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«Eravamo in competizione con noi stessi»: la storia del primo album dei Foo Fighters

Nel venticinquesimo anniversario dall’uscita, il produttore Barrett Jones racconta com’è stato registrare il disco più difficile della vita di Dave Grohl, pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain

Dave Grohl

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Se ci riflettiamo oggi, 25 anni dopo quel 4 luglio 1995 in cui uscì l’esordio dei Foo Fighters, possiamo essere certi che registrare quel disco non deve essere stato facile per Dave Grohl. Sì, perché: hai 25 anni, il cantante della tua band si è appena suicidato e hai costantemente addosso la stampa musicale in cerca di particolari scabrosi. Una rockstar viva porta soldi, sì, ma una morta diventa una fonte inesauribile di guadagno per tutti. I giornalisti vogliono sapere come ti comporterai d’ora in poi e come ti sei sentito appena saputo dell’accaduto. Tanto più se quella band è la più famosa al mondo e si chiama Nirvana.

Come può reagire un musicista di fronte a tanto clamore? Pressappoco in due modi: smettere completamente di suonare e iniziare ad autocommiserarsi oppure diventare un eccellente turnista. Tom Petty aveva provato ad accaparrarsi Grohl per gli Heartbreakers, ma c’era riuscito solo per un’apparizione televisiva al Saturday Night Live. C’è anche un terzo modo, volendo: passare in prima linea come autore di canzoni. È quel che ha fatto Dave Grohl, con iniziale riluttanza. Ha preso alcune canzoni che già aveva registrato in solitaria anni prima e ne ha tratto un disco. Che voleva anche dire: lasciare la batteria, mettersi in prima fila sotto i riflettori, con un microfono in cui urlare e una chitarra a tracolla.

«Avevo già registrato gran parte del primo disco dei Foo Fighters nel mio studio con un mixer 8 tracce, erano rimaste fuori solo due o tre canzoni», ricorda Barrett Jones, produttore del primo album dei Foo Fighters e già collaboratore dei Nirvana. «Ho conosciuto Dave quando aveva 14 anni e suonava in una band chiamata Freak Baby. Vennero da me per registrare, lui suonava la chitarra. Erano giovanissimi e a dire il vero non erano bravissimi, ma avevano tanta energia. Tornarono qualche mese più tardi e il nome della band era diventato Mission Impossible e nel frattempo Dave era passato alla batteria. Mi colpì il modo in cui la suonava e la velocità. Era pura energia».

Dopo la morte di Kurt Cobain, Dave Grohl è rimasto a Seattle, dove lo aveva raggiunto dal 1991 l’amico Barrett Jones. «Per un certo periodo abbiamo vissuto assieme a Seattle. Misi l’equipaggiamento del mio studio nel seminterrato: era piccolo e non c’erano neanche i muri di separazione tra la regia e la stanza di ripresa». Jones ha condiviso un pezzo importante di vita con Grohl nel momento di massimo successo ed è stato fondamentale per la sua rinascita artistica post Nirvana. «Quando facemmo il disco non vivevamo più insieme, Dave si era da poco sposato (con Jennifer Youngblood, che scattò la foto della copertina del primo disco dei Foo Fighters, nda) e abitava in una casa non distante dallo studio». È stato Jones a registrare su nastro la prima canzone scritta da Grohl intitolata Gods Look Down: è l’unica persona di fronte alla quale il batterista si sente a suo agio a cantare.

 

Dave Grohl decide di prenotare i Robert Lang Studios dal 17 al 23 ottobre 1994, e si porta dietro Jones. «Mi piaceva molto lo studio, il modo in cui usciva il suono della batteria grazie alla grande stanza in pietra. Alcuni produttori pensano che sia “troppo”, ma per quanto mi riguarda è spettacolare. D’altronde sono sempre stato un fan delle batterie di John Bonham e di quelle di Dave, e quello studio è perfetto per ottenere quel tipo di suono lì».

I due amici, nel corso degli anni, hanno affinato un sistema per registrare. «Era una specie di competizione con noi stessi per vedere quanto velocemente potevamo incidere una canzone intera. Avevo preparato tutto l’occorrente in modo che Dave potesse passare agilmente da uno strumento all’altro una volta che la registrazione era soddisfacente. Dave iniziava con la batteria, poi aggiungeva due o tre chitarre e poi il basso e poi passava alla canzone successiva. Le voci sono state completate in tre o quattro giorni una volta ultimate le basi musicali. Arrivavamo in studio intorno a mezzogiorno e ci restavamo fino a mezzanotte. Era la seconda volta che utilizzavo un mixer a 24 tracce, ero come un ragazzino in un negozio di caramelle. Quasi ogni traccia è stata registrata in una sola take». L’unico ospite è Greg Dulli. «Dave aveva lavorato con lui alla colonna sonora di Backbeat. Greg è passato dallo studio mentre stavamo registrando e Dave gli ha chiesto se gli andava di inserire una parte di chitarra in X-Static. Credo che per realizzarla abbiamo impiegato non più di 20 minuti».

Nell’arco di sei giorni vengono incise 15 canzoni, di cui 12 finiranno nell’album (vengono escluse Winnebago, Podunk e Butterflies). L’ultima del disco si intitola Exhausted, esausto, proprio come si doveva sentire Dave Grohl davanti alle domande dei giornalisti su Cobain. Gli avrebbero chiesto incessantemente se il disco era dedicato a lui, se la pistola in copertina era un riferimento al suicidio, se i testi avevano a che fare col cantante e un’altra miriade di “se”. «Il passato è quello che è, possiamo solo andare avanti e vivere le nostre vite al meglio», commenta Barrett. I testi, poi, erano l’ultima cosa cui Dave Grohl dedicava tempo e attenzione. Spesso venivano ultimati poco prima di entrare in cabina di registrazione. Rispetto alle versioni demo già registrate, i cambiamenti furono minimi. «Floaty è una delle poche tracce che è stata modificata: il ritornello che si può ascoltare nella versione definitiva è diverso dal demo in cui si sentiva solo una specie di “oohs”».

Il primo concerto di rodaggio si tenne a Seattle, il secondo il 23 febbraio 1995 al Jambalaya Club di Arcata, California, mentre stavano mixando il disco. Il sogno di Grohl stava lentamente prendendo forma: i Foo Fighters non erano più una one man band, ma un gruppo. Acquistò per 28 mila dollari un furgone Dodge e partì per un tour di due mesi con Pat Smear, William Goldsmith (batteria) e Nate Mendel (basso). Come i vecchi tempi: in furgone su e giù per l’America per un tour congiunto insieme a Mike Watt (ex Minutemen) e gli Hovercraft, la band di Beth Liebling, la moglie di Eddie Vedder. Anche il cantante dei Pearl Jam partecipò al tour. Otto mesi dopo la pubblicazione del disco, nel marzo 1996 Foo Fighters aveva già venduto due milioni di copie nel mondo. «Sapevo che sarebbe diventato un album di successo».

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