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Ormai abbiamo nostalgia di tutto, anche del Festivalbar

Canzonacce, playback, imbarazzo. Ma anche grandi ospiti e bei momenti pop. Per anni è stato lo specchio del mainstream. Ecco perché la gente continua a parlarne e Mediaset Extra trasmette le repliche

Piero Pelù al Festivalbar '97

Foto: Rino Petrosino/Mondadori via Getty Images

L’ultima edizione del Festivalbar è andata in onda nel 2007 (aveva debuttato nel 1964, per premiare le canzoni più ascoltate nei juke-box, ed era poi passato a premiare i brani più trasmessi in generale sui media italiani). In un’epoca pre-YouTube e pre-streaming, in cui la radio era ancora centrale, le occasioni per vedere la musica sulla tv generalista erano pochissime e i dischi si dovevano ancora comprare, quella maratona televisiva itinerante e gratuita che culminava nella finalissima all’Arena di Verona era un appuntamento imperdibile per le estati degli italiani. E le sue compilation, rigorosamente in versione rossa e blu, schizzavano subito in testa alle classifiche stagionali.

Nonostante tutti i programmi che hanno provato a riempire il vuoto lasciato dalla kermesse, però, pare che nessuno si sia ancora rassegnato alla sua scomparsa dai palinsesti e dalle piazze. Lo dimostrano le numerose repliche che andranno avanti per tutta l’estate su Mediaset Extra, nonché le decine di affollatissimi gruppi Facebook che ne chiedono a gran voce il ritorno. Nell’attesa di un possibile revival, si spera senza distanziamento sociale e mascherine, vogliamo ricordare – con grande affetto, sia chiaro – alcuni dei momenti più memorabili, curiosi o fallimentari.

Le glorie: i grandi ospiti internazionali


Ben lungi dall’essere una manifestazione locale o puramente pop, negli anni il Festivalbar ha ospitato la crème della musica internazionale. In primis Kate Bush, che nel 1978, al suo esordio con l’indimenticabile Wuthering Heights, vince con una performance estremamente coreografica. Rimane negli annali anche il passaggio dei New Order, un po’ spaesati dal contesto molto poco new wave, tant’è che quell’anno, il 1993, trionfa il nazionalpopolare Raf con la sua Battito animale. Va meglio ai Depeche Mode, che nel 1987 si presentano sul palco con una doppia performance di Never Let Me Down Again e Strangelove: raggiungono nel giro di breve il successo anche nel nostro Paese, ma non si aggiudicarono la vittoria. Stessa sorte per Alanis Morrissette: nel 1996, fresca di debutto con l’album-rivelazione Jagged Little Pills, delizia il pubblico con il singolo You Learn, diventando una star anche da noi e un’habitué del Festivalbar, dove torna anche nel 2002 e nel 2004. Al contrario, i Red Hot Chili Peppers nel 1999 sono già primi in classifica da un bel pezzo anche in Italia quando arrivano alla finale dell’Arena di Verona, applauditissimi con la loro Scar Tissue. E anche loro fanno il bis nel 2002. Nel 2003 è il turno di 50 Cent di fare la sua comparsata all’Arena con la hit In Da Club. Non si fa scomporre dal pubblico praticamente immobile, né dal bizzarro signore in camicia e cravatta che improvvisa una sorta di balletto in stile El Pollo Loco (andate al minuto 1’40” del video e godetevelo insieme a noi): un’impresa degna del miglior Eminem a Sanremo.

