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Elvis Costello racconta i Beatles: «Suonando con Paul ho capito perché hanno smesso di esibirsi»

Nell’anniversario dell’ultimo concerto dei Fab Four al Cavern, il cantautore racconta la sua passione per i quattto di Liverpool. «Ogni volta che pubblicavano un disco era uno shock»

Ringo Starr, George Harrison, John Lennon e Paul McCartney

Foto: Harry Hammond/V&A Images/Getty Images

Ho ascoltato per la prima volta i Beatles quando avevo 9 anni. All’epoca passavo gran parte delle vacanze nel Merseyside e una ragazza del posto mi aveva dato una loro foto promozionale con i nomi scarabocchiati sul retro. Era il ’62 o il ’63, non erano ancora venuti in America. La foto era male illuminata, e il look non era ancora a posto. Ringo aveva i capelli tirati indietro, come se non fosse ancora convinto del taglio degli altri tre. A me non interessava, erano la band che aspettavo. La cosa divertente era che i genitori della ragazza e tutta la gente di Liverpool sembrava curiosa e orgogliosa di questo gruppo. Fino a quel momento dal nord dell’Inghilterra arrivavano solo comici. A pensarci bene, i Beatles incidevano per Parlophone, che era famosa