Fatti come cammelli: Mauro Pagani racconta l’avventura della PFM in Inghilterra | Rolling Stone Italia
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Fatti come cammelli: Mauro Pagani racconta l’avventura della PFM in Inghilterra

In un estratto dall’autobiografia ‘Nove vite e dieci blues’, che uscirà il 21 settembre per Bompiani, Pagani racconta la prima trasferta in Inghilterra: il blunt roller di Greg Lake e le canne che ti mettono «in braccio a Cristo», ma anche i concerti in locali malmessi, la necessità di contare solo sulle proprie forze, i contestatori e un alleato che diventa nemico

Mauro Pagani dal vivo con la PFM a Reading nel 1973

Foto: Fin Costello/Redferns

Dopo l’uscita di Per un amico, Franco Mamone, nostro manager, che tra gli altri aveva anche organizzato il concerto di Emerson, Lake & Palmer, quando seppe che proprio loro stavano per fondare un’etichetta discografica regalò a Greg Lake una copia dei nostri due album.

Poco dopo arrivò una chiamata da Londra: “I ragazzi ci interessano. Possiamo organizzare un appuntamento? E soprattutto sentirli dal vivo?” L’occasione ideale per conoscerci si presentò di lì a poco. Il 20 dicembre 1972 suonavamo a Roma, al PalaEur, in un concerto di presentazione per stampa e pubblico del nuovo disco. Greg fu entusiasta e addirittura salì sul palco con noi per una jam session. Poche settimane dopo firmammo il contratto che regolava i rapporti tra noi, la Numero Uno e la Manticore, l’etichetta di Emerson, Lake & Palmer. Controllammo? Leggemmo e rileggemmo? Traducemmo per bene ogni parola? Forse. O forse qualcuno lo fece per noi. Alla fine, però, ci fidammo e basta. Era la prima volta che una rock band italiana veniva pubblicata da un’etichetta inglese, e da questa distribuita nel mondo. Un sogno cullato per anni che si stava realizzando sul serio.

Tutto cominciò nel migliore dei modi. Ci sentivamo coccolati, difesi, tutelati. Iniziammo a credere di aver trovato una nuova, bellissima casa in quel di Londra, ma affacciata sul mondo. A distanza di pochi mesi ci rendemmo conto di quanto ci sbagliavamo: perché quella non era assolutamente casa nostra, ma casa di Emerson e soci, nata e costruita per soddisfare esigenze, bisogni e capricci di una delle prog band più famose del mondo in quegli anni. Ma di questo parleremo più avanti.

Per la firma del contratto veniamo invitati a Londra. Siamo curiosi ed emozionati: è la nostra prima volta nella città dove è nato tutto ciò che ha ubriacato i nostri sogni di adolescenti. Ci viene a prendere una Rolls-Royce Silver Shadow guidata da un burbero roadie con una chioma lunga fino a metà schiena e un feroce accento cockney. Destinazione: casa di Greg, nel quartiere di Kensington, dove ci attende un’affettuosa e rumorosa festa di benvenuto. Lungo la strada ci guardiamo attorno come bambini in gita: la città è enorme, piena di gente di ogni etnia e colore, chiassosa, bellissima. Dopo i convenevoli di rito entriamo nel grande salone dove i ragazzi della Manticore e un considerevole numero di amici ci stanno aspettando. Greg, sorridente e di buon umore, è seduto su una specie di trono principesco simil-medievale; accucciato accanto a lui un ragazzo giapponese, composto e ben vestito, ha l’unico compito di rollare canne e portare alla temperatura giusta cognac e sakè. In segno di benvenuto ci offre il joint che ha appena finito di rollare, un torcione di dimensioni notevoli. La regola a cui ci attenevamo scrupolosamente in Italia – “niente canne in pubblico, troppo pericoloso” – finisce subito nel dimenticatoio. In fondo siamo in territorio neutrale, pensiamo, e poi non sembra carino rifiutare. Nel giro di poco siamo più o meno tutti fatti come cammelli. A un certo punto ci accorgiamo che di uno dei nostri (di cui, per omertà, non svelerò il nome) non c’è più traccia. Cerca e ricerca, lo troviamo in bagno, dove alla domanda “Oh, come va?”, una vocina flebile risponde: “Sto ’n bracci’a Cristo.”

