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Eric Clapton ha visto l’inferno e si è salvato, ecco perché è diventato un grande bluesman

Sì, un bluesman. Nel ventennale dell’album con B.B. King ‘Riding with the King’, questo è l’articolo che dovete leggete se pensate che un bianco non possa suonare il blues perché non ha sofferto abbastanza

Eric Clapton nel 1975

Foto: Michael Putland/Getty Images

«Ammiro quell’uomo. Credo sia il numero uno del rock e uno dei migliori del blues». Così B.B. King parlava del suo grande amico Eric Clapton, al quale dava il merito di aver reso il blues un linguaggio per tutti e un suono che abbatteva ogni barriera razziale. Così il 13 giugno 2000, quell’ex ragazzino timido, già mito nei Cream che aveva incontrato il re del blues nel lontano 1967, era riuscito a realizzare il suo sogno pubblicando con B.B. King l’album Riding with the King.

Sono passati esattamente vent’anni e il 26 giugno uscirà una ristampa che include due nuove tracce, Rollin’ and Tumblin’ e Let Me Love You Baby. In copertina, Clapton siede sorridente al volante di una Cadillac decappottabile e porta in giro B.B. King che, seduto sul sedile posteriore, si affida al suo autista. «Eric decise praticamente tutto, aveva già tutto in testa, io dovevo solo improvvisare», disse King. Il risultato è per Clapton il sogno di un bambino e l’omaggio alla musica che gli ha dato un’altra vita.

Clapton con B.B. King. Foto: Don Paulsen/press

Per Clapton, il blues ha rappresentato la salvezza. Secondo alcuni, è stato solo un modo per diventare una rock star, una critica che riecheggia forse le parole di Muddy Waters secondo cui un bianco non può essere blues perché non ha sofferto abbastanza. La parola blues in realtà nasce dall’espressione “to have the blue devils”, ovvero essere triste, agitato, depresso. Attestata nella lingua inglese a partire dal XVII secolo, si riferiva in origine allo stato allucinatorio che segue alle crisi di astinenza da alcol. All’epoca blue era un sinonimo gergale di ubriaco e per questo motivo le leggi che vietavano la vendita di alcolici la domenica erano indicate come Blue Laws. Dopo la guerra di secessione americana i verbi “to be blue” e “to have the blues” indicavano uno stato di sofferenza, di tristezza o di malinconia privo dell’originaria associazione con l’ubriachezza.

Eric Clapton porta dentro di sé tutti i significati della parola blues, dalla tristezza all’agitazione, all’essere depresso, all’essere ubriaco, all’essere in astinenza da alcol, all’essere sofferente e malinconico. La scritta “Clapton is God” comparsa su un muro di Londra negli anni ’60 non ha niente a che vedere con la sua storia e la sua musica. Un dio è perfezione, niente cadute, discese, risalite o errori. Quella di Clapton non è la storia di un dio, ma di un bambino che mette le mani su una chitarra, che non sa da dove iniziare, ascolta un programma alla radio dove di tanto in tanto trasmettono blues e identifica in quel suono la sua esistenza. E lui con l’orecchio sta lì e si ostina a copiare quei suoni che gli sembrano così dannatamente suoi.

Non si può nemmeno dire che Clapton suona da dio perché il suo stile non è perfetto, eppure riesce a dare sentimento alle note. Il suo stile è frutto del pensiero ossessivo di un bambino e molto probabilmente il trauma irrisolto di non sapere chi è il padre, di essere abbandonato dalla madre e di credere che la nonna sia la madre. L’abbandono è la chiave del blues che accompagnerà la vita di Clapton. Il rifiuto e la ricerca ossessiva di essere accettato e l’essere schiavo di qualcosa per poi trovare la libertà fanno sì che Clapton possa essere riconosciuto come uno degli artisti maggiori nel blues. Rifiutato dal padre, che non incontrerà mai, rifiutato per ben due volte dalla vera madre, prima quando viene messo al mondo e poi quando la incontra e lei gli nega la gioia di poterla chiamare mamma come fanno i suoi altri figli. Ad Eric non è concesso, agli altri sì.

