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Gli album di Elio e le Storie Tese, dal peggiore al migliore

Iniziava quanrant'anni fa l'avventura del gruppo milanese. Per festeggiarlo, abbiamo stilato una classifica dei loro dischi per supergiovani: meglio quello di 'Servi della gleba' o quello che conteneva 'La terra dei cachi'?

Elio c’era già, in quel pomeriggio non identificato del luglio del 1980, quarant’anni fa, in concerto alla festa del CAF di San Siro a Milano. C’erano anche le Storie Tese, in realtà, solo che non erano quelle che avrebbero cambiato per sempre la percezione che il nostro Paese ha del rock demenziale – ovvero Faso, Feiez, Tanica, Cesareo, Meyer, Jantoman – ma le meteore Paolo Cortellino e Pier Luigi Zuffellato. Insomma: se parliamo degli Elii degli esordi, parliamo di una cover band di neanche ventenni, quasi irriconoscibile rispetto a ciò che sarebbero diventati. Lo stile – quello loro, che ha unito volgarità, demenzialità e satira a una tecnica sopraffina, quasi colta – arriverà col tempo, insieme alla formazione definitiva che si creerà negli anni ’80, girando per i locali di cabaret del nord Italia, in un incrocio fra il nonsense alla Cochi e Renato e Frank Zappa.

In mezzo – prima di un dignitosissimo ritiro nell’estate del 2018, una volta appurato che la loro formula aveva dato quanto c’era da dare – un migliaio di concerti, quattro Sanremi, le ospitate in tv, il culto del monociglio, un’ironia prima cattivissima e cult, poi iconoclasta e in grado di sovvertire la nostra cultura pop e infine più bonaria, ma sempre sorretta da composizioni tecnicamente ricercatissime e complesse. Oltre, ovviamente, a nove album in studio, che raccoglieranno un successo commerciale impensabile per una band rock demenziale.

Ora: escludendo il “disco pacco di Natale” del 1990 (praticamente un EP, volutamente brutto e che la dice lunga sui cani sciolti che erano allora) e la colonna sonora di Tutti gli uomini del deficiente, che fa un po’ gara a sé, qual è il lavoro migliore degli Elio e le Storie Tese?

9Figgatta de Blanc (2016)

Diciamocelo: farsi da parte è stata una scelta azzeccata. Il loro ultimo album Figgatta de Blanc (in odor di Reggatta de Blanc dei Police, sì; i titoli sono stati epici fino alla fine), che segue l’ennesima – ma non ultima – partecipazione a Sanremo, ne è prova lampante. Semplicemente: non facevano più ridere, avevano perso l’ispirazione, erano diventati mero esercizio di stile e di tecnica sopraffina. Ok, qui c’è Vincere l’odio che con quel mettere in fila solo ritornelli e citazioni all’Ariston aveva comunque fatto la sua figura, nonostante l’idea stiracchiata; ma fra la parodia fuori tempo massimo dei Daft Punk (She Wants) e un’ironia iper-generalista (Il primo giorno di scuola, China disco bar), in un innocuo bignami di generi (qui c’è davvero di tutto) si fatica a trovare dei pezzi che facciano anche solo sorridere. Si respira un po’ quando – visto il momento – i toni si fanno seri, come con lo straniante collage I delfini nuotano e la cover di Bomba intelligente, originariamente scritta da Francesco Di Giacomo. Ma è davvero poco, comunque, per gli standard della casa.

8L’album biango (2013)

Va leggermente meglio il precedente L’album biango, che – complice il ritorno, allora sì, brillante all’Ariston – ci aveva illusi di una seconda giovinezza. Niente da fare: la sanremese La canzone mononota, è vero, coniuga esercizio di stile e gusto per la boutade e la destrutturazione, ma per il resto siamo davanti al solito album suonato da dio eppure con l’ispirazione ai minimi storici. Tengono botta – segnando lo scarto decisivo con Figgatta de Blanc, diciamo – Complesso del primo maggio, colpo di coda della band e vero tour de force baciato dalla dea dell’ironia sui cliché del Concertone, e il carillon di Enlarge Your Penis. Il resto (l’abbastanza pilotata Il ritmo della sala prove, la ballata-gag alla Rocco Tanica Luigi il pugilista) puzza di nostalgia e rassegnazione per un umorismo perso col tempo. Un tracollo, rispetto al precedente Studentessi (2008).

