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Gli 80 anni di Francesco Guccini, l’uomo che ha fatto letteratura con le canzoni

Abbiamo chiesto di raccontarci il Maestrone, nel giorno del compleanno, a chi l'ha studiato, l'ha conosciuto, l'ha amato. «Non credo abbia mai inciso una canzone di cui vergognarsi», scriveva Gianni Mura

Guccini insegna l'italiano agli studenti americani del Dickinson College a Bologna nel 1981. Lo insegnato anche agli italiani, in certo senso

Foto: Egizio Fabbrici/Mondadori via Getty Images

Ottant’anni. Una vita lunga quasi un secolo, quella di Francesco Guccini. Il Maestrone, come lo chiamano gli amici e non solo gli amici, è nato il 14 giugno del 1940 in quel di Pàvana, piccolo borgo dell’Appenino modenese. L’Italia era entrata in guerra solo quattro giorni prima, quando ce l’aveva ficcata Mussolini con le piazze piene di camicie nere in giubilo per quella che sarebbe stata una tragedia mondiale. Erano i tempi delle razzie naziste e repubblichine, dei bombardamenti alleati, della guerra partigiana. Guccini è cresciuto in un Paese che usciva a fatica dal conflitto mondiale e dal ventennio fascista in una terra, l’Emilia-Romagna, che della Resistenza aveva un ricordo più che vivido. Gli anni a Modena, poi quelli a Bologna, infine di nuovo a Pàvana dove, attaccata la chitarra a un chiodo, passa il tempo a leggere, scrivere, chiacchierare con gli amici. E da dove ci scruta, ritirato da un mondo che non sente più suo. «Stanno sdoganando le cose peggiori per mero interesse di voto. Siam messi male», confidava poco più di un anno fa. Come dargli torto? Nel mezzo, e al di là di quel triangolo tutto emiliano, ci sono le canzoni, i concerti, i tour in giro con i suoi Musici, le serate in osteria, le partite a carte, le nottate al dopo Tenco…

Della sua vita si è scritto molto. Ricordarne di nuovo i passi salienti sarebbe un po’ come scopiazzare Wikipedia. Una cosa un po’ triste. Ho pensato allora di ricordare Guccini in questo suo ottantesimo compleanno attraverso un libro che ne racconta la poetica in tutta la sua bellezza e complessità. È quello di Paolo Talanca, giornalista, insegnante e da qualche tempo direttore artistico dell’Osteria delle Dame, il luogo che tanto frequentò Guccini negli anni bolognesi. Si intitola Fra la via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica e ha una fantastica prefazione di Gianni Mura (che vi proponiamo qui sotto).

«La poetica di Francesco Guccini» mi racconta Talanca «è l’esempio più importante di come la canzone possa essere una forma di letteratura, letteratura musicale – le sue parole non valgono fuori dalla musica – ma di grande, grandissima rilevanza artistica. E ho cercato di farlo tramite il racconto dei suoi luoghi del cuore e della sua storia racchiusa nelle canzoni. Guccini viene dalla cultura popolare, contadina. Non c’è una sola sua canzone che sia ostica per via del linguaggio. Le parole spesso sono semplici e arrivano dritto al punto». L’importanza della commistione tra parole e musica la sottolineava in un certo modo anche lo stesso Guccini. Anni fa ricordava che «la cosa più bella, per le canzoni, fu la scoperta che con una chitarra potevi raccontare quello che volevi, che sentivi, che ti veniva da dire. Uno strumento di comunicazione eccezionale, al di là di poesie e altre cose sulla carta che spesso rimanevano lì, sterili; una botta a caldo improvvisa e che improvvisamente usciva e girava per le strade».

A questo punto ho pensato anche di fare un colpo di telefono a Sergio Secondiano Sacchi, direttore artistico del Club Tenco di Sanremo, che conosce Guccini dai primi anni ’70. Gli domando cosa ha significato l’autore di Auschwitz per la canzone italiana. «Guccini è stato un riferimento morale più che stilistico», mi dice senza tentennamenti. «Perché è inavvicinabile per il suo livello culturale. Nessuno ha mai tentato di scimmiottare Guccini perché ci vuole un linguaggio, una tecnica e una poetica uniche. Nessuno ha mai tentato di misurarsi su quel terreno. Insieme a Fabrizio De André, Guccini è un riferimento assoluto da un punto di vista culturale. Sono due fari per molte generazioni».

