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Fight the power: 40 grandi canzoni di protesta

Dal folk antifascista di Woody Guthrie agli inni di Black Lives Matter, passando per Bob Dylan, Marvin Gaye, Public Enemy e Rage Against the Machine, ecco una lista di pezzi da portare con sé in manifestazione

Aretha Franklin. Foto di Fred A. Sabine/NBC/NBCU Photo Bank via Getty Images

«Sta a noi prendere posizione e pretendere che smettano di ucciderci», ha detto Beyoncé nel 2016. Quando la più grande pop star al mondo inizia a parlare come un’attivista, è chiaro che ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale. E in effetti il pop – e in special modo l’R&B e l’hip hop – in questi ultimi anni è stato terreno fertile per le canzoni di protesta. Molti artisti hanno alzato la voce contro la presidenza di Donald Trump e gli omicidi a sfondo razziale della polizia, denunce che sono poi confluite nell’ascesa del movimento Black Lives Matter. Questi artisti muovono i propri passi sulla orme di un’eredità che esiste da alcuni decenni; da cantanti folk come Woody Guthrie e Pete Seeger, a voci della verità degli anni ’60 quali Sam Cooke, John Fogerty, Joni Mitchell. E poi il soul, il reggae e il punk degli anni ’70, il rap militante degli anni ’80 e il punk femminista delle riot grrrl degli anni ’90.

Quali sono gli ingredienti per una canzone di protesta perfetta? Alcune, come Strange Fruit di Billie Holiday e Black Lives Matter di Teejayx6, affrontano l’orrore della violenza e dell’oppressione con crudo realismo. Altre, come Fuck Tha Police degli N.W.A e American Idiot dei Green Day, sono arrabbiate lamentazioni che scuotono la compiacente vita politica americana. Alcune sono più introspettive e presentano un mix di rabbia e dolore, altre cercano di trovare soluzioni, di trasformare l’angoscia in speranza e usare l’amore per sconfiggere l’odio. «Sono qui per cantare canzoni che facciano sentire la gente orgogliosa», disse una volta Woody Guthrie. Ecco una lista da portare con voi in prima linea.  

“Strange Fruit” Billie Holiday (1939)

Scritta da un insegnante ebreo del Bronx e incisa con potenza spaventosa da Billie Holiday, Strange Fruit, l’inno anti linciaggio del 1939, colse di sorpresa il pubblico con le sue crude evocazioni: “Scenari bucolici del valoroso Sud / gli occhi fuori dalle orbite e la bocca contorta”. Ne sono state fatte innumerevoli versioni, la più memorabile delle quali è quella del 1965 di Nina Simone, poi campionata da Kanye West per il brano Blood on the Leaves, che non potrebbe essere più attuale e straziante.  

“All You Fascists” Woody Guthrie (1944)

“This machine kills fascists” recitava la famosa frase scritta sulla chitarra acustica di Woody Guthrie. Il ragazzo dell’Oklahoma era sopravvissuto al Dust Bowl e alla Grande Depressione degli anni ’30, eventi che ne hanno fatto il più grande cantante folk di tutti i tempi. All You Fascists è una canzone di protesta scritta durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1944 Guthrie fece un annuncio in radiodiffusione: «Faremo vedere a questi fascisti di cosa sono capaci un paio di montanari!». La canzone è un vivace canto di gruppo accompagnato dall’armonica del bluesman Sony Terry. Con la fine della guerra ancora da venire, Guthrie canta di un’altra dura, lunga lotta ancora da combattere: sconfiggere non solo Hitler e Mussolini, ma un’oppressione più vicina, quella del razzismo e dei soprusi inflitti alla classe operaia. Nella lettera indirizzata alla figlia prima che nascesse scrisse: «Potrei parlarti del fascismo. È una parola ingombrante che si nasconde dove meno te l’aspetti». Guthrie aveva visto il peggio dell’America, ma questa canzone vuole immaginare il meglio e descriverlo come un futuro per cui vale la pena lottare. 

“We Shall Overcome” Pete Seeger (1948)

Pete Seeger, il pioniere della musica folk, è stato il primo ad adattare il gospel We Shall Overcome nella sua versione del 1948. Da quel momento, la canzone è diventata onnipresente durante gli anni del movimento per i diritti civili degli afroamericani: eseguita da Joan Baez alla Marcia su Washington e citata dal Presidente Lyndon Johnson in occasione dell’introduzione del Voting Rights Act del 1965, la sua eco ha continuato a espandersi nel mondo come inno universale alla libertà e alla solidarietà. 