7Craccracriccrecr (1999)

Non è semplice parlare di Craccracriccrecr: pubblicato sei mesi dopo la scomparsa di Feiez (e insomma: possiamo immaginare fra quanto dolore), è additato come l’inizio della decadenza degli Elii, in quanto contiene molti dei difetti – preponderanza della tecnica sulla risata, esercizi di stile fra mille generi diversi, ironia soft, riempitivi – che il gruppo si porterà dietro fino alla fine. Vero, ma dopo vent’anni si può dire che, nonostante sia figlio di un momento terribile, al di là della sfilza di riempitivi calligrafici e noiosi (Bacio, Caro 2000, Nudo e senza cacchio: la lista è lunga) contiene episodi all’altezza dei tempi migliori, e non a caso rimasti, come i sette minuti alla Deep Purple di Il rock and roll che coniugano manierismo e scorrettezza, la parodia di Ligabue di Bis che è una Certe notti in salsa elica, Discomusic e il rap in stile posse de La visione, forse l’ultimo pezzo in cui la band si affida a trivialità varie, purtroppo. Poteva comunque andare peggio, quindi.

6Cicciput (2003)

Dopo il chiaroscuro Craccracriccrecr, Cicciput rappresenta una rinascita creativa, seppur su coordinate diverse dalle originali: le composizioni si fanno sempre più brillanti e complesse, ma abbandonano la scorrettezza degli esordi verso un umorismo da prima serata, qui in grado comunque di strappare sorrisi. La formula, insomma, sta in piedi nei suoi mille generi, senza perdersi troppo nell’esercizio calligrafico, facendosi semmai spingere dalle citazioni da liceo di Pagàno (con sezione ritmica Faso-Meyer sugli scudi), dall’hard rock di Cani e padroni di cani e dalla disco erotica di La chanson. E poi i duetti-parodia, vera chiave dell’album: Max Pezzali in Shpalman, a metà fra Hanno ucciso l’uomo ragno e la sigla tormentone di un cartone animato il cui protagonista “spalma la merda in faccia”; e Gianni Morandi in Fossi figo, una ballata elegante e malinconica fra invecchiamento, parrucchini, “principi dell’adduttore”. Perché Cicciput, alla fine, è soprattutto un modo per far pace col tempo che passa.

5Esco dal mio corpo e ho molta paura (Gli inediti 1979-1986) (1993)

Il fatto che un album di avanzi, per di più registrato dal vivo, sia comunque a metà classifica la dice lunga sullo stato di ispirazione delle origini. Un po’ di storia: Esco dal mio corpo e ho molta paura esce nel 1993 quando la band è già famosa, e raccoglie – su richiesta dei fan – alcuni dei primi cavalli di battaglia, quelli che il gruppo suonava nei locali di Milano agli esordi e che non avevano poi trovato spazio su disco, restando inediti. Per accontentare le richieste, la band organizza una serie di concerti “in studio” con un pubblico scelto per registrarli in presa diretta. E non è un caso: si tratta di canzoni cabarettistiche, primordiali e arrangiate in maniera spartana, in cui l’improvvisazione è fondamentale. Ecco: Esco dal mio corpo e ho molta paura restituisce in maniera fedele l’atmosfera di quegli anni in cui le composizioni erano semplici e l’umorismo immediato, nonsense e demenziale, muovendosi fra pochi esperimenti invecchiati malino (Cavo) e diverse perle riscoperte (La saga di Addolorato, Catalogna).

4Studentessi (2008)

Monumentale a livello tecnico, con arrangiamenti stratificati, citazioni e un fottio di ospiti illustri (da Maccio Capatonda a Baglioni, da Irene Grandi a Paola Cortellesi, oltre ai soliti Bisio e Giorgia), Studentessi è l’apice della seconda fase degli Elii, con più guizzi rispetto a Cicciput, un’ironia bonaria (per quanto Parco Sempione, non a caso MVP del disco, prenda a gomitate i dirigenti di allora della Regione Lombardia) ma comunque solida e divertente, varietà di stile e composizioni articolate. In apertura c’è per esempio Plafone, che è un progressive magistrale che tuttavia non si prende troppo sul serio, dopo Gargaroz e La lega dell’amore innestano due gag all’altezza dei tempi migliori, mentre persino gli intermezzi sono fra i più riusciti dal 1992. Certo, ogni tanto l’ispirazione batte la fiacca (Heavy Samba, pur sontuosa nell’arrangiamento fra l’hard rock e la samba, vuole far ridere a tutti i costi senza riuscirci), ma in compenso c’è La risposta dell’architetto in cui Mangoni risponde – appunto – per le rime a Mondo Marcio (“Caro Marcio, tu sei Mondo / ma anch’io nel senso che non sono immondo…”), all’epoca nome di spicco del rap game. Cosa volere di più?

