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Gli album dei Coldplay, dal peggiore al migliore

Inni da stadio, ammiccamenti al pop radiofonico, melodie immediate e brillanti. Riascoltare i dischi della band di Chris Martin 20 anni dopo l’esordio significa farsi un viaggio fra grandi canzoni pop e occasioni perse

Coldplay

Foto: James Marcus Haney

Diciamocelo: chi è cresciuto con Yellow, The Scientist, In My Place o persino Fix You avrebbe immaginato un compleanno diverso per Parachutes, il primo album dei Coldplay che usciva il 10 luglio 2000, vent’anni fa. Chris Martin e soci, col tempo, hanno cambiato rotta, lasciando il post brit pop degli esordi – un condensato di alt rock e indie inglese malinconico, con riff potenzialmente già da stadio – per diventare una pop band, fra ammiccamenti all’EDM, motivetti appiccicosi e testi leggeri, positivi, quasi jovanottiani nello spirito, prima di rinsavire (forse) col recente Everyday Life.

Non so se a oggi si possano considerare un bluff: sicuramente i loro esordi hanno illuso molti, quando credevamo che potessero trasformare l’estetica della musica pop proprio grazie al gusto per le melodie cristalline e le radici rock, come già gli U2, o gli stessi Radiohead; poi però (ignoro quanto volontariamente) hanno rinunciato, ma sta di fatto che fra dischi che avrebbero potuto essere e che poi, a conti fatti, non sono stati, ed altri invece davvero sterili, non hanno lasciato un segno profondo quanto ci si aspettava agli inizi – a fronte, comunque, di un successo commerciale sempre alle stelle.

Mettere in classifica i loro dischi è fare un viaggio fra rimpianti, occasioni perse, lavori più o meno pop e veri e propri capolavori. Un viaggio che parte da…

8A Head Full of Dreams (2015)

Se parliamo di deriva alla Jovanotti dei Coldplay – e cioè: tutto positivo, solare, festoso, all’insegna un pop inclusivo nei confronti delle tendenze radiofoniche; rivedersi il live a San Siro del 2017, non fosse chiaro – il riferimento non può che essere A Head Full of Dreams, coi suoi testi faciloni, gli inserti EDM, i ritornelli da stadio, gli arrangiamenti persino prevedibili nella loro trasparente contemporaneità. Insomma: un elettro pop sterile, senza la minima pretesa di alternativismo, che riduce Martin e soci a semplice sottofondo da airplay – ovviamente di enorme successo. Basta farsi un giro sulla tracklist, dopo qualche episodio anonimo (Fun, un riempitivo per arene trascurabile), spiccano i trionfi commerciali di quella stagione: Hymn for the Weekend che si prende Beyoncé (!) ma poi la riduce al minimo sindacale, appiattendosi su un ritornello abbastanza banale e un ritmo spezzato con tastiere e clap; Everglow, una morbida ballata per pianoforte col pilota automatico, abbastanza prevedibile nell’incedere cadenzato; Adventure of a Lifetime, che su suggestioni tribali si perde in un motivetto da battaglia rotto solo da una cassa dritta a mimare il battito del cuore evocato nel ritornello, ehm. Tutto molto fine a sé stesso: contenti loro, insomma.

7Mylo Xyloto (2011)

Dopo il carpiato di Viva la Vida or Death and All His Friends, è come se i Coldplay – consapevoli di non poter bissare lo stile del passato, che con pregi e difetti aveva comunque trovato l’apogeo in quel disco – vogliano cambiare pelle, togliendosi abiti pesanti e ambizioni da grandeur per non restarne frustrati. Queste intenzioni si traducono nel loro primo album smaccatamente pop, che non perde di vista il brit pop e il rock, ma che inizia a flirtare davvero con l’EDM (Every Teardrop Is a Waterfall, un successone ovviamente), l’elettronica di alcuni arrangiamenti radiofonici (Paradise, un altro successone) e una certa parte dello star system (il duetto con Rihanna, nel terzo successone Princess of China, all’epoca scompigliò i piani di molti). Siamo comunque anni luce distanti da A Head Full of Dreams, un po’ perché a tratti rimane la malinconia originale (Charlie Brown, col suo inseguirsi fra chitarra acustica ed elettrica, per quanto ricordi Talk è un gioiello, come pure la morbida ballata Us Against the World), e un po’ perché l’idea di pop di cui si fa portavoce – per quanto in parte collaudata da altri e anticamera della solarità successiva – è ancora alternative, poco sfacciata. Per questo, non è comunque all’altezza degli altri lavori, ma avercene di dischi pop così.