“The Lonesome Death of Hattie Carroll” Bob Dylan (1964)

Hattie Carroll stava lavorando come cameriera a una cena di gala a Baltimora quando William Devereux Zantzinger, facoltoso uomo bianco proprietario di una piantagione di tabacco, l’ammazzò a bastonate. L’assassinio del 1963 spinse Bob Dylan a scrivere questo pezzo pieno di rabbia e dolore, al contempo elegia per la donna che “portava i piatti e metteva fuori la spazzatura, e che mai una volta si era seduta a capotavola” e accusa contro il suo uccisore ammanicato e il sistema legale che lo lasciò libero dopo aver scontato una pena di soli sei mesi. Decenni dopo, questa canzone di denuncia continua a risuonare con sconcertante chiarezza.  

“Mississippi Goddam” Nina Simone (1964)

Prima del 1963, Nina Simone non si era mai interessata alle canzoni di protesta: per lei erano «semplici e prive di ingegno». Ma l’attacco alla Chiesa Battista di Birmingham, in Alabama, in cui rimasero uccisi quattro bambini afroamericani, e l’assassinio a mano armata di Medgar Evers, segretario del NAACP (Associazione Nazionale per la Promozione delle Persone di Colore) in Mississippi le fecero cambiare idea, e una canzone le esplose dentro. Con il suo tono fintamente scherzoso, come un mordace pezzo di Broadway, Mississippi Goddam incarnò lo stato d’animo di una nazione sotto shock.  

“A Change Is Gonna Come” Sam Cooke (1964)

Cinque mesi prima che il Congresso approvasse il Civil Rights Act nel 1964, Sam Cooke riassunse in questa canzone le difficoltà e le nuove speranze di quel periodo, prendendo ispirazione da Blowing in the Wind di Dylan e attingendo dalla rabbia provata dopo gli era stata negata una stanza in un hotel della Lousiana. La canzone è stata citata nel discorso di insediamento di Barack Obama in occasione della sua elezione a presidente nel 2008.   

“I Ain’t Marching Any More” Phil Ochs (1965)

Continuando a denunciare l’ipocrisia dell’establishment politico anche molto tempo dopo che i suoi colleghi avevano perso interesse nelle canzoni impegnate, Phil Ochs è stato la coscienza della scena folk degli anni ’60. Questo attacco contro la guerra, nel quale il cantante calcola il numero delle vittime militari americane dal 1812 in avanti, è un bell’esempio del suo modo tagliente di dire la verità: “Sono sempre i vecchi a trascinarci in guerra e sono sempre i giovani a cadere”. E con il crescere delle proteste contro la guerra in Vietnam, la canzone divenne un classico della controcultura. 

“Respect” Aretha Franklin (1967)

Aretha Franklin lo definì un «grido di battaglia». Tutti hanno bisogno di rispetto, diceva. Invertendo i ruoli di genere della versione originale di Otis Redding del 1965, Aretha riesce a ribaltare il senso di questa canzone, scritta in origine dal punto di vista di un uomo che pretende rispetto dalla sua partner con arroganza, e la trasforma in un inno per le donne soggiogate di tutto il mondo. Come dimenticare la sua aggiunta dello spelling “R-E-S-P-E-C-T” e del “sock it to me”. Dopo quattro anni di false partenze, questa canzone segnò l’inizio della sua carriera, inserendosi con tempismo perfetto all’intersezione tra black power e movimenti femministi. Quando il produttore di Respect e capo della Atlantic Records Jerry Wexler fece ascoltare la versione di Aretha a Otis Redding, lui commentò: «Ho appena perso la mia canzone».

“Say It Loud — I’m Black and I’m Proud” James Brown (1968)

Pubblicizzato come «un messaggio da James Brown ai cittadini d’America», lo storico inno all’orgoglio nero e all’autodeterminazione firmato dal padrino del soul era così radicale che Brown decise di invitare un gruppo di bambini a cantare nel ritornello, sperando così che le loro graziose voci avrebbero reso meno minacciosa quella canzone politicamente molto schietta. I programmatori delle radio all’inizio furono restii a mandarla in onda, ma c’era modo di contenere il messaggio di Brown e la canzone raggiunse il primo posto nelle classifiche R&B. 

