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Eminem vs Slim Shady: storia di un rapper e del suo gemello malvagio

I paragoni con Charles Manson e Hitler, la violenza omofobica e le minacce di stupro alle colleghe: nel giorno del suo compleanno ripercorriamo le grandi sparate di Marshall Mathers

Eminem

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera”, scriveva Nietzsche in Al di là del bene e del male, richiamandosi alla Storia immaginata nella Nascita della tragedia. Per il filosofo tedesco, la maschera, proprietà esclusiva dell’artista, era l’unica via attraverso cui gli antichi greci potevano incarnare i propri demoni, le proprie paure, la propria oscurità; era durante la messa in scena della tragedia che la polis illuminata si liberava di un subconscio che non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare, se non isolandolo nel volto sfregiato della maschera, capro espiatorio di ogni istinto più profondo. Ma cosa accade quando la maschera si frantuma, annullando il confine che separa il buio dalla morale? Si procede al di là del bene e del male, appunto, nel territorio in cui tutto è concesso e non c’è più giusto né sbagliato. Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray, Stevenson con il binomio Jekyll e Hyde, Eminem con il suo Slim Shady: esempi celebri in cui l’alter ego su cui addossare ogni nefandezza si confonde con il reale, fino a prenderne il posto.

Tralasciando il romanzo, non c’è stato artista che più di Eminem abbia vissuto così profondamente la frattura tra la propria identità e la maschera di scena: da una parte Marshall, ragazzo padre sopravvissuto al morso degli anni ’80 a Detroit, al rifiuto del padre quando era neonato, al disprezzo della madre alcolizzata e del rap game, lui che era troppo bianco per farne parte. E poi Slim Shady, il braccio armato, l’aguzzino platinato con il coltello fra i denti, lama di ghiaccio su ogni nervo scoperto della società americana. Chi diceva il vero? L’American History X raccontata da Slim, oppure Marshall e le centinaia di volte in cui ha ribadito l’abisso che lo distanzia dalla psicosi in rima portata sul palco? «Eminem è peggio di Charles Manson», disse il padre di una ragazza uccisa durante la sparatoria di Columbine, intervistato dai media statunitensi dopo che Em aveva ritratto la strage in Rap God e White America, ennesimo tabù masticato da Slim.

Oggi Marshall Bruce Mathers ne fa 47, e dopo più di vent’anni di militanza e circa 400 milioni di dischi venduti, Slim Shady è ancora sulla sua spalla, arzillo come sempre e sempre pronto a risorgere vomitando versi inconfessabili, ancora minando la fragilità della morale americana. Nel giorno in cui tutti celebrano l’uomo dei record, delle barriere abbattute e tante altre belle cose, qui preferiamo ripercorrere strade più buie, ritornando sulle controversie più famose in cui Slim si è preso la scena, quando la maschera ha preso il posto dell’artista.

Eminem e la misoginia, volume I

È un rapporto partito nel peggiore dei modi, quello che lega Eminem al sesso femminile – gli attacchi subiti dalla madre alcolizzata, storia nota, basta un ripassino con 8 Mile – con Marshall che spara fortissimo già agli esordi, tanto da far accapponare la pelle anche ai seguaci più radicali, quelli dallo scudo innalzato a proteggere il beniamino contro il fuoco nemico – tipo Stan, insomma, che uccide la moglie trascinandola nel suo suicidio. Guilty Conscience (“Fuck slitting her throat, cut this bitch’s head off!”) o 97 Bonnie & Clyde, in cui canta un viaggio insieme alla figlia, diretti verso il lago, dove avrebbe occultato l’omicidio della moglie (“… and mama said she wants to show how far she can float/ And don’t worry about that little boo-boo on her throat/ It’s just a little scratch it don’t hurt”). Omicidio raccontato in Kim, brano espressamente dedicato alla prima moglie – il testo intero è una vertigine di misoginia –, contenuto nel secondo album The Marshall Mathers LP, dove Em aggiunge Kill You, canzone dal titolo quanto mai tautologico: “Shut up, slut, you’re causing too much chaos/ Just bend over and take it like a slut, okay, Ma?/ ‘Oh, now he’s raping his own mother / Abusing a whore, snorting coke / And we gave him the Rolling Stone cover?”. Slim Shady nella sua massima oscurità: Edipo sotto cocaina, con tanto di citazione a Rolling Stone – che ingrato cammeo.

