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Gallagher vs Gallagher: la guida agli album solisti degli ex Oasis

Sette album che sembrano uno la risposta all'altro: da una parte The Chief e la sua fuga dal brit pop, dall'altra rKid che punta tutto sulla nostalgia. Dopo lo scioglimento degli Oasis, chi ha scritto la musica migliore?

I fratelli Gallagher nel 2003

Foto: Getty Images

La leggenda dei fratelli Gallagher non si alimenta solo di litigare bibliche, scazzottate e ubriacature moleste risalenti ai tempi degli Oasis, né esclusivamente degli scorni più o meno violenti via Twitter di questi anni, ora che i due non fanno altro che discutere di Brexit, società e quant’altro. Né c’entra soltanto la chimera della reunion, di chi la vuole e poi non la vuole più, di chi fa di tutto per ricucire e di chi, forse, sta bene così (ecco: ma chi?). No: ci sono anche e soprattutto i dischi solisti di Liam e Noel.

Da quando – dopo quel fatidico 28 agosto 2009 – ciascuno ha iniziato a fare musica per conto proprio, ogni album è sembrato la risposta a un’uscita precedente dell’altro, a una moda o a un sound da lui sdoganato, e viceversa. Sette LP in tutto, se si escludono fuoriporta acustici, EP e live: non tantissimi, è vero, ma abbastanza da affilare i coltelli in famiglia. In sintesi: The Chief che con i suoi High Flying Birds cerca di sdoganarsi da Wonderwall e dal parka del fratello, a poco a poco, ma con costanza; rKid che prima sprofonda coi Beady Eye, orfano com’era del “Capo” e della sua penna nonostante i proclami, e poi alla fine si tira a lucido per dimostrare che, ehi, forse non serve andare così lontano dal 1994 per fare buona musica. O forse, sì, ancora non si sa, visto che la svolta disco di Noel è ancora incompiuta.

E allora: qual è il peggior lavoro solista dei fratelli Gallagher? E quello che non abbiamo capito a sufficienza? E soprattutto, chi vince questo derby? Ecco la nostra classifica.

7. “BE” Beady Eye (2013)

I Beady Eye (ovvero gli Oasis senza The Chief) sono stati il punto più basso delle carriere soliste di entrambi. Uno dice: se togli Noel Gallagher al nucleo della band, restano comunque Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock, oltre ovviamente a rKid; un ottimo gruppo di musicisti, no? Certo, ma forse non abbastanza. E se almeno nel loro album d’esordio avevano l’entusiasmo per la novità (che poi tanto novità non era), il successivo BE prova un’improbabile scatto dal brit pop storico e rodato alla psichedelia, agli ottoni e ad atmosfere più vintage e sperimentali. In cabina di regia c’è Dave Sitek (Tv On the Radio), ma il risultato – già a partire dal singolo infelice Flick of The Finger – finisce a metà del guado per inconsistenza, scontentando i fan storici senza riuscire ad ammaliarne di nuovi. Passo falsissimo.

6. “Different Gear, Still Speeding” Beady Eye (2011)

Era andata leggermente meglio, restando alla band di Liam, quando si era trattato del debutto vero e proprio, senza Noel. Ma il problema dei Beady Eye è sempre rimasto l’assenza di “un’anima” di fondo. Per dire: questo Different Gear, Still Speeding è un disco operaio, di mestiere, pulito negli arrangiamenti e quadrato nella scrittura, eppure privo di guizzi melodici, dei soliti bridge epici e tutto quello che aveva fatto grande i due fratelli. Insomma: The Chief non c’è, e il vuoto si sente. Di più: la pretesa più o meno esplicita, qui, sarebbe dimostrare che gli Oasis possano esistere anche senza la sua mano, riscoprendo le radici gloriose (ah!) à la Definitely Maybe; ma più che un salto nel 1994, questa sembra un’appendice sbiadita di Dig Out Your Soul, l’ultimo degli Oasis prima dello scioglimento. E, insomma, è già indicativo così.

5. “Noel Gallagher’s High Flying Birds” Noel Gallagher’s High Flying Birds (2011)

Ma non pensiamo che soltanto Liam, a livello artistico, abbia vissuto come uno shock la fine degli Oasis. Anche Noel coi suoi High Flying Birds ha passato un lungo periodo d’assestamento, in cui ha – per certi versi – dovuto ricalibrare la propria scrittura su (sembra assurdo da dire) sé stesso. L’omonimo debutto solista, quel Noel Gallagher’s High Flying Birds che pure vorrebbe dire al mondo che il vincitore morale della scissione fratricida è The Chief, soffre un po’ della sindrome dell’arto fantasma: più autoriale nella scrittura, più raffinato negli arrangiamenti (quanto fatto da Damon Albarn fuori dai Blur non può che aver inciso), eppure ancora squisitamente brit pop, con chiari riferimenti ai ’60. E allora basta il singolone Turn Up the Sun, che ha fatto da apripista al nuovo corso, per pensarlo: quanto sarebbe stato meglio cantato da Liam? Quanto – soprattutto – sembra scritto per la voce di Liam? Ci vorrà tempo.