“Fortunate Son” Creedence Clearwater Revival (1969)

La guerra in Vietnam era al suo apice quando il frontman dei CCR John Fogerty scrisse questo rock furioso su quanto fosse ipocrita arruolare ragazzi della classe operaia per combattere una guerra voluta dai ricchi. «Per me quei soldati erano come fratelli», ha detto Fogerty, che era stato parte delle forze di riserva dell’esercito statunitense. Quando nel 2003 George W. Bush ha trascinato gli Stati Uniti nella Guerra in Iraq, Fogerty e Bruce Springsteen si sono esibiti in esilaranti versioni di Fortunate Son nella serie di concerti Vote for Change in supporto del candidato John Kerry.  

“Is It Because I’m Black” Syl Johnson (1969)

Sconvolto dal dolore per l’assassinio di Martin Luther King Jr., il cantante soul originario del Mississippi Syl Johnson ha rovesciato la sua disperazione in questo straziante lamento lungo sette minuti. “C’è qualcosa che mi tiene a freno, è perché sono nero?” canta, gettando sale su una ferita che non si è mai rimarginata. 

“Give Peace a Chance” Plastic Ono Band (1969)

John Lennon e Yoko Ono erano nel bel mezzo del loro secondo bed-in per la pace. Si trovavano in una stanza d’hotel a Montreal quando registrarono la canzone che divenne il singolo solista di debutto di John Lennon. «Nessuno hai mai dato alla pace una vera e propria chance», diceva l’ex Beatle. «Gandhi ci ha provato, e dopo di lui Martin Luther King, ma hanno sparato a entrambi».

“Whitey on the Moon” Gil Scott-Heron (1970)

Mentre l’America era impegnata a darsi pacche sulle spalle dopo l’allunaggio dell’Apollo, nel 1970 il poeta e attivista nero Gil Scott-Heron scrisse questa canzone-poesia che è poi diventata un classico. Si apre così: “Un topo ha morso mia sorella Nell / Mentre i bianchi erano sulla Luna / La faccia e le braccia le si sono gonfiati / mentre i bianchi erano sulla Luna”. È probabilmente una delle più acute denunce mai scritte sul privilegio bianco. 

“Ohio” Crosby, Stills, Nash & Young (1970)

«Stavamo parlando a nome della nostra generazione», ha detto a proposito di questa canzone Neil Young. Ispirato da una foto della sparatoria della Kent University pubblicata sulla rivista Life nel 1970, in cui quattro studenti furono colpiti a morte dalla Guardia Nazionale, Young buttò giù questo pezzo schietto e malinconico che, si dice, fece scoppiare in lacrime il collega David Crosby nello studio di registrazione.  

“War” Edwin Starr (1970)

Quando si tratta di grandi canzoni di protesta, usare mezzi termini non è quasi mai necessario. Ce lo dimostrano con la canzone War gli autori Motown Norman Whitfield e Barrett Strong. L’originale dei Temptations era più funk, ma Edwin Starr, cantante di riserva dell’etichetta, aggiunse un motto la cui forza e urgenza avrebbe portato la canzone al primo posto in classifica. E quel motto era il “Huh! What is it good for?” ormai conosciuto in tutto il mondo. 

“Big Yellow Taxi” Joni Mitchell (1970)

Durante un suo viaggio alle Hawaii, Joni Mitchell guardò fuori dalla finestra dell’hotel e vide il paradiso, nel vero senso della parola, ricoperto dal cemento per creare un parcheggio. Nasce così questo elegante pezzo ambientalista, dove ascoltiamo le parole “È l’ora di mettere via il DDT”. Nel 1972, l’Agenzia per la protezione ambientale americana la prese alla lettera e proibì l’uso di insetticidi chimici. 

“What’s Going On” Marvin Gaye (1971)

Il 15 maggio 1969 il governatore della California Ronald Reagan inviò centinaia di agenti di polizia per irrompere con la forza al People’s Park di Berkeley, una sorta di zona autonoma di giovani manifestanti. Mentre seguiva gli avvenimenti di Berkeley, Renaldo “Obie” Benson, il bassista dei Four Tops, ha avuto un’idea: ha cominciato a scrivere What’s Going On, che finirà insieme ad Al Cleveland della Motown e, infine, Marvin Gaye, che dopo aver ascoltato gli strazianti racconti del fratello veterano del Vietnam ha messo il suo senso di angoscia nel pezzo. La Motown inizialmente si rifiutò di pubblicare un pezzo così diretto e ambizioso, ma il successo della canzone segnò l’inizio di una nuova era di libertà per gli artisti dell’etichetta.  