6Everyday Life (2019)

Dopo A Head Full of Dreams e la successiva svolta di singoli come Something Just Like This (2017), prodotto coi Chainsmokers e settato su coordinate dance-radiofoniche quanto mai lontane dalle sonorità degli esordi, Everyday Life è il tentativo di ricucire lo strappo attraverso un alt pop che si lasci dietro alcune facilonerie (non le chiamiamo ruffianate perché i Coldplay non hanno bisogno di ingraziarsi nessuno) degli ultimi dieci anni, abbracciando la denuncia sociale e la spiritualità (entrambe inedite, da queste parti). La ferita fa ancora male, ma smette di sanguinare: gli arrangiamenti tornano a essere ambiziosi, stratificati (Sunrise), mentre i testi si fanno di nuovo malinconici, poi mistici (Church, una preghiera laica), persino polemici (Trouble in Town, che fra abusi della polizia e razzismo metropolitano è uscita solo con sei mesi d’anticipo), con l’omaggio ai REM nella title track che fa pensare che, forse, un ruolo diverso da quello di pop band, per i Coldplay, è ancora possibile. Tra l’altro, è l’album con minore eco mediatica della loro carriera: qualcosa (di bello) vorrà pur significare, no?

5Ghost Stories (2014)

A oggi Ghost Stories resta un enigma, una mossa ambigua difficile da decifrare, ma che comunque contiene le ambizioni del passato e, al contempo, i grigi presagi sul futuro della band. In sostanza: un’enorme contraddizione, un lavoro indeciso. Perché, dopo la svolta pop di Mylo Xyloto, qui è come se il gruppo ritrattasse i propri confini attraverso un album notturno, silenzioso, neanche facilissimo, giocato sull’elettronica piuttosto che sulle chitarre. E il risultato, da un lato, lo premia: il singolo Magic è una ballata sintetica in cui Martin mostra i muscoli, Ink una vellutata passeggiata quasi jungle, O una ballata per piano delicatissima ed eterea, Midnight il capolavoro del lotto, con un vortice ambient coordinato da Jon Hopkins. Poi però, forse per paura che il lavoro non avrebbe raccolto consensi a livello commerciale, nella tracklist finisce anche A Sky Full of Stars, in partnership con Avicii. Ne esce fuori una zarrata dance da spiaggia, per niente evocativa e che filtra con la EDM meno riuscita: uno dei peggiori episodi dei Coldplay di sempre, nonché primo vero sintomo della loro deriva pop. Peccato, perché il resto del disco rimane originale e affascinante, soprattutto nell’essere così freak rispetto agli altri.

4Viva la Vida or Death and All His Friends (2008)

Eccolo: il disco che – più di tutti – avrebbe potuto essere e non è stato. Viva la Vida or Death and All His Friends, dopo il successo di X&Y, avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione: prodotto da sua maestà Brian Eno dopo una gestazione lunghissima, si avvale di arrangiamenti pomposi, testi zeppi di riferimenti, una copertina epica, richiami al prog e ai Pink Floyd e l’ambizione di dimostrare che, sì, i Coldplay possono incidere un album art rock da scolpire nella nostra cultura pop al pari di quanto hanno fatto U2, Radiohead o gli stessi Beatles. E, per carità, il singolo orchestrale Viva la Vida (con le campane e un riff di archi secondo, per fama, solo a quello di Bitter Sweet Symphony dei Verve) è rimasto, così come la ballata Violet Hill trasuda una leggendaria decadenza britpop e Lost! – un ibrido purissimo di organo, clap e ritornello liturgico – è una delle canzoni più originali della casa. Ma fra i sette minuti barocchi di Yes e i sei vagamente 60s di Death and All His Friends, l’impressione è di trovarci davanti al loro Sgt. Pepper: a tutti i costi iconico, imponente, grandissimo; e quindi sì, bello, ma anche un po’ glaciale, poco empatico, algido. Oltre che, a tratti, complesso in maniera ingiustificata.