3Eat the Phikis (1996)

E ok: è il disco de La terra dei cachi (un pezzo di satira lucidissimo, che di demenziale non ha nulla e rimasto nella memoria collettiva come nessun altro della band), quello di Sanremo 1996 e del successo commerciale; ma Eat the phikis non sta mica tutto lì. Nonostante non raggiunga le vette dei primi album, è cattivo il giusto (Burattino senza fichi, con Pinocchio a cui vengono fabbricati dei genitali, è esilarante), con improvvise, inedite malinconie (Tapparella, la sua “festa delle medie” e la coda epica con assolo di Cesareo e “Forza Panino!” a sfumare) e sfumature sociologiche (Lo stato A, lo stato B col basso picchiatissimo di Faso, la raccolta di luoghi comuni “horror” di Mio cuggino), oltre che con soluzioni melodiche mai tanto accattivanti. In generale, comunque, è un’altra infornata di classici, e sebbene si inizino a sperimentare generi anche molto diversi fra loro non si scade nel mero esercizio di stile degli anni a venire. Se infatti Milza – in zona elettronica alla Battiato – fa il compitino, El pube resta una delle loro migliori composizioni, fra allusioni sessuali, Morandi e uno stile latino affascinante e complesso. Di fatto, questo è il disco adulto dei primi Elii: poi sarebbero arrivati Craccracriccrecr e una seconda fase diversa, se non da subito segnata dal declino.

2Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu (1989)

Brutto, sporco, reietto: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu è il disco d’esordio degli Elii, il loro lavoro da cameretta. Perché se Eat the Phikis rappresenta l’età adulta, questo è pura adolescenza, pieno di volgarità geniale, demenzialità e cazzeggio, fra personaggi grotteschi e battute che viaggiano fra l’osteria e il cabaret, retaggio di dieci anni in giro per locali. Tecnicamente, certo, non è monumentale come il resto della loro produzione, ma negli arrangiamenti è curato da non sfigurare – non è poco. E poi, soprattutto, contiene una sfilza di classici esilaranti: i “30 centimetri di dimensione artistica” dell’hard rock di John Holmes, la scorrettezza da Zecchino d’oro di Silos, le confessioni di Abitudinario, il citazionismo power pop da nerd di Carro, il botta e risposta – soprattutto – fra uomo (Tanica) e donna (Elio) di Cara ti amo, praticamente un trattato dissacrante su amore e relazioni. All’epoca, dicevamo, gli Elii erano una band di culto, underground, per giovanissimi che la ascoltavano di nascosto nelle loro camerette. E un po’ di nostalgia, risentendolo trent’anni dopo alla luce del loro successo mainstream, è persino dovuta.

1İtalyan, Rum Casusu Çıktı (1992)

Semplicemente, un disco in cui ogni pezzo è un classico, composto in maniera ambiziosa e complessa eppure in grado di non prendersi sul serio, di fare battute sconce, citazioni geniali e al contempo – ancora – di sorridere al grande pubblico, che con la hit Pipppero se ne innamorerà. Ma – anche qui – il singolo è un cavallo di Troia: assestando lo stile di Elio Samaga, Servi della gleba raddoppia con un botta e risposta e un lessico che rimarranno nella cultura pop (il “due di picche”, la “bruschetta nell’occhio”), forte anche di un inciso killer; Uomini col borsello sale in cattedra come una delle prime sfuriate della band in zona canzone d’autore all’italiana, con l’iconoclastia a muovere i fili; Il vitello dai piedi di balsa è una fiaba grottesca fra le più richieste ai concerti. La creatività è alle stelle, il tutto è suonato magistralmente e allora uno dice: “Basta, abbiamo un vincitore”. E invece no: arrivano Essere donna oggi (un colossal rock sulle mestruazioni, intendiamoci), le citazioni sessuali a pioggia di Cartoni animati giapponesi, i 10 minuti con tre cambi di registro de La vendetta del Fantasma Formaggino, come fosse una lunga, sghemba barzelletta progressive con plot twist. Infine, il tour de force di gag e musica di Supergiovane, che è la prima, vera epifania di Mangoni. Neanche a dirlo, nel 1992 gli Elii erano sottovalutati dal pubblico e c’era un pregiudizio negativo nei loro confronti. Con gli anni, complice la conclamata perizia tecnica, a esso se ne sostituirà uno positivo, che riconoscerà meriti anche alle uscite sottotono, ma che non renderà mai davvero giustizia a un band capace di scrivere un pezzo come Supergiovane.

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