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Fedez: «Scena Unita non è elemosina, vogliamo investire in nuovi progetti»

Un fondo per offrire sostegno economico, attività formativa, finanziamento di idee innovative: i soldi li mettono aziende e personalità dello spettacolo. Sono stati raccolti 2 milioni di euro e non bastano

Fedez allo Stadio di San Siro nel 2018

Foto: Jacopo Raule/Getty Images

Un fondo per sostenere economicamente i lavoratori della musica, per organizzare attività formativa, per finanziare progetti in grado di generare occasioni di lavoro. È stato presentato oggi con una conferenza stampa online Scena Unita, l’iniziativa che mette assieme una settantina di personalità della musica e non solo per sostenere i lavoratori che operano nel mondo della musica in crisi e mettere a punto una strategia complessiva per far ripartire il settore. S’intravede, anche se solo abbozzata, l’idea di usare la crisi per affrontare problemi storici del mondo della musica e immaginarne una riforma complessiva.

Poco più di due settimane fa Fedez aveva annunciato l’intenzione di impegnarsi in un progetto concreto: «Sento che è arrivato il momento di rimboccarmi le maniche. Fa male vedere tutto questo, e se c’è anche una piccola opportunità di essere d’aiuto voglio fare la mia parte senza stare a guardare». Il cantante è uno dei promotori di Scena Unita, ma non l’unico. «Non è una mia iniziativa», spiega, «non ci sono né portavoce, né capigruppo. È fondamentale raccontarlo come un atto collettivo. È nato in modo spontaneo dall’idea che gli artisti abbiano una responsabilità sociale».

Nato in relazione alle imprese che operano in modo da coniugare la ricerca del profitto con l’attenzione all’ambiente e alla società, nel caso degli artisti l’espressione responsabilità sociale significa operare in tempo di crisi, e non solo, facendosi carico anche della sorte di chi lavora con loro. «Scena Unita» spiega Fedez «ha due anime: dare un aiuto e investire a fondo perduto su progetti per far lavorare le persone. Non è elemosina. È un atto dovuto da parte di noi artisti. Ha una triplice valenza: distendere un clima che è sempre più divisivo; recuperare fondi per i lavoratori; mappare il mondo del lavoro nella musica e nello spettacolo partendo dai lavoratori stessi». Quest’ultimo punto è spesso sottovalutato, ma è importante. La mancanza di una mappatura precisa di un mondo che è per sua natura molto variegato, con professionalità diverse e prestate a vario titolo, impedisce di implementare politiche efficaci.

Per raggiungere gli obiettivi del fondo servono naturalmente ingenti risorse economiche. Secondo Fedez, «non avrebbe avuto senso chiedere aiuto agli italiani che si sono già spesi generosamente». E quindi tocca gli artisti «che aderiscono non limitandosi a metterci l’immagine, hanno tutti fatto una donazione, una cosa importante anche a livello simbolico. Gli artisti escono dalle loro torri d’avorio per rimboccarsi le maniche».

All’iniziativa, che ha il patrocinio del Ministero per i beni e delle attività culturali e per il turismo, hanno già aderito una settantina di personalità della musica e dello spettacolo fra cui Achille Lauro, Brunori Sas, Calcutta, Caparezza, Claudio Baglioni, Coez, Colapesce, Elisa, Emma, Ghali, Gianna Nannini, Gianni Morandi, Hell Raton, J-Ax, Levante, Lo Stato Sociale, Manuel Agnelli, Motta, Nitro, Shade, the Supreme, Tommaso Paradiso, ma anche Maria De Filippi e Paolo Bonolis, perché i lavoratori della musica operano anche in altri mondi e chi fa il fonico di Fedez magari lavora anche per la tv. «È un contributo concreto alle persone che lavorano con noi, per non lasciare indietro chi ha contribuito alla nostra crescita», ha detto Achille Lauro. «Come ha scritto Calcutta postando una foto dei suoi collaboratori: io sono loro. E poi le radici di questo Paese affondano nei teatri, nei musei, nella musica. È nostro dovere tutelarli. Bisogna ricostruire il mercato partendo dagli artisti e da chi lavora con loro».

In due settimane il fondo ha raccolto due milioni di euro. I più generosi sono i più forti: un milione è stato donato da Amazon Prime Video, mentre Banca Intesa ha partecipato con 250 mila euro e darà vita a un grande evento in streaming. Patrizia Gattoni di Cesvi, la fondazione bergamasca che con Musica che Gira e Music Innovation Hub è parte attiva dell’iniziativa, ha illustrato come verranno ripartiti i fondi, allocati tramite bandi che verranno messi a punto in un secondo tempo: il 50% andrà a sostegno dei lavoratori attraverso l’erogazione di contributi a fondo perduto; il 25% andrà ad attività formative per i lavoratori; il rimanente 25% a supporto di progetti ideati da realtà profit e no profit in grado di generare occasioni di lavoro. L’allocazione sarà decisa da un comitato tecnico-scientifico che comprende fondazioni e docenti universitari.

Scena Unita non è la prima iniziativa post Covid che unisce gli artisti italiani (lo abbiamo raccontato in questo articolo). «Si parlava di creare un sindacato già con Modugno e Claudio Villa», dice Gianni Morandi. «Sento che ha preso finalmente corpo un’idea di collettivo che superi gli individualismi». Manuel Agnelli spiega che «il percorso di riforma del mondo della musica è iniziato tempo fa. È un momento unico: non c’è mai stato un’unità di intenti così grande. C’è la consapevolezza che esiste mondo economico e professionale che genera ricchezza in modo diretto e nell’indotto, che ci sono professionalità di altissimo livello e che come in ogni altro settore anche in quello della musica c’è il diritto al lavoro. Se non ci fosse stata la seconda ondata ci sarebbero stati gli Stati Generali della Musica con il Mibact, per discutere assieme una riforma legislativa».

Dino Lupelli di Music Innovation Hub la vede anche come un’opportunità di innovazione. «Dobbiamo unire responsabilità e innovazione e far crescere il mercato della musica italiano, che vale quanto quello olandese e una frazione di quelli francese e tedesco. È un obiettivo di medio-lungo periodo che vedo per la prima volta possibile: gli artisti sono finalmente consapevoli, la filiera ha capito che rischia di scomparire, dobbiamo dotarci di mezzi per rendere l’industria musicale non fragile e orientata alla crescita. Altre industrie l’hanno fatto partendo dal basso, non da una iniziativa del legislatore».

«Spero che questa iniziativa sia d’ispirazione anche ad altri settori», dice Calcutta. «Può essere salvifica per tante realtà». Intanto ci sono i due milioni raccolti in due settimane. Sono un’ottima notizia, ma non bastano. Affinché il fondo abbia un impatto su una massa di lavoratori come quelli della musica la cifra da raccogliere è molto più alta (si può contribuire qui). Ecco perché Fedez lancia un appello: «Artisti e aziende, partecipate al fondo».

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