Funk the casbah: la scena musicale elettronica saudita diventa un film | Rolling Stone Italia
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Funk the casbah: la scena musicale elettronica saudita diventa un film

'Cue: Saudi Arabia's Electronic Music Underground' racconta il passaggio dalle feste private illegali a un mega festival con Steve Aoki e David Guetta. È vero rinascimento o propaganda governativa?

Il pubblico di un festival in 'Cue: Saudi Arabia's Electronic Music Underground'

Foto press

In questa storia ci sono un prima e un dopo. Ma è quello che sta nel mezzo a renderla interessante.

La storia è quella di Cue: Saudi Arabia’s Electronic Music Underground, film documentario girato da Ramadan Alharatani e Talal Albahiti sulla nascita e la successiva esplosione della scena musicale elettronica in Arabia Saudita, che oggi viene presentato, in anteprima europea, al festival Middle East Now di Firenze. Il prima è fatto di feste segrete in grandi case lussuose in un continuo intreccio emotivo fra la paura di essere scoperti dalla temutissima polizia religiosa e l’inevitabile senso di eccitazione del proibito. Il dopo, invece, è la nascita di SoundStorm, primo festival musicale del Paese in grado di richiamare oltre 400 mila persone nella sola edizione di debutto.

Nel mezzo c’è sì la nascita di una scena, ma anche il cambiamento culturale di un Paese che prova ad immaginare nuove traiettorie sociali ed economiche, mettendo in piedi inedite possibilità per i giovani nel tentativo di dare vita ad un futuro post petrolio, diversificando l’offerta professionale.

I due registi raccontano quelli che sono stati oltre due decenni di segretezza, iniziati nella metà degli anni ’90 con la salita al potere dei conservatori, tramite il punto di vista di due dj del Paese, Vinyl Mode (Muhanned Nasser) e Baloo (Ahmad Alammary), che raccontano come la paura di essere scoperti abbia portato alla formazione di decine di microsituazioni locali e localissime, incapaci però di relazionarsi fra loro come un network.

«Molti si vantano definendo underground la propria scena», afferma Talal, uno dei due registi di Cue, «a noi piace dire che la nostra scena è underground di default. Per cui abbiamo dovuto prendere tante scorciatoie, i dj si sono presi valanghe di merda, letteralmente, ma ci siamo divertiti parecchio».

Vinyl Mode. Da ‘Cue’

Fino al 2017 nel Paese la musica non era proibita nel Paese, lo erano i concerti e le feste che prevedevano la compresenza di uomini e donne. «È un lavoro di connessione», dice Vinyl Mode in una delle prime scene del film. «È importante entrare in contatto con le persone giuste, che abbiano grandi case che possano ospitare le feste». Le modalità, in questo senso, ricordano molto quelle dei free party anni ’90, ma aggiornate all’epoca dei social network. Si sceglie una location segreta e la si comunica a una ristretta cerchia di persone su un canale Telegram: per entrarvi è necessario conoscere qualcuno, altrimenti fuori.

«Quello che molti non sanno» gli fa eco Baloo «è che noi sauditi siamo persone molto funky. La nostra musica tradizionale è puro quattro quarti, il funk è dentro di noi. Ma siamo anche persone molto riservate, siamo legati alla nostra privacy e amiamo goderne. Questo, unito all’atteggiamento della polizia, ha fatto sì che per anni non ci fosse una vera scena. C’erano tante microcomunità che ruotavano attorno a questo o a quel dj e che non erano in reale connessione fra loro. Ti parlo di feste molto piccole, ed è andato avanti così per almeno vent’anni. Psy-trance, minimal, techno, deep house, disco, c’è e c’era di tutto».

Per anni il concetto stesso di musica è stato legato a doppio filo all’idea di illegalità. Chi può, come lo stesso Baloo, si sposta all’estero per godere in prima persona dell’emozione del dancefloor e stringere contatti. Chi rimane nel Paese, perché non può o non vuole andarsene, si arrangia come può. Le cassette passano segretamente di mano in mano, sempre le solite, in una sorta di massoneria del groove. Il primo album di Eminem, in questo senso, risultava essere «un vero e proprio tesoro, se riuscivi ad averlo».
Il cambiamento avviene negli ultimi anni, con una progressiva tolleranza verso ciò che è considerato socialmente accettabile e la fine del proibizionismo musicale. Ma in atto non ci sono solo le riforme socio-economiche volute dal governo, ma anche uno scontro generazionale che si trasforma in una sfida culturale dettata da un dato anagrafico: nel 2021, il 70% della popolazione dell’Arabia Saudita è composta da under 30.

«Credo che sia più giusto parlare di evoluzione generazionale che di scontro», dice Baloo. «Il cambiamento si sta rivelando ogni giorno, è sotto i nostri occhi eppure è invisibile, non compare di fronte a sguardi internazionali perché non appare neanche di fronte a quelli locali. Eravamo certi che ci fosse voglia di cambiamento, ma non ci aspettavamo certo questi numeri».