Nel suo Fra la via Emilia e il West Paolo Talanca parte da Pàvana e finisce di nuovo a Pàvana. «Ho sempre desiderato tornare da dove sono partito», raccontava qualche anno fa lo stesso Guccini. «Dalle radici. Da dove l’etica che avevano al mulino mi ha reso l’uomo che sono diventato”. Il paese dell’Appenino modenese come punto nevralgico della vita gucciniana dunque? «Beh, Pàvana è il centro fondamentale su cui si basa l’intera poetica di Guccini», mi spiega Talanca, «su cui poi si sono impalcate prima l’apprendistato cittadino e provinciale dell’adolescenza modenese e poi le travi e le assi dell’accademia bolognese, raccontate in osteria fino a farsi letteratura». Da Pàvana a Pàvana, insomma. In mezzo c’è Dylan, il beat, l’università, Dio è morto, l’osteria Da Vito, la canzone d’autore, gli amori, l’America, la canzone politica, L’avvelenata, la Via Emilia, Bisanzio, gli anni ’80 e poi i ’90, Renzo Fantini, Addio… fino a L’ultima Thule.

Un altro fil rouge costante, oltre a Pàvana e alle sue radici, è però anche quello del Premio Tenco. «Ci si riferisce solo all’opera di Guccini come autore di canzoni e mai come operatore culturale», confessa Sergio Secondiano Sacchi. «La sua presenza al Premio Tenco fin dagli albori è fondamentale. E il Tenco, non scordiamocelo, è stato il tempio della canzone d’autore italiana che è nata alla fine degli anni ’60. Questa è forse la cosa più importante di Guccini. I cantautori non avevano nessuno spazio: a Sanremo si suicidavano e a Canzonissima non ci andava nessuno. Fu allora che Amilcare Rambaldi ha avuto la genialità di aprire uno spazio per dargli voce. E l’unico che allora aveva un grandissimo pubblico era Guccini. Guccini, insomma, è stato uno dei costruttori del Tenco. Nella prima edizione, quella del 1974, si esibì due volte in quattro giorni perché De Gregori mandò all’ultimo un telegramma dicendo che non poteva venire. E Francesco riempì per due volte l’Ariston».

Sono molte le sfaccettature di Guccini, sì. E molte le cose ancora da approfondire. «Celebrare i suoi 80 anni» conclude Talanca «è un importante gesto simbolico, perché una comunità deve saper riconoscere le proprie fondamenta culturali, spesso racchiuse nella migliore letteratura». Ecco, varrebbe proprio la pena in questi tempi cupi ritornare a Guccini. Ascoltarlo, leggerlo, studiarlo, comprenderlo.

Francesco Guccini durante una partita a carte nel 1972 all’Osteria delle Dame di Bologna

Vi proponiamo la prefazione di Gianni Mura al libro di Talanca Fra la Via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica (Hoepli, 2019).

Prima che cominciate a leggere il Guccini di Paolo Talanca, un paio di precisazioni, non richieste ma necessarie. La prima: Talanca ha raccontato così in profondità Francesco (vita, opere, pensieri, canzoni, radici) da sconsigliare a chiunque, a me per primo, di avventurarsi sullo stesso terreno. La seconda: mi considero un gucciniano della prima ora, avvinto e convinto ma monco. Mi spiego: mai stato a Pàvana, che è come per un leopardiano non aver mai visto Recanati e l’ermo colle, per un tifoso del Cagliari non conoscere Leggiuno, per un cattolico andare a Roma senza vedere il papa, per un brassensiano non andare a mettere un fiore al cimitero di Sète. Non quello marino esaltato da Paul Valery, l’altro. Più di trent’anni che mi dico: questa estate ci vado, con qualche bottiglia di rosso buono nel baule. Sarà per la prossima estate. Quanto alla prima ora, mi riferisco a Folk Beat n. 1, regolarmente acquistato vicino a piazza Cavour nonostante la lacerante bruttezza del titolo. A quei tempi compravo tutti i cantautori, al buio. Poi mi sono fatto un po’ più furbo. Ma quel primo Lp mi aveva detto alcune cose: che Francesco poteva e sapeva giocare su più tavoli: quello ironico, buono anche sulle pedane del cabaret (Il sociale e l’antisociale, Il 3 dicembre del ’39, Talkin’ Milano), quello intimista (In morte di S.F., Venerdì santo, la tristissima Ballata degli annegati), quello che strizzava l’occhio all’America (Statale 17), quello più alto, drammatico, tra il profetico e l’apocalittico (L’atomica cinese, Noi non ci saremo) e infine Auschwitz, che lasciava senza fiato come un pugno nello stomaco.

