disperate, nelle quali Paul ci sbatte in faccia i suoi demoni, le sue paure, i suoi dolori. In At the Mercy canta: “A volte avrei preferito scappare e nascondermi / Che restare e affrontare le mie paure”. Il disco nasce mentre naufraga il matrimonio con Heather Mills, sempre pronta a raccontare dettagli privati alla stampa. La velenosa Riding to Vanity Fair è per lei. Un McCartney così non si era mai ascoltato.

9Wings at the Speed of Sound (1976)

McCartney vuole dimostrare che i Wings non sono solo la sua backing band, ma un vero gruppo e, scelta poco apprezzata, lascia spazio ai suoi musicisti, compresa Linda. Lui canta sei canzoni su undici. I brani affidati ai Wings si ascoltano e si dimenticano, alcuni di McCartney, tra cui San Ferry Anne, sono al massimo piacevoli. Poi ci sono Let ‘Em In e Silly Love Songs, leggere ma dannatamente contagiose. Sono puro pop: facile da criticare, difficilissimo da creare.

8Venus and Mars (1975)

Qui c’è di tutto, più che un album è un distillato dell’arte di McCartney: rock, Letting Go e Rock Show; ballate acustiche, Love In Song, non amarla è reato, Venus and Mars, deliziosa, Treat Her Gently/Lonely Old People, malinconica, straziante; vaudeville, You Gave Me the Answer; pop raffinato, Listen to What the Man Said. Ma allora perché non è più in alto in classifica? Perché è tutto troppo freddo, manca l’essenza dell’arte, quel qualcosa difficile da definire ma che si coglie all’istante. Quell’essenza c’è in altri album, qui c’è solo la forma. Ma è ottima, sia chiaro.

7Ram (1971)

Per i maccartiani di provata fede Ram è il capolavoro di McCartney. Punto, fine delle trattative. E per tutti gli altri, che cosa è Ram? Un bel disco. Punto, fine delle trattative. McCartney al suo estremo: in Uncle Albert/Admiral Hasley c’è di tutto, cambi di tempo, melodie che si intrecciano, coro strillato da Linda, arrangiamento smielato con tanto di tuoni e rumori di pioggia. Da amare o detestare, al pari di Long Haired Lady. C’è il Paul rocker, grezzo come raramente: Monkberry Moon Delight è selvaggia. I pezzi acustici, le deliziose Ram On e Heart of the Country, una ballata sontuosa, The Back Seat of My Car. Un bel disco.

6McCartney II (1980)

È l’album più eccentrico di Paul e sarebbe dovuto essere ancora più eccentrico. Sonorità elettroniche, lunghi brani strumentali, ritmi ripetitivi, ossessivi, voce “filtrata” e quasi irriconoscibile per un disco doppio con 18 canzoni incredibili, folli. I discografici rabbrividiscono, Paul dimezza il disco. Funziona comunque: in Coming Up c’è il fremito di novità, la voce quasi irriconoscibile, ritmo indiavolato. E poi Temporary Secretary, irrequieta pulsazione elettronica, Darkroom, lenta e sinistra. Waterfalls e One Of These Days sono pura tradizione: ballate minimaliste.

5Egypt Station (2018)

McCartney ha 76 anni, la voce, segnata dall’età, è fragile ma rende tutto più forte, più vero: adesso canto così e quindi? E quindi ecco I Don’t Know ballata al piano di disarmante potenza sulle incertezze della vita, l’acustica Happy With You, per la terza moglie, Nancy Shevell, il cui amore gli ha dato la forza di superare dolore, rabbia, droghe. E poi il pop sfacciato di Fuh You, il pop-rock di Who Cares, un samba-rock, Back In Brazil, per arrivare alla veemente e furibonda Despite Repeated Warnings, sfogo contro l’autoreferenzialità dei potenti, capolavoro di eclettismo in cui c’è di tutto.

4Tug of War (1982)

Produce George Martin, partecipano Stevie Wonder, Ringo Starr, Carl Perkins ed ecco uno dei capolavori di Paul. Ballate, pop raffinato e la voce che, grazie a Martin, suona forte, calda e profonda. Le ballate: Tug of War, solenne e impetuosa, Somedoby Who Cares, soffice e sinuosa, Wonderlust, potente e vigorosa. Poi, What’s That You’re Doing è un pulsante funk con Wonder, Get It è country con Perkins. Here Today è l’omaggio a Lennon, assassinato due anni prima, ricco di umanità, dolore, senso di perdita. Ebony and Ivory con Wonder è banale, ma è una canzone antirazzista da numero uno in classifica. Mica facile.

3Flowers in the Dirt (1989)

Otto produttori, tra cui Trevor Horn e David Foster, due ospiti, Elvis Costello e David Gilmour, per un album di ottime canzoni. My Brave Face, ritornello killer, Rough Ride, funk secco e incalzante, Distractions, morbida ballata acustica, We Got Married, ballata rock scossa dalla chitarra di Gilmour, Put It There, acustica e rassicurante, This One, puro “McCartney pop”. Il pezzo cantato con Costello You Want Her Too, acido, spigoloso, ricorda i duetti McCartney-Lennon. Infine, Ou est le soleil è dance: sì, i ritmi dance su un disco di McCartney.

2Flaming Pie (1997)

È l’album della memoria: McCartney, a 54 anni, rievoca la sua vita e la sua carriera affiancato da Ringo Starr, Steve Miller, George Martin e Jeff Lynne. Somedays, ballata acustica dall’incedere drammatico, coglie lo spirito del disco: “A volte sorrido / Sorrido pensando a quanto eravamo giovani”. Tante le grandi canzoni: The Song We Were Singing, un lento dal sapore folk; Calico Skies, ancora folk; Souvenir dal sapore R&B; Beautiful Night, maestosa ballata al piano. Ma piacciono anche Little Willow, The World Tonight, If You Wanna e la leggera Young Boy.

1Band on the Run (1973)

Si parte con la title track, un muscoloso rock sul tema della fuga che alterna tre melodie: l’attacco, lento e sinistro, coglie i protagonisti “chiusi tra quattro mura”, poi il cambio di ritmo dà via a un momento concitato, la fuga, finché solari accordi annunciano la libertà e la canzone esplode. Let Me Roll It è un blues rock con le chitarre che graffiano, Bluebird, è una favola acustica, Mrs Vandebilt è acustico, allegro, trottante, Picasso’s Last Word un “pasticcio” affascinate. Si chiude con 1985, furibonda cavalcata al piano con crescendo forsennato e voce da pelle d’oca.

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