Eminem e l’omofobia (tempestata di diamanti)

Che ingiustizia Slim. Come può una persona che fin dall’infanzia rischia ogni tipo di ingiuria per il suo orientamento prendersela così per un po’ di sarcasmo? Certo, come hai raccontato in White America, non sei il primo rapper a dire faggot, fa parte dello starter kit del game, e non sei stato il primo Mc a finire tra le grinfie di chi difende i diritti delle persone omosessuali. Però, caro Slim, l’equazione è semplice, più aumenta la fama più il rischio del merdone si affaccia spavaldo, e vendere milioni e milioni di dischi è il primo passo per un eco potenzialmente catastrofico. Tuttavia, dopo l’entrata a gamba tesa, poi censurata, in My Name Is (“My English teacher wanted to have sex in junior high / The only problem was, my English teacher was a guy”), Eminem, proprio durante lo zenit della sua carriera, rincarò la dose, armato di lanciafiamme.

Il paragone tra la zoofilia e l’omosessualità in The Real Slim Shady (“But if we can hump dead animals and antelopes / Then there’s no reason that a man and another man can’t elope [eww!]”), seguito dalla dichiarazione al vetriolo omofobico su The Marshall Mathers LP, in Criminal: “My words are like a dagger with a jagged edge / That’ll stab you in the head, whether you’re a fag or lez / Or the homosex, hermaph or a trans-a-vest / Pants or dress, hate fags? the answer’s ‘yes’/ Homophobic? Nah, you’re just heterophobic”. E siamo solo ai primi due dischi. L’ultraviolenza di Underground, Rap God o Psycopath Killer, per un fil rouge che passa dal cartoon Ken Kaniff a Moby (“You 36-year-old baldheaded fag, blow me”, canta Em in Without Me) fino alle gesta più recenti, tratte dall’ultimo album Kamikaze, rivolte all’ex fan Tyler, The Creator (“Tyler create nothin’, I see why you called yourself a faggot, bitch”).

Durante la sua carriera Eminem è stato oggetto di talmente tante proteste da perdere il conto, bersaglio persino della moglie di un ex vicepresidente USA, perché non importava se Marshal Bruce Mathers III prendeva le distanze dalle accuse di omofobia, ribadendo “per la milionesima volta” il legame tra il suo rap e lo slang di strada, sempre tornava il ghigno di Slim a girare il coltello nella piaga del subconscio americano. Il primo ad aver intuito il dualismo tra Eminem e il suo alias demoniaco, tuttavia, fu proprio un artista omosessuale, Elton John, che da quel leggendario duetto ai Grammy del 2011 è legato a Marshall da una profonda amicizia, tanto da difenderlo a spada tratta contro le accuse, paragonandolo a Hendrix o Jagger. Attualmente Elton e Eminem sono ancora grandi amici – tra di loro si chiamano “puttanella”, ha detto John – e il regalo di Marshall per il matrimonio del collega con il marito Dave sono stati due sobrissimi anelli per il pene, tempestati di diamanti.