Un pugno, ma sulla spalla, l’avevo mollato io a un amico, al culmine di una discussione durante una festicciola tra studenti. Pomeridiana, non notturna, insomma di quelle dove si balla e si abbassano le luci. Io sostenevo che non si potesse ballare al suono di Auschwitz. Lui diceva che come lento era l’ideale, che creava un’atmosfera propizia all’avvio del limonare, e poi quanti ballando ascoltano le parole della canzone? Cose che succedono. Poi abbiamo fatto pace, ma intanto avevo deciso che di ‘sto Guccini non avrei perso un’uscita e così è stato. Sempre pagando, perché non sono uno del settore. E sempre con soddisfazione. Diffidavo un po’ del look, si direbbe oggi, di Francesco. Un giovane aitante, da film americano, tipo Sette spose per sette fratelli. Un po’ fighettone, a dirla tutta. Poi s’è fatto crescere la barba e i conti mi sono tornati anche col look. Il Maestrone nasce barbuto, di barba contadina.

Mai stato a Pàvana, ma vicino a Francesco in qualche occasione sì. È stato un piacere presentare con lui alla Feltrinelli di piazza Piemonte, Milano, il suo primo Dizionario delle cose perdute, in cui mi sono ritrovato moltissimo, specie nel capitolo sulle maglie di lana fatte in casa. Grande affabulatore, duettare con lui in pubblico è come giocare a ping pong. Devi stare attento a quando e come arriva la pallina sul tuo campo, può essere un colpo liftato (tagliato, si diceva una volta) e ci vuol nulla a buttarla in rete. Altri ricordi: nelle serate del dopo-Ariston, al Tenco, o meglio nottate perché dopo un estenuante assalto al buffet non cominciavano mai prima di mezzanotte, eravamo tra gli ultimi a tornare in albergo appartenendo alla categoria dei tiratardi. In quelle nottate, col passare delle ore discretamente alcoliche, veniva fuori la vena francescana da osteria: imitazione di un comizio di Bossi, Vola colomba cantata alla maniera di Nilla Pizzi, coro in È morto Bischero, con Paolo Conte alle tastiere. Ricordo ancora un’accanita sfida a scopa, quella volta eravamo a Ventimiglia. Francesco s’incazzò perché non avevano Lambrusco. Lui e Carlìn Petrini contro me e mia moglie, ma non ricordo chi vinse. Sembra un’amnesia da sconfitti, ma davvero non ricordo. Mi piaceva la situazione, la normalità e l’abbordabilità del Maestrone per gli sconosciuti come me. Carlìn invece lo conosceva bene, era voce fissa nei cori notturni, col suo amico Azio e la banda di Bra. Repertorio vasto, da Barun Litrùn a Los cuatro generales.

