Esa e Masito ci ricordano che l’hip hop è anche arte grafica | Rolling Stone Italia
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Esa e Masito ci ricordano che l’hip hop è anche arte grafica

Uno era negli Otierre, l'altro nei Colle der Formento, uno immagina 'Facciacce', l'altro dipinge strane creature. Inaugurano a Roma la doppia personale 'Characters'. La racconta a Rolling uno dei writer che più ha segnato la scena della capitale a fine anni '90

Esa e Masito

Foto: Esa (1)/Stefano Bruni (2)

«Faccio mille pensieri che forse era meglio ieri». Il pezzo è Guilty, 1999. A rappare è uno dei due fondatori dei Colle Der Fomento Masito, detto anche La Beffa, nato Massimo Piluzzi. Nostalgia. Pagine bianche. Il nome del mixtape è Skills nelle mani, di Dj Fester, e non è ancora arrivato il 2000. «Chi vivrà vedrà e ne vedrà delle belle». Un gigante nella storia dell’underground in Italia. «Pensieri chilometrici, scritti col sangue».

Di skills nelle mani il Masito ne ha parecchie, e in quegli anni lo si legge sui treni e sui muri del Tufello e di tutta la città sotto il nome di Iemz, della crew Rome Zoo. La sua “I”, che nel tempo diventa una testa con un unico occhio, passa già allora dal lettering a qualcosa di diverso, di più evoluto. Sembra prendere una vita propria. La pancia di quella “I” a volte ha anche delle braccia, un forcone e delle teste piramidali che ricordano simboli massonici. Rispetto alla scuola dei tag one line romani (i più semplici) a cui appartiene, cerca già di dirci qualcosa in più.

In quegli anni la capitale è Odio pieno, come il titolo di un leggendario album dei Colle. Strade, North Face e bombing. La scena hip hop è rabbiosa, violenta e ribelle. Ma con stile. Anche a Milano intanto è Lotta armata. Fin dal 1997, il vento fresco che suona dal Nord è quello degli Otierre (e poi della Gente Guasta): «Una realtà devastata più dei treni in Cadorna», ci racconta Esa, El Prez, all’anagrafe Francesco Cellamaro, che di entrambi i gruppi è il fondatore. La voce più grossa è la sua. Una voce roca e inconfondibile, lo stile e il flow più fresco, quasi futuristico per i tempi. Gli occhiali da snowboard in testa anticipano di vent’anni la parata di J. R. Smith a Cleveland. Il loro rap rappresenta le quattro discipline dell’hip hop e ci racconta di una realtà nuova e sempre in movimento: «Anche se per te non funziona e non è della tua zona, rispettane l’aroma». Il clash definitivo tra Colle Der Fomento e Gente Guasta è ne I solidi sospetti. Roma-Milano, 2000.

Ventidue anni dopo, le loro personalità si raccontano diverse ma complementari. Ancora due giganti. Questa volta però il lungo silenzio che ha fermato la musica durante tutto il lockdown e la pandemia li ha riportati verso le arti grafiche. Insieme. Due anni di lavoro e di ricerca, che dopo lunghi esperimenti (anche a quattro mani) li hanno spinti a scoprire dei nuovi personaggi. Nuove opere prodotte individualmente. Da un’idea di Giuseppe Pizzuto nasce Characters, la prima doppia personale di Masito e di Esa, che aprirà oggi nella galleria Wunderkammern a Roma.

«Esa come me è in questo mondo da trent’anni. Ha dipinto in tutta Europa, anche a New York», racconta Masito. «Ci siamo incontrati durante la pandemia nella sede della galleria Wundekammern a Torpignattara, e abbiamo dipinto per quattro giorni utilizzando qualsiasi tipo di tecnica. Abbiamo caratteri diversi: io sono più rigido, quasi maniacale. Lui è più colorato, istintivo, produce anche sei opere in un pomeriggio. Alla fine la cosa che ci rappresentava meglio era un percorso parallelo personale. Per questo nasce Characters». La loro è una passione comune che va avanti dagli anni ’90. «Io ho iniziato intorno al 2000 a dipingere su tela. Sono partito da nuvole, bubble e calligrafia. Durante tutto il lockdown ho portato avanti una ricerca da autodidatta usando cere, oli, acquarelli. Ho speso anche tanti soldi per farlo».