Eminem la misoginia, volume II (versione vip)

Dove eravamo rimasti? Giusto, al sangue sputato sulla madre e sulla prima moglie, ma la storia tra Slim e la misoginia è lunga, anzi, lunghissima. Basti pensare ai suoi dissing contro le colleghe. Christina Aguilera, accusata di aver fatto sesso orale con metà show biz (The Real Slim Shady), Jennifer Lopez, oggetto del desiderio per un coito non protetto (I’m Black), Britney Spears (ancora The Real Slim Shady), l’attivista per i diritti civili Cynthia Delores Tucker (Rap Game), con la vetta raggiunta nel dubbio stalking con Mariah Carrey, durato più di un decennio – SupermanJimmy Crack CornBagpipes from BaghdadThe Warning, fino alla risposta di Mariah, sottilmente intitolata Obsessed. E ancora, Em non ha risparmiato nemmeno le nuove leve: Iggy Azalea, ritratta durante uno stupro immaginato (Vegas), o Lana Del Rey presa a pugni in The Cypher. Una lista che ha colpito anche Beyoncé, Lady Gaga, Lindsay Lohan fino alle mani nei capelli per le rime contro Whoopi Goldberg e Oprah (citate insieme nella forbice di Chemical Warfare).

Eminem e il razzismo, l’Hitler del rap

Qui le ombre si infittiscono perché si entra in una selva oscura insondabile, soprattutto quando raccontata attraverso le rime, soprattutto quando si parla di Eminem. Certo, c’erano già stati i Beastie Boys, ma con Em era tutto diverso: nessun bianco aveva macinato quei numeri, rappando in quel modo, con quella ferocia da underdog cui la white America non era abituata. Agli albori della carriera, Marshall era troppo bianco per i neri, troppo nero per i bianchi, spia infiltrata da una parte, traditore dall’altra, con i conseguenti sforzi titanici per infrangere barriere che andavano ben oltre la musica. Insomma, il colore della pelle di Eminem è stato miele per mosche di ogni genere, dai puristi del rap fino alla morbosità dei media statunitensi, ma niente in confronto all’ossessione di Benzino nei confronti del collega.

A dir la verità, quello che è ricordato come uno dei massimi dissing nel rap fu inaugurato proprio da Eminem, il quale non accettò propriamente di buon grado alcune recensioni apparse su The Source, il magazine del collega. Qualche anno dopo, durante la promozione di 8 Mile, Slim non aveva dimenticato e rifiutò di seppellire l’ascia di guerra. A quel punto i due iniziarono a rispondersi letteralmente per le le rime, dedicandosi a vicenda decine di dissing: Eminem attaccava con The Sauce o Nail in the Coffin, nel frattempo incassava Pull Your Skirt Up e, soprattutto, Die Another Day. In quest’ultima traccia, infatti, è riassunto tutto il disprezzo di Benzino verso Shady, colpevole di essere il piede di porco con cui l’industria musicale (bianca) stava cercando di rubare il rap alla cultura nera (“Lord help us, my peoples bein’ raped”).

In quel brano, non solo veniva presa in mezzo la famiglia – la prima moglie Kim che fa sesso orale con 50 Cent mentre Eminem si intrattiene con Elton John, o le minacce di morte alla figlia di Em, Hailey – ma lo stesso Eminem veniva rinominato il David Duke o l’Hitler del rap, insomma non proprio due campioni della convivenza civile. Ma la vera bomba esplose in faccia a Marshall circa un anno dopo, nel 2003, quando The Source pubblicò una registrazione di una vecchia performance in cui Eminem cantava Foolish Pride, traccia mai pubblicata in cui Slim raggiungeva vette inarrivabili di political incorrectness, in una combo letale di razzismo e sessismo: “Don’t date a black girl, if you do it once you won’t do it twice / You won’t ever do it again because they’ll take your money and that ain’t funny”. Un merdone colossale, che Eminem cercò di attutire a suo modo – e in maniera ancora più sessista – in Yellow Brick Road (“I was wrong cause no matter what color a girl is, she’s still a ho”) e spiegando che Foolish Pride non era un insulto rivolto a tutte le ragazze di colore, ma a una sua ex – insomma, una bella arrampicata sui vetri. Anni dopo il rancore tra Eminem e Benzino non si è mai del tutto placato, mentre la comunità black del rap ha già da tempo perdonato Marshall, e anche Slim.

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