Il primo della famiglia ad avere studiato, così ha cantato e detto. Studiato anche più di quanto fosse necessario, penso, e comunque affari suoi. Nessun cantautore ha scritto tanti libri come lui, e tantomeno un vocabolario pavanese-italiano (se non è amore questo). Nemmeno conosco cantautori che abbiano due lauree honoris causa. Né che abbiano un asteroide dedicato a loro (numero 39748, per la cronaca). Né una farfalla. Né che abbiano letto Procopio di Cesarea. Lui sì, l’ha letto e ci ha pure costruito una canzone. Per anni la sua canzone che preferivo è stata Asia, perché apprezzavo molto la rima interna, gozzaniana, nel gioco di endecasillabi e settenari. Oggi non ho una classifica da snocciolare in pubblico, ma una ventina di titoli ex aequo. Tra i primi cinquanta non figura La locomotiva, che era obbligatoria in ogni concerto, trasformatasi in un’icona non prevista dall’autore (un po’come Pablo per un altro Francesco, De Gregori). «Io non ho mai scritto canzoni politiche», dichiarò Guccini in un’intervista, tempo fa. L’esatto contrario di Enzo Jannacci («Io ho scritto solo canzoni politiche»). Mica tanto vero, in entrambi i casi. Non che sia fondamentale aver scritto canzoni politiche, ma Guccini come definirebbe Canzone per Silvia, scritta quando Baraldini era in un carcere di massima sicurezza in Florida? E Primavera di Praga? E Lager? E Piazza Alimonda? E, tra le più recenti, Su in collina? Ha ancora un senso parlare di partigiani morti? Sì, e lo avrà sempre, tanto più da quando le pantegane del revisionismo hanno affilato i denti ed è tutto un frantumar di lapidi, un disegnar di svastiche. Se poi anche oggi il privato è politico (ma non ne sono così sicuro), Piccola storia ignobile è fortemente politica, oltre che profondamente umana. Avete presente Nina ti te ricordi? Gualtiero Bertelli un po’ se ne vergognava, gli sembrava più una canzone d’amore che politica. Fu Giovanna Marini a convincerlo che era tutt’e due, ed era molto bella e umana. Questo aggettivo e il sostantivo umanità è inevitabile usarli, quando c’è di mezzo Guccini. Si percepisce una pietas non sbrodolante quando canta quelli senza voce, senza peso, senza nulla che non sia la loro vita: il pensionato, Cencio, Anna, Primo, il frate, Keaton, il matto, Samantha.

La coerenza di Francesco, oltre all’umanità, è un valore aggiunto e dura da mezzo secolo. Da fuori, si è sempre saputo da che parte stava. I valori delle radici, la dignità, la solidarietà tra poveri: lui ci è passato, sa di cosa si tratta e cosa si prova. Ma anche la dignità professionale, il rispetto del lavoro artigianale, ché questo è fare canzoni. Così a memoria, non credo abbia mai inciso una canzone di cui vergognarsi. Nella canzone italiana solo un altro mi dà questa certezza, ed è Sergio Endrigo. Continuo a immaginare Guccini come un astronomo senza cannocchiale. Non contempla il cielo ma la terra, e tutto quello che c’è sopra: uomini, donne, animali (che dolente meraviglia l’uccisione del maiale in Croniche epafaniche), alberi, storie presenti e passate, flash di futuro. È un cantastorie, ma non di quelli come Marino Piazza con le sue zirudèle. Sa improvvisare in ottave, non è l’unico sugli Appennini (penso a Benigni, a David Riondino), ma ha studiato, ha letto tanti libri, da Borges a Tex, forse è riuscito a finire L’uomo senza qualità, ha lavorato sul filo del tempo, osservando il tempo, calcolandone gli effetti. Un filosofo, a modo suo. Certamente un poeta, anche se non ha mai preteso di esserlo. Un compagno di strada. Un amico. Uno che ti dà qualcosa.

Ai suoi concerti mi ha sempre colpito l’età degli ascoltatori, dai 18 agli 80 anni e oltre. Questo vale più di un applauso o della richiesta di un bis, perché significa che Francesco ha sfamato (metafora, non è che faccia miracoli, non esageriamo) tre o quattro generazioni. Nessun bluff può durare tanto. È l’onesta che paga, mescolata alla saggezza. È la sincerità. È nell’essersi sempre presentato così com’era senza fare la ruota del pavone. È questo che paga e ripaga anche in un’Italia sempre più distratta e smemorata. Mi sa che per dirgliele meglio queste cose, più brevemente ma con uguale gratitudine, dovrò andare a Pavana. E ci andrò anche per avere la rivincita, ma mia moglie è sicura che abbiamo vinto noi. E se Lambrusco dev’essere, Lambrusco sia, purché fresco e scuro.

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