Dopo un breve giro di concerti italiani, a gennaio tornammo a Londra, dove la Manticore aveva prenotato i Command Studios di Piccadilly per registrare Photos of Ghosts, la versione inglese dei migliori pezzi di Storia di un minuto e di Per un amico. Produttore e autore dei testi inglesi era Pete Sinfield, già membro dei King Crimson, autore delle liriche del loro capolavoro In the Court of the Crimson King e allora produttore dei Roxy Music. Qualcuno della Manticore mi aveva comunicato con garbo che Pete avrebbe preferito sentirsi libero dall’obbligo di tradurre i testi italiani originali, e che era sua intenzione scriverne invece di nuovi, più affini al suo stile e alla sua sensibilità. Io ne fui contento, quasi sollevato. Ai testi di Storia di un minuto mi sentivo legato, meno a quelli di Per un amico: non ne ero mai stato del tutto soddisfatto, con l’eccezione del Banchetto, che fu l’unico brano dell’intero album a rimanere in italiano. Lo presi per un colpo di fortuna. Certo, qualcosa della nostra identità originale si perse per strada, d’altronde eravamo in rotta per il mondo.

I Command Studios erano belli e ben attrezzati, anche se un po’ strani, ospitati all’interno di un palazzo gigantesco e semideserto. L’unico altro posto interessante nell’edificio era un secondo studio, due piani più in alto. Quando scoprii che ci stavano registrando i King Crimson, alla prima occasione infilai le scale e cominciai a salire in silenzio.

Arrivato quasi in cima vengo travolto da una cascata di suoni che svolazzano misteriosi nell’aria attraverso una grande porta imbottita. Suoni bellissimi e soprattutto diversi da tutto ciò che mi sarei aspettato di sentire. Quando il brano finisce rimango immobile per un po’, poi mi faccio coraggio, busso ed entro. I King Crimson sono tutti lì, seduti uno di fianco all’altro di fronte a un grosso mixer. Mi guardano incuriositi, e forse anche un po’ infastiditi. Io chiedo scusa, mi presento e provo a spiegare, soprattutto a Robert Fripp, che sedeva naturalmente al centro, quanto stimi il suo lavoro e quanto sia stato importante per me. Lui mi ringrazia sbrigativo e poi, senza più proferire verbo, ricomincia a scribacchiare qualcosa sul quadernetto appoggiato sul mixer. Capisco che è ora di sparire. Mi chiudo la porta alle spalle, e dopo qualche secondo sento la musica ripartire: stesso brano, stesso incantato stupore. Mi fermo, mi siedo su un gradino e lo riascolto tutto. Quando dopo qualche mese uscì Larks’ Tongues in Aspic corsi a comprarlo. Appena la puntina partì riconobbi all’istante la scintillante colonna sonora di quel magico pomeriggio di gennaio.

Il mese londinese volò via in fretta: ci godemmo la città, ci rimpinzammo di cibo indiano, girammo ogni quartiere del centro, compatibilmente con gli impegni di studio. Battemmo tutta Carnaby Street e soprattutto Kings Road, tempio della nuova moda per giovinastri, alla ricerca di scarpe, giacche, magliette e quant’altro. Ma riempimmo le valigie anche di vecchie teiere, rasoi di Sheffield, saponi da barba alla rosa, pennelli in morbido pelo di tasso, monete, mostrine, divise e medaglie: simboli e ricordi di un impero ormai in svendita, reso obsoleto dal tempo, dal progresso e soprattutto dalla gravissima crisi economica che stava strangolando l’intero paese. Un’Inghilterra a suo modo inimitabile, ancora abituata a vedere il resto del mondo adeguarsi ai suoi codici e al suo volere, geneticamente refrattaria ai cambiamenti e alla convivenza: come ancora oggi, in tempi di Brexit, dimostra di essere.