“Impeach the President” The Honey Drippers (1973)

Gli Honey Drippers erano una band di ragazzi afroamericani delle superiori. Venivano dal Queens, New York, guidati da Roy C. Hammond, originario della Georgia. Quando nel 2019 il Congresso ha annunciato un’inchiesta di impeachment contro Donald Trump, le visualizzazioni del loro pezzo risalente all’epoca del Watergate sono aumentate del 1053 per cento. 

“You Haven’t Done Nothin'” Stevie Wonder (1974)

«Tutti ti promettono la Luna, ma alla fine non serve a niente», ha detto Stevie Wonder quando uscì You Haven’t Done Nothin’, una freccia funk scoccata contro la trascuratezza e l’apatia. Pubblicato due giorni prima delle dimissioni di Nixon, la canzone andò ad aggiungersi alla sua già lunga lista di numeri uno. 

“Them Belly Full (But We Hungry)” Bob Marley (1974)

Nel 1974 Bob Marley era già una star di fama internazionale, ma non aveva dimenticato le sue origini. Questo estratto dell’album Natty Dread riassume la volontà di Marley di trasmettere la voce del popolo in un sintetico avvertimento alla classe dirigente giamaicana e del mondo. Nel bridge, il cantante invita gli ascoltatori a dimenticare i problemi e ballare, facendo così della canzone un mezzo efficace per la sua denuncia sull’ineguaglianza economica.  

“Oh Bondage! Up Yours!” X-Ray Spex (1977)

Capitanati dalla sobillatrice somalo-britannica Poly Styrene e dal suo sorriso metallico, gli X-Ray Spex hanno infuocato la scena punk londinese con il loro richiamo alle armi contro il consumismo sessista e il suo ruolo nel rafforzamento dell’oppressione di genere. “Qualcuno pensa ancora che le ragazzine siano fatte per essere guardate e non ascoltate, ma io penso: fanculo le catene!”. La voce di Styrene che grida queste parole riechieggierà tra generazioni e generazioni di resistenza femminista. 

“(Sing If You’re) Glad to Be Gay” Tom Robinson Band (1978)

Dichiaratamente gay, il cantante new wave Tom Robinson affronta l’omofobia con questa canzone del 1978 sbarazzina e tagliente in cui racconta le violenze subite dagli amici per mano di aggressori omofobi e denuncia il comportamento della polizia e dei media. Nel ritornello incita a combattere l’oppressione con orgoglio LGBT: “Canta se sei felice di essere gay”.

“The Message” Grandmaster Flash and the Furious Five (1982)

Grandmaster Flash e i Furious Five ci hanno regalato questa sferzata di realismo urbano in un periodo in cui l’hip hop era solo musica da festa. Spietato ritratto della vita nei bassifondi durante l’era Reagan, The Message è la prova che il rap sa, per dirla con Flash, «parlare di tematiche sociali e dire la verità».

“Born to Die” MDC (1982)

Con Born To Die il gruppo texano MDC richiama l’attenzione sulla violenza dei naziskin ai concerti hardcore. “No war, no KKK, no fascist USA”, dice il testo. Decenni più tardi, lo slogan è stato utilizzato nei cortei anti-Trump con “No Trump” al posto di “no war”. Billie Joe Armstrong l’ha persino gridato agli American Music Awards del 2016. 

“Fuck tha Police” N.W.A. (1988)

Di questa canzone Ice Cube ha detto: «Ci abbiamo messo 400 anni a scriverla». Partendo dalla sua personale esperienza di ragazzino cresciuto a Los Angeles che ha dovuto affrontare il razzismo della polizia, Ice Cube crea questo dibattito/commedia in cui il giudice Dr. Dre passa ai posteri una sentenza che abbatterà le barriere temporali per arrivare fino alle attuali proteste di Black Lives Matter. 

“Fight the Power” Public Enemy (1989)

Riprendendo il ritornello del pezzo funk Fight the Power degli Isley Brothers del 1975 e attaccando istituzioni «assolutamente razziste», da Elvis ai servizi postali statunitensi, i Public Enemy ci hanno regalato uno dei più grandi successi rap a tema politico. Il video della canzone, diretto da Spike Lee e incentrato sulle proteste, è stato mandato in onda a ripetizione su MTV, portando così sotto gli occhi di tutti l’attivismo radicale nero.