Il rifiuto lo accompagnerà nella vita sentimentale. Ossessionato dalla figura di Pattie Boyd, in un primo momento verrà rifiutato per poi sposarla, ma già quel rifiuto sommato agli altri lo ha spinto verso la dipendenza da alcol e droga. Qui inizia la sua schiavitù. Essere stordito sempre, vivere da vegetale, come se cercasse qualcosa per andare oltre, come se la fine potesse dargli la spiegazione di tutto quel dolore. «Sono entrato in quel tunnel per poterne vedere la fine», dirà in un’intervista. Bere e dormire senza sapere dove si è e quanto tempo sia passato. Aspettare la fine. Ma la fine di cosa? La fine di un dolore, una tristezza infinita che si porterà dietro per anni. È un bambino che ha la consapevolezza che chi dovrebbe proteggerti non ti vuole. Clapton deve trovare salvezza e accettazione altrove, deve avere un suono, deve avere un tempo.

Quell’abbraccio lo ritrova nella chitarra, quel suono lo ritrova nel blues. Il blues non lo rifiuterà mai perché dipende da lui. Si applica, impara a suonare, diventa il musicista su cui tutti posano gli occhi in Yardbirds, John Mayall & The Bluesbreakers, Cream, Blind Faith, Derek and The Dominos. Forma e disfa gruppi. Rappresentano un modo per dirsi “ce la faccio”, ma poi il vuoto lo porta a disintegrare quel che costruisce. Non ama la popolarità, non gli piacciono le ragazzine che come con i Beatles urlano sotto al palco. La carriera da solista è lo spartiacque di un’anima inquieta sempre, di un solitario alla base. Cade e ricade, si rialza per stonarsi di nuovo di alcol. Non c’è un momento della vita e del suono di Eric Clapton che non sia blues. «Ho pensato anche al suicidio ma poi l’idea che non avrei più bevuto mi ha fermato».

Foto Getty

L’appartenenza al blues è totalizzante ogni anno di più nella vita e nella carriera di Clapton. Certo, suona bene, ma non è una questione di tecnica. Dalla chitarra fa uscire disperazione, commiserazione, perdono, supplica, l’idea di fine, una rabbia nei confronti del mondo che viene addolcita solo dalla musica. Quando imbraccia una chitarra muove il collo su e in giù e non ha mai un gesto violento nei confronti dello strumento, mai. Segue il suono, è come se si rivolgesse a un interlocutore, la gamba sinistra quasi sempre in movimento è la frenesia e l’avere “i diavoli blues”, è voglia di scappare, ma non deve scappare da nessuna parte. Il blues è lì con lui, è l’unico suono che non lo abbandonerà mai. Tiene gli occhi socchiusi e quando termina un’esibizione sorride sempre, come se suonando quelle note la musica avesse azzerato tutti i dolori. Il sorriso finale è un modo per dirsi libero, di essere capace, di essersi accettato e di andare alto. Suona anche da alcolizzato, da strafatto, un paio di volte sviene e borbotta deliri di cui pagherà le conseguenze, ma anche in quelle condizione suona in modo lucido.

Smette di bere quando gli muore il figlio di 4 anni che precipita dal 53esimo piano di un grattacielo a New York. E lui che si trova lì vicino per andarlo a prendere e portarlo al parco, perché vuole essere un buon padre, fa il giro del palazzo e nonostante sia stato avvertito al telefono della morte del piccolo quando sente le ambulanze e vede la folla attorno al corpo non ha il coraggio di fermarsi. Più tardi ammetterà che quello è il momento che non riesce a perdonarsi. Come avrebbe potuto? Sarebbe stato capace di darsi anche le colpe di quella caduta. Il dolore della perdita è talmente grande che rende bianca la pagina dei dolori. Non può ributtarsi nell’alcol o nelle droghe, non ha un altro dolore più grande di quella morte. Smette di bere, diventa ancora più famoso. Tears in Heaven è la sua richiesta di perdono per non essersi fermato.

Il blues è la sua unica forma di libertà come lo era un tempo per gli afroamericani che erano stati schiavi. Avete presente Summertime di DuBose Heyward e Ira Gershwin? Nella prima strofa è iscritta la musica e la vita di Eric Clapton: “Summertime, and livin’ is easy / Fish are jumping and the cotton is high” (“estate, e la vita è facile / i pesci saltano e il cotone è alto”). Nella canzone, l’estate è la stagione dove tutto rinasce, dove la vita ricomincia. L’espressione “il cotone è alto” è una metafora che indica il volare leggeri ed essere liberi, quando sappiamo benissimo che per raccogliere il cotone bisogna piegarsi e spaccarsi la schiena. Ecco, Clapton non è un dio, è come quel cotone. Appartiene al blues e il blues appartiene a lui, è la sua famiglia. È riuscito con la chitarra a darsi un’altra possibilità, la possibilità che la vita non gli ha concesso. È sempre stato come il cotone, piantato a terra, difficile da raccogliere. Solo il blues gli ha dato la possibilità di volare via.

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