Emerson, Lake & Palmer avevano affittato un cinema vicino alla stazione della metro di Fulham Broadway, e lì tenevano tutta la loro attrezzatura: impianto, amplificatori e strumenti occupavano il palco. Le poltrone della platea erano state eliminate per far posto a bauli e flight case di ogni sorta e dimensione. Della struttura originale erano rimaste solo le poche file di poltrone della galleria, dove di solito venivano fatti sedere gli ospiti occasionali o gli addetti ai lavori che venivano invitati ad assistere alle prove. Lì la Manticore decise di organizzare il nostro concerto di presentazione alla stampa specializzata. Un centinaio di giornalisti stipati in galleria, curiosi e attenti, ci ascoltarono in rispettoso silenzio e alla fine ci applaudirono calorosamente. Gli organizzatori avevano avuto un’idea bella ed efficace: avevano collegato galleria e palco con alcuni teli di paracadute che, coprendo il casino di casse, bauli e attrezzature ammassati in platea, avvicinavano in maniera suggestiva noi e il pubblico seduto là in alto. Le recensioni furono positive, in alcuni casi addirittura entusiaste, così come tutte quelle che riferirono dei concerti della nostra tournée inglese.

Quella fu la prima di quattro, l’ultima nel 1975, ognuna di almeno una ventina di date. Ci siamo sempre divertiti nonostante le location dei concerti non fossero tutte delle migliori. Ci capitava infatti di esibirci in luoghi unici per originalità e bellezza – penso al Rainbow, meraviglioso e surreale tempio del nuovo rock britannico, o alla Royal Albert Hall – ma anche in teatri e locali sciatti, malmessi e antiquati, se paragonati a quelli in cui avevamo suonato nel resto d’Europa; persino a quelli del tanto vituperato circuito italiano, che ogni tanto, lo confesso, rimpiangevamo, stufi di camerini bui e inospitali, puzzolenti di birra rovesciata sulla moquette logora.

In ogni caso scoprimmo che la stampa britannica, al di là di qualche rarissima eccezione, ci amava e ci stimava. Cosa sorprendente, in un paese così nazionalista e assai poco esterofilo. Soprattutto parlando di rock, del quale gli inglesi si ritenevano giustamente i migliori interpreti insieme agli americani. Forse perché stavolta si parlava di progressive, un genere nato sì in Inghilterra, ma con caratteristiche profondamente europee, intriso di cultura classica e popolare. Terreno di crescita familiare, quindi, anche per noi italiani.

Agli inizi del 1973 il disco Photos of Ghosts cominciò a scalare le classifiche in UK. Eravamo tutti raggianti, discografici compresi. Poi di colpo il disco scomparve dalle classifiche e per un po’ nessuno della Manticore si fece più vivo. Anni dopo scoprimmo perché. Emerson, Lake & Palmer avevano firmato in quei giorni il nuovo contratto di distribuzione della Manticore – che ovviamente includeva noi e il nostro futuro – con Warner Bros., rompendo, tra l’altro per pochi soldi di differenza, l’accordo in essere con la Island, che fino a quel momento aveva stampato, promosso e assai bene distribuito l’album. Stampare di nuovo con Warner sarebbe risultato costoso e difficile, sarebbero serviti mesi per far ripartire il tutto per bene. Così quello che avrebbe dovuto essere il nostro alleato più fidato si trasformò a nostra insaputa nel nostro peggior nemico, e noi perdemmo la nostra grande occasione. Che, come capita con le grandi occasioni, non si ripresentò più.