“Killing in the Name” Rage Against the Machine (1991)

I Rage hanno fatto scatenare i fan sotto il palco con questo pezzo di denuncia contro i dipartimenti della polizia statunitense, ritraendoli come disgustosi terreni fertili per gruppi di suprematismo bianco come il KKK. Il risultato è così prorompente che persino i ricconi bianchi delle confraternite decisero di iniziare a leggere un po’ di Noam Chomsky.

“Feels Blind” Bikini Kill (1991)

Negli anni ’90 le guerriere riot grrrl hanno messo le basi per un’esplosione punk-femminista coniando lo slogan “Revolution Girl Style Now!”. Feels Blind è un esorcismo rock’n’roll delle Bikini Kill su cosa significa crescere da donne in un mondo misogino. Kathleen Hanna grida: “In quanto donna mi hanno sempre lasciato con la fame”. Parlando del pezzo, Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney ha detto: «È stata la prima volta che qualcuno ha messo nero su bianco il mio senso di alienazione». 

“Ride the Fence” The Coup (2001)

Per 25 anni, Boots Riley dei Coup è stata una delle voci più radicali dell’ hip hop. Ride The Fence si scaglia contro l’imperialismo, gli agenti dell’FBI, il dipartimento di immigrazione, i facinorosi ai cortei. Ma anche, tra mille altre cose, contro i drink annacquati che costano troppo. Non pretende nemmeno di essere uno slogan brillante: grazie al funk versione scuola di Oakland, il manifesto di Boots suona, per dirla con parole sue, «gioioso come evadere di prigione». 

“American Skin (41 Shots)” Bruce Springsteen (2001)

La toccante risposta del Boss al brutale assassinio di Amadou Diallo avvenuto nel 1999 per mano delle forze dell’ordine gli è valsa l’affettuoso appellativo di «sacco di merda» da parte del corpo della polizia. “Non è un segreto, puoi essere ucciso per il solo fatto di abitare la tua pelle americana”, canta Springsteen. Nel 2010 ha riportato in auge questa canzone in memoria di Trayvon Martin, quando il resto dell’America bianca iniziava ad aprire gli occhi e capire che le vite nere contano.   

“American Idiot” Green Day (2004)

Con questo pezzo di denuncia a colpi di power chord, i Green Day puntano il dito contro il miope nazionalismo e spezzano l’inquietante conformismo americano degli anni delle “freedom fries” e del Patriot Act per diventare il miglior pezzo rock di protesta di quel periodo. Armstrong ha detto a Rolling Stone: «Ci sono dei momenti in cui nessuno osa parlare di niente. Era proprio quello che stava accadendo prima della guerra in Iraq». 

“Alright” Kendrick Lamar (2015)

Pezzo cardine dell’introspettivo capolavoro rap To Pimp a Butterfly, questa canzone di Kendrick Lamar è diventata un moderno standard per i diritti civili da quando alle manifestazioni Black Lives Matter e ai raduni anti Trump ha iniziato a risuonare il suo ritornello: “We gon’ be alright!”. Emozionante e al contempo dolceamara, è stata persino paragonata a We Shall Overcome. Come ha detto Lamar: «Volevo affrontare il tema in modo edificante, ma aggressivo. Non volevo ci fosse vittimismo, volevo dire “noi siamo forti”».

“Freedom” Beyoncé feat. Kendrick Lamar (2016)

Quando ha calcato il palco dell’halftime del Super Bowl seguita una falange di donne nere in uniforme militare che rievocavano le Black Panthers, Beyoncé ha fatto una dichiarazione epocale. Il suo estremismo emancipato è stato espresso con pari potenza da Freedom, la sua canzone politica più avvincente che vede la collaborazione di Kendrick Lamar con un feroce assist: quando canta “I can’t move” non può non venirci in mente “I can’t breathe”, le ultime parole pronunciate da George Floyd prima di essere soffocato a morte dalla polizia.

“Mexican Chef” Xenia Rubinos (2016)

Quando pensiamo alla resistenza, pensiamo immediatamente alle manifestazioni in piazza. L’artista di origine cubane-portoricane Xenia Rubinos, invece, porta la resistenza dentro alle case e alle cucine americane. “Sono le persone di colore a portare in giro tuo figlio, a portare a spasso il tuo cane. Le persone di colore hanno cresciuto l’America al posto della madre”, canta in Mexican Chef, un pungente promemoria che, senza il faticoso lavoro delle persone di colore, gli Stati Uniti finirebbero per fermarsi. 