3Parachutes (2000)

Nato dalle ceneri del brit pop ma presentatosi subito come qualcosa di molto diverso – più acustico, cristallino, malinconico – l’esordio dei Coldplay vent’anni dopo continua a illuderci su cosa i quattro sarebbero potuti diventare se avessero sviluppato appieno quella formula originale. Nella loro radicale semplicità, questi pezzi innescano una serie di melodie purissime, che si tratti della linearità strofa-ritornello di Yellow – un giro d’accordi accogliente e poi un’impennata: non ha perso un’unghia di potenziale radiofonico, pur senza mai piegarsi ai motivetti – o del saliscendi della strappacapelli Trouble, dove Martin al piano azzecca il primo grande riff della carriera. Appunto: il piano, le acustiche (Sparks), gli echi indie rock delicati e di classe (Don’t Panic), i rintocchi di malinconia sfiziosa e assoluta (Spies); Parachutes è un lavoro giovanile, dai toni pop-rock sempre efficaci e mai esagerati negli arrangiamenti, che solo tradisce un po’ di ingenuità nei testi – la stessa Trouble sa più di spleen adolescenziale che altro, pur con un affascinante velo di tristezza, poi perso. Avrebbero avuto il tempo di aggiustare un tiro già di per sé micidiale, e tra l’altro qui salutano con un programmatico We Never Change: poi dice uno si illude.

2X&Y (2005)

Al secondo posto, per dimostrare che i Coldplay pop non sono il male, anzi: X&Y non ha la semplicità naïf di Parachutes e neanche la malinconia alternative di A Rush of Blood to the Head, ma proprio perché alleggerisce quelle formule senza abiurarle è uno dei dischi di musica leggera più influenti dei 2000, in cui i quattro rispondono alle attese con una manciata di pezzi fra migliori della carriera. Non è poco: il crescendo in stile colossal dell’eterna Fix You a fare scuola a una generazione di autori e con la frase “Lights will guide you home” che avrebbe invaso Facebook qualche anno più tardi; e il riff di piano di Speed of Sound, in zona Clocks ma puntellato di violini alla U2, che oggi ricordiamo a memoria come fosse un tormentone qualunquista quando in realtà nasconde una consapevolezza di scrittura impressionante. Tutto qui? Niente affatto: piuttosto che accartocciarsi in riempitivi, il resto del disco esplora (una cosa che i quattro hanno smesso di fare anni fa, sigh) i confini del pop-rock in maniera coerente, con archi, sintetizzatori, sussurri, fra Square One, gli echi garage di Talk, la mano di Eno in Low e il successo radiofonico, ma rigorosamente d’autore, di The Hardest Part. Pop-rock di classe, senza fronzoli, capace di accontentare i puristi e l’airplay: il meglio che si può chiedere alla band.

1A Rush of Blood to the Head (2002)

La semplicità cristallina delle melodie di Parachutes, oltre alla sua immediatezza comunicativa, al servizio di un secondo capitolo stratificato, ambizioso, maestoso in certi arrangiamenti alt rock e testi che da malinconici sprofondano nella tristezza. A Rush of Blood to the Head rifiuta le scorciatoie che pure il seguito di un esordio tanto fulminante avrebbe chiesto e si fa complesso, ruvido, per quanto comunque guidato da una band in stato di grazia. È l’album più alternative dei Coldplay, quello più scuro. E se In My Place con l’incedere di batteria e un riff leggendario unisce la dimensione da stadio e una certa disperazione (soprattutto sul finale), The Scientist è una ballata per pianoforte eterea e dolcissima – con una tensione da manuale, che non esplode mai davvero – e la cavalcata di Clocks fissa le coordinate per il boom di X&Y, sono i lati tortuosi dell’album a mostrare l’enorme potenziale della band, come la tenebrosa Politik, in apertura come manifesto programmatico e fra gli episodi più ostici e affascinanti della loro carriera, oppure la sghemba e disincantata God Put a Smile Upon Your Face e Daylight, vicinissima ai Radiohead. È il miglior disco del gruppo perché, pur mediando la forza espressiva di sempre con inflessioni alternative, non perde in immediatezza, e finisce col ridefinire – come già il brit pop – parte dei canoni del pop mainstream. Peccato che poi loro stessi, per primi, non abbiano creduto a questa svolta.

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