Per fortuna la vita del gruppo girava e rombava come una rumorosa, costosa, ma perfetta macchina da guerra. Con la testardaggine e la prudenza tipica degli artigiani e dei contadini ci ripromettemmo di contare solo su noi stessi. Solo di noi ci potevamo fidare.

Primo problema: attrezzature e impianti. Già durante il primo tour inglese ci eravamo resi conto che i sistemi PA (cioè i Public Address System, gli impianti di amplificazione da concerto) di produzione italiana che avevamo usato fino a quel momento, per quanto di ottima qualità, erano figli di una tecnologia ormai obsoleta. Più che sufficienti per le sale da ballo o le feste di piazza, erano invece del tutto inadatti a soddisfare i bisogni di una realtà nuova, fatta di volumi, dimensioni e universi sonori fino a qualche anno prima sconosciuti e inimmaginabili. Chiedemmo consiglio a qualche buon amico inglese e nel giro di poco facemmo il grande salto: comprammo un meraviglioso e costosissimo Midas Martin, il miglior impianto reperibile in Europa in quegli anni. Fu subito chiaro però che da noi era difficile, se non impossibile, trovare fonici e tecnici in grado di montarlo, tararlo e regolarlo al meglio. Bisognava assumere dei capisquadra, capaci di crescere allievi e maestranze specializzate. E così facemmo, assoldando roadies inglesi carissimi ma molto competenti. Mancava solo la logistica: non potevamo certo caricare e scaricare ogni volta tutto su mezzi di trasporto inadeguati. Così comprammo anche un tir, blu, enorme, usato ma in ottime condizioni, che portasse a destinazione, oltre all’impianto luci, fari, organi, pianoforti, batterie, percussioni, casse, testate e strumenti di ogni tipo: tutto quanto serviva, insomma, a una band prog all’altezza di quegli anni. Naturalmente i costi di gestione aumentarono a dismisura. Così strutturammo la nostra società in modo che fosse in grado di farsi carico di tutto: stabilimmo uno stipendio mensile per ciascuno di noi, mentre il resto veniva divorato dalla Macchina da Guerra. Bisognava poi considerare anche i costi delle tournée estere: promozionali, e quindi senza incassi o talvolta in perdita all’inizio, ad alto costo e a basso reddito più avanti.

Per fortuna riuscimmo a fare tutto contando solo sulle nostre forze. Nel corso degli anni ho sentito troppe storie di musicisti di ogni parte del mondo indebitatisi all’inizio della loro carriera e costretti poi per anni, a causa di contratti capestro ingenuamente firmati con i loro manager, ad andare a suonare dovunque e con chiunque, senza possibilità di obiettare alcunché. Noi invece ci siamo sempre sentiti liberi. Certo, sono stati periodi duri, sia per l’inadeguatezza strutturale – di fatto era impossibile noleggiare attrezzature davvero all’altezza, l’intero sistema si sarebbe adeguato anni dopo, facendo anche tesoro della nostra esperienza e della nostra storia personale – sia perché, nonostante lavorassimo tanto, per artisti come noi era difficile far quadrare i conti. Non dimentichiamo che erano gli anni in cui chi viveva di musica, considerata anche giustamente un bene a cui tutti dovevano poter accedere, faticava spesso a vedersi riconosciuto il diritto di ricevere il benché minimo compenso e, quando si aveva a che fare con le frange più estremiste della contestazione, il benché minimo rimborso spese. Tutto era dovuto e basta, spesso chiesto e a volte addirittura imposto da gente in lotta (in alcuni casi doverosa e sacrosanta) contro ogni forma di sfruttamento del lavoro. Del lavoro di chiunque, ma non di quello dei musicisti, già ricompensati a sufficienza dall’invidiabile e onnicomprensivo privilegio di deliziare le masse. “Vi applaudiamo? Cara grazia: basta e avanza,” mi disse un giorno uno di quei contestatori con cui, dopo qualche sasso tiratoci da bordo palco, avevo cercato di dialogare.

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