“Don’t Shoot” Shea Diamond (2019)

«Se camminavo in modo femminile mi urlavano dietro», racconta la cantante soul Shea Diamond ricordando com’è stato crescere in Michigan. Nella straordinaria Don’t Shoot, l’artista esplora l’alienazione e il terrore fisico che le donne nere trans troppo sono costrette a sopportare. Diamond canta della propria storia, inclusi gli anni passati in prigione per aver cercato di rapinare un negozio di liquori e avere i soldi necessari per finire l’intervento chirurgico di riassegnazione chirurgica del sesso.

“FTP” YG (2020)

Nel 2016, il rapper originario di Compton YG ha pubblicato FDT (acronimo di Fuck Donald Trump), che è diventata immediatamente un classico. Dopo la morte di George Floyd, ha cambiato il titolo in FTP, che altro non è che un aggiornamento della sempiterna Fuck Tha Police degli N.W.A. Insieme alla sua giusta rabbia, YG racconta di essere stanco di assistere a protesta dopo protesta, in un infinito susseguirsi di ingiustizie razziste. “Siamo stanchi, fanculo le scritte sui cartelli, dobbiamo scendere in campo”, dice a un certo punto, aggiungendo: “Sono stanco di essere stanco di essere stanco”.

“Black Lives Matter” Teejayx6 (2020)

Esempio perfetto della rapidità con cui la musica di protesta recepisce l’attualità nel 2020, Black Lives Matter del rapper di Detroit Teejayx6 è uscita pochi giorni dopo la morte di George Floyd accompagnata dall’hashtag #RIP GEORGEFLOYD e abbinata a un video che mostrava i momenti finali di Floyd e altri casi di brutalità della polizia contro gli afroamericani. “Un altro uomo nero è appena morto di fronte alla camera”, rappa. Poi aggiunge cupamente: “Non possiamo nemmeno usare i nostri martelli / Tutto ciò che possiamo dire è che le vite nere contano”.

“2020 Riots: How Many Times” Trey Songz (2020)

«So che non siete abituati a sentire questo messaggio uscire dalla mia bocca, ma io sono sempre stato così», ha scritto Trey Songz in un’introduzione a questa nuova canzone, realizzata nel mezzo delle attuali proteste. Il pezzo vede il cantante spostarsi dal sensuale R&B, suo cavallo di battaglia, verso un gospel che pone una serie di domande: “Quante madri devono piangere ancora? Quanti fratelli devono morire?”. Le risposte non possono che essere strazianti. 

“The Bigger Picture” Lil Baby (2020)

Diventato famoso per il suo stile di vita incastonato di diamanti, il super famoso rapper di Atlanta è riuscito a offrirci quella che potrebbe essere considerata la canzone di protesta simbolo del movimento Black Lives Matter dopo la morte di George Floyd. La rabbia, la paranoia, il dolore acquistano in The Bigger Picture una risonanza catartica dovuta al fatto che Lil Baby sembra affrontare il suo dolore in tempo reale, cercando di trovare le parole giuste per elaborare la violenza che divora il suo mondo: “Per me è folle che la polizia ti spari e pur sapendo che sei morto continua a dirti di non muoverti”. È la voce dell’America.

“I Can’t Breathe” H.E.R. (2020)

Con la sua apparizione nella serie di concerti su iHeartRadio Living Room, l’artista R&B emergente H.E.R. ha aperto la sua esibizione del 10 giugno con una nuova canzone, I Can’t Breathe, che ha introdotto dicendo: «Queste parole sono state abbastanza facili da scrivere perché vengono da una conversazione su ciò che sta accadendo in questo momento e dal cambiamento che abbiamo bisogno di vedere. Penso che la musica sia un mezzo potente quando c’è in ballo il cambiamento e quando si tratta di lenire le ferite, ed è per questo che ho scritto questa canzone, per lasciare un segno nella storia». Ha quindi attaccato un blues acustico intimo e addolorato, con H.E.R. accompagnata solo da organo e chitarra elettrica. “Prega per il cambiamento perché il dolore ti rende debole,” canta. “Tutti i nomi che rifiuti di ricordare / Per qualcuno erano il fratello, l’amico / o figlio di una madre che piange / Non riesco a respirare, mi stai togliendo la vita”.