4. “As You Were” Liam Gallagher (2017)

As You Were ha rappresentato la rinascita (non solo artistica) di rKid. Chiaro: non c’è nulla da gridare al miracolo in quest’album costruito su misura per lui, anzi. Scritto con un cast di collaboratori lunghissimo (e che forse, per dispersività, sono il punto debole di tutto il progetto), suona collaudato, un po’ calligrafico sugli Oasis degli anni d’oro, coi ’60 (Beatles su tutti) a paradigma assoluto. Insomma: non innova, è classicistico. Eppure, dalla manata Wall of Glass fino al vertice For What It’s Worth, si capisce che la formula ha ritrovato gli elementi per funzionare (i ritornelli muscolari, il cantante tirato a lucido, gli arrangiamenti sporchi), senza ridursi a copia-incolla di nostalgia. In sostanza, diverte. Poi certo: qualcuno potrebbe chiedere che senso avrebbe, un lavoro così autoreferenziale e anacronistico, se non ci fosse Liam a tenerlo in piedi con la sua personalità. Ma è proprio questo il punto. E due anni prima, probabilmente, non ci sarebbe neanche riuscito.

3. “Chasing Yesterday” Noel Gallagher’s High Flying Birds (2015)

Fra il debutto di Noel Gallagher’s High Flying Birds e il secondo Chasing yesterday c’è tutta la maturazione di The Chief. Un disco raffinato, questo, da cantautore, in cui non svanisce il gusto per la ballata oasisiana (Look All the Doors) né per il pezzone da stadio (In the Heat of the Moment), ma che è anche e soprattutto un lavoro che sa sdoganarsi guardando “di lato” (Ballad of the Mighty I con Johnny Marr, chitarra degli Smiths), introspettivo e meditato nei testi e acustico nei suoni (Riverman). Di fronte a dei Beady Eye spenti e calligrafici, Noel vince mettendosi la freccia e supera il brit pop, con una prova di eleganza e personalità: scrittura intima, arrangiamenti orchestrali mai sopra le righe, soluzioni melodiche non semplici ma sempre ispirate. È il vero debutto solista del Capo, questo. Ed è proprio come doveva essere: a distanza di sicurezza dal passato.

2. “Who Built the Moon?” Noel Gallagher’s High Flying Birds (2017)

Al tradizionalismo filologico di As You Were, Noel risponde con Who Built the Moon?, che contiene già il seme dell’iconoclastia della recente svolta disco. Non a caso, è il primo, vero album sperimentale firmato da uno dei fratelli, nel senso che non rinnega nulla del passato (ci mancherebbe), ma si concentra per la prima volta su tutt’altro: David Bowie più che i Beatles, i Chemical Brothers, l’elettronica e il glam rock d’annata. La chitarra, insomma, grazie alla regia di David Holmes, passa in secondo piano, tanto che The Chief parlerà di cosmic pop – che sta per un pop psichedelico, lisergico e molto sognante. Di fatto, è il lavoro più coraggioso e libero dai canoni degli Oasis mai prodotto in famiglia. E fra Holy Mountain e She Taught Me How to Fly potrebbe risultare un oltraggio, per chi è cresciuto a pane e Live Forever. Ma un oltraggio che funziona a meraviglia.

1. “Why Me? Why Not” Liam Gallagher (2019)

E quindi sì: il derby lo vince Liam, almeno per il momento. Ego-riferito che la metà basta, e come solo il suo protagonista può permettersi, Why Me? Why Not è un concentrato di “tutto ciò che è LG”, ma attualizzato (ed è una notizia) ai nostri giorni. Insomma: adesso, che pensavamo che rKid fosse destinato a un’eterna nostalgia e che lo spirito degli Oasis fosse finito per sempre con Who Built the Moon?, pezzi come Shockwave e Once si caricano sulle spalle tutta l’eredità della band e la fanno diventare adulta, con un po’ di malinconia, le chitarre in bella mostra e una manciata di bridge e ritornelli che sembrano presi dai ’90. Basta? Sì, perché Liam, riscoprendosi frontman leggendario e forse ultima delle rockstar, con personalità riesce da solo a portare gli Oasis nel 2019. E, in attesa che il cosmic pop del fratello trovi la sua via al 100%, tutto ciò è ancora il massimo che si può desiderare.

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