I numeri sono, appunto, quelli della prima edizione del SoundStorm, il festival messo in piedi da quell’ensemble creativo che è fuoriuscito da un ventennio di segretezza e illegalità e che ha preso il nome di Mdl Beast. Ma oltre alle celebrazioni, c’è spazio anche per un’analisi della società araba: l’occhio della telecamera punta sulla scena, ma prima ancora punta sui sauditi stessi.

«È la prima volta che viene presentato il film, in Arabia abbiamo fatto solo poche proiezioni, private e e selezionate», spiega un emozionato Talal. «In tutte queste occasioni mi sono seduto verso il pubblico per osservarne le reazioni, in particolare in determinati momenti del film. Ci sono state persone che si sono messe a piangere, altre che si sono messe a ridere in modo isterico, altre incredule».

Il senso di novità non viene gestito da tutti allo stesso modo, oltre vent’anni di proibizionismo non spariscono magicamente a colpi di decreti governativi. Molte persone ancora non si sentono a proprio agio a ballare in pubblico, nonostante oggi sia concesso. «Tutti qui sono orgogliosi di me» afferma nel film un combattuto Vinyl Mode «tranne mia madre».

«Il grande cambiamento che vedi nel film» spiega ancora Baloo «è in realtà un grande cambiamento nella vita reale del Paese. Questa sensazione di disagio con la quale ho sempre convissuto è quasi difficile da descrivere, perché ha accompagnato buona parte della mia vita, in particolare nella scelta della giusta location per una festa. È nel deserto? È sulla spiaggia? È abbastanza sicuro? Siamo troppo vicini a una moschea? Ho sempre vissuto con questo clima di illegalità, e questa idea di pericolo, unita all’eccitazione che ne segue, quando mischiato nella giusta maniera è la ricetta per una bella festa».

Cosmicat. Da ‘Cue’

Tra i personaggi che vengono raccontati nei 60 minuti del film, oltre al duo Dish Dash, formato da fratelli, spicca la figura di Cosmicat, una ragazza che ha scelto di mollare la scuola di odontoiatria all’ultimo anno per dedicarsi alla propria passione.

«Probabilmente rimarrai stupito», sogghigna Baloo, «ma le ragazze dj in Arabia sono moltissime, non ho i dati sottomano ma il rapporto numerico fra maschi e femmine dietro la console qui è incredibile. Tradizionalmente, erano spesso proprio le donne a fare da dj nei matrimoni e nei ristoranti».

La vena internazionale, ancora una volta, si confonde con la tradizione: i dj durante i matrimoni venivano spesso spediti in un’altra stanza, da soli, rendendo così più semplice l’utilizzo di personale femminile in una società fortemente patriarcale. E la stessa Cosmicat, assieme ai Dish Dash, Baloo e Vinyl Mode, in dicembre sarà fra i protagonisti di Soundstorm che nel 2019 si è imposto come primo festival del territorio, per storia e per numeri, con cartellone pieno di pesi massimi del genere come Afro Jack, Martin Garrix, Steve Aoki, J Balvin, Tiesto e David Guetta.

«C’è grande voglia di cambiamento, ma la cosa ha preso di sorpresa anche noi. Ci aspettavamo 60 mila spettatori al giorno, per un festival di tre giorni, ne sono arrivati 400 mila». Superato l’inevitabile stop pandemico, il festival ha scelto di rilanciare per l’edizione del 2021: un giorno in più di spettacoli, allargamento della capienza di un ulteriore 30% e oltre 200 artisti in cartellone, molti dei quali ancora da annunciare.

Il successo è stato tale che Mdl Beast, la società che ha dato vita al festival, si è proposta come piattaforma di lancio per talenti locali e come etichetta discografica. Sette, al momento, le prime uscite per la MdlBeast Records, che guardano tanto all’estero (con Aoki e Afro Jack) quanto alla promozione dei talenti locali (con gli stessi Cosmicat e Vinyl Mode).

Il successo immediato, deflagrante e per molti versi inaspettato ha restituito risultati polarizzanti fra stampa e addetti ai lavori: qualcuno si è spinto fino a definirlo il Coachella arabo, altri lo hanno equiparato a una mossa del governo saudita nel tentativo di ripulirsi l’immagine, segnalando anche presunti episodi di molestie sessuali avvenuti durante i tre giorni della prima edizione.

«Credo che quando crei qualcosa di completamente nuovo» replica Talal «non sia possibile accontentare tutti. Nei casi delle molestie posso assicurarti che abbiamo tolleranza zero verso questo tipo di atteggiamenti così come ogni altro festival del mondo e che l’idea di zero tolleranza sarà parte anche della nuova edizione del festival, a partire dalla comunicazione. Vogliamo avere uno spazio sicuro dover potersi divertire in libertà. Il festival è interamente finanziato da compagnie saudite private e assolutamente non governative».

«C’è una grossa spinta da parte del governo nel differenziare l’economia, creando fondamentalmente opportunità di gioia e avere una gioventù felice non è una cosa negativa in nessun modo, anzi, dovremmo gioirne», dice Baloo. «È un qualcosa che tutti i governi dovrebbero voler fare. Non c’è solo la musica, c’è fermento in tutta l’Arabia, anche nella scena delle arti e in quella dei film. È un grande momento per il Paese».