Il lavoro di Masito si sviluppa e produce tre serie diverse fra di loro, ognuna con una propria identità. La prima è una ricerca di lettering e titoli di canzoni, dal nome Not a Love Song. «Ho usato titoli forti, non scontati, pensando più alle parole che al genere. Per farli ho utilizzato i colori dello spettro di base e le forme geometriche classiche. La prima che ho realizzato è per tutte le persone che abbiamo perso durante l’inizio della pandemia. Il titolo, Will Meet Again, sta a indicare proprio questo». Il risultato, graficamente, è un incastro di lettere e spazi perfetti. «Andando avanti ho iniziato a lavorare liberamente su carta, creando delle figure e dei personaggi con una vita propria».

Si arriva così all’evoluzione partita dall’occhio dei primi anni ’00 fino a creare una serie di creature immaginarie con una vita propria: i Sideralis. «Vivono su altri pianeti». Guardandoli penso subito a Philip Dick. «Ho tutti i suoi libri», mi conferma Masito. Penso a Follia per sette clan e chiedo spontaneamente se l’occchio dei Sideralis ha qualcosa a che fare con l’occhio di Orwell. «Il riferimento è più a immagini etniche, a quella delle ceramiche greche. I loro corpi raccontano i graffiti rupestri nelle caverne. Dietro non c’è un riferimento specifico. Non è facile creare personaggi plausibili. Sono partito da un disegno dei primi 2000 e dal puntino della i di Iems. In alcuni casi ho usato l’esperienza nell’uso delle lettere. Lo vedi dal loro corpo». Confermo.



La seconda e la terza serie hanno una forma e un’identità propria che vanno oltre lo sviluppo delle lettere. I Sideralis vengono dalla preistoria ma raccontano perfettamente con la loro figura il futuro distopico che stiamo vivendo. «Ho lavorato tanto per dargli un’unicità personale», dice Masito. Missione compiuta direi. Domanda secca: «Fai ancora tag in giro?». Risposta altrettanto secca: «Non tutti i giorni, ma quasi… Ho sempre un pennarello in tasca, e ora che sono più grande mi notano di meno» ride. Poi mi guarda e dice: «A volte devo ingannare la mia rigidità mentale per poi stupirmi di quello che esce fuori».

Esa è chiaramente diverso, lo sento già dalla voce. La sua è una serie unica, quella delle Facciacce. L’idea di questa mostra parte proprio da un suo dj set a una mostra dello street artist Obey, famoso in tutto il mondo per aver firmato il poster Hope di Obama: «Lo stop della musica ha ampliato il nostro orizzonte con questo percorso. Io avevo già fatto una personale a Milano, ma ho sempre pensato che anche Masito andasse presentato al pubblico», racconta Esa. «Abbiamo usato metodi tradizionali mischiati a mezzi congeniali per un writer. Siamo partiti da UniPosca, Pilot, Squeezer e spray. Sono ancora il miglior modo che ho per esprimermi».



Le Facciacce escono dal foglio e vengono dritte a parlarti. «La mia prima mostra era una serie di tributi, c’era anche Jay-Z. Queste sono immagini libere, ma alcune di loro sono diventate autonomamente dei personaggi». Tra cui Kobe Bryant, stupendo. «Sono state uno studio divertente. Volevo destrutturare l’uso della lettera. Ho lavorato anche con Phase2 in passato». Per chi non lo conoscesse, Phase2 era uno dei writer più famosi al mondo, attivo fin dagli anni ’70 a New York, che ha avuto un forte legame con l’Italia. Il ragazzo sa quello che dice. «Noi writer stiamo tanto sull’outline e poco sul colore. Le Facciacce spiegano i graffiti senza raccontare direttamente quello che c’è dietro. Proporre nuove lettere oggi non è semplice. Ho destrutturato il graffito cercando un linguaggio completamente mio per raccontarmi». Chiedo poco e resto in ascolto. «Pur essendo parte del movimento, volevamo raccontarlo onorando la storia precedente con originalità. Io ancora produco, faccio dj set, rappo, dipingo…».

Ventidue anni dopo, e dopo due di silenzio e lockdown, Esa e Masito hanno ancora tanto da dire e da raccontarci. «Queste facce si staccano dal muro e ti saltano addosso, è come se ti tirassero la vernice. La tua scuola la fai tu, sulla tua pelle». Improvvisamente ritorno in camera con il mio amico Alex, nel 1998. Sono nel quarto capitolo del mio libro a sentire una cassetta rovinata, con i pezzi di Colle e Gente Guasta. Non aggiungo altro, il punto sull’articolo alla fine ce lo ha messo lui.

* Marco Ubertini, con il suo pseudonimo Hube, è uno dei writer che più ha segnato la scena romana a fine anni ’90. Nel 2020 ha pubblicato per Sperling & Kupfer il libro autobiografico 33.

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