Gli anni d’oro dei teen idol


Gli anni a cavallo del nuovo millennio saranno ricordati soprattutto per la (ri)nascita della musica per teenager: una massa di gruppi e singoli artisti più o meno costruiti a tavolino si riversano nelle classifiche di mezzo mondo. I due ensemble più importanti, ovvero le Spice Girls e i Take That, disertano entrambi il Festivalbar, ma i primi fuoriusciti dal gruppo non mancano di approdare su quel palco per presentare i loro singoli solisti: Geri Halliwell nel 1999 con Look at Me e Robbie Williams nel 2003, con Come Undone e Something Beautiful. La performance di Robbie passerà alla storia soprattutto per aver sleccazzato la guancia di una fan dietro le transenne e per la conseguente battuta giusto un filo ambigua dell’allora presentatore Marco Maccarini («Chissà quante fan ha leccato finora»). Altrettanto hot, almeno per gli standard dell’epoca, l’esibizione delle russe Tatu nel 2003: la loro canzone All the Things She Said è dedicata all’amore lesbico e le due cantanti approfittano del bridge strumentale per lasciarsi andare a un appassionato – e orchestratissimo – limone sul palco, cosa che fa scandalo in quanto per alcuni non è concepibile trasmettere quel tipo di scena in un programma di prima serata e per tutta la famiglia. Altrettanto attese, ma un po’ più cringe, le comparsate dei Backstreet Boys e di Britney Spears, entrambe del 1999. Nel primo caso, il gruppo dimostra di non avere ben presente che lingua si parla da noi e saluta il pubblico con un caloroso «¿Cómo estás, Italia?»; nel secondo, Britney sembra bloccata da una sorta di colpo della strega e accenna appena alle coreografie ammiccanti che l’hanno resa famosa in tutto il mondo.

Gioie e dolori del playback


Fino ai primi anni ’00, è obbligatorio esibirsi in playback per i cantanti che presentano le loro canzoni al Festivalbar. La maggior parte degli artisti regge il gioco, ma alcuni proprio non ci stanno. Il primo a mettere in scena una protesta plateale è Gianluca Grignani, che nel 1995, all’apice del suo successo dopo Destinazione Paradiso, entra in scena col microfono in tasca e le labbra serrate mentre in sottofondo scorre la traccia del suo singolo Falco a metà. Lui corre avanti e indietro tra il palco e il pubblico, che però non sempre apprezza e gli tira addosso di tutto, dai peluche delle fan a una biglia che lo colpisce vicino all’occhio, facendogli male. Indispettito dalla situazione, se ne va poco prima che il brano finisca, si chiude in camerino e rifiuta di ritirare il premio che ha vinto, come racconterà nella sua autobiografia La mia storia tra le dita. Ironia della sorte, al posto suo vengono premiati gli 883 con Tieni il tempo: sul fatto che fossero in playback ci sono pochi dubbi, considerando che le due coriste dell’epoca, Paola e Chiara Iezzi – sì, quelle Paola e Chiara – suonano la prima il flauto traverso e la seconda il sassofono. Nel 1999, poi, a portare avanti la gloriosa tradizione delle proteste anti-playback sono Elio e le Storie Tese: arrivati a metà del loro brano, Discomusic, si immobilizzano completamente, restando fermi e rigidi come manichini mentre la traccia pre-registrata continua ad andare avanti come se nulla fosse. Alla fine vengono portati via di peso dai loro roadie.

Premiazioni con sorpresa

Raramente le premiazioni del Festivalbar sono state memorabili, per un motivo molto semplice: essendo il vincitore il più ascoltato dell’estate, era sempre facilmente prevedibile chi sarebbe stato ad aggiudicarsi il primo posto. Alcune, però, sono rimaste nell’immaginario collettivo per motivi non strettamente musicali. Come quella di Tiziano Ferro nel 2002, che all’annuncio della vittoria scoppia a piangere: «Fino all’anno scorso lo guardavo in televisione, è pazzesco», esclama mentre i fan si commuovono con lui. Nel 2003 a vincere è Eros Ramazzotti con Un’emozione per sempre: l’anno prima si è separato da Michelle Hunziker, che quell’anno conduce la kermesse, e quando i due si scambiano un rigido bacio sulla guancia, la folla esplode in un urlo scatenato di gioia, con profondo imbarazzo di entrambi. Imbarazzo che aumenta ulteriormente quando Eros dedica il premio «a chi mi vuole bene, alla mia bambina e a mia mamma», ignorando Michelle. Ma facendo la felicità dei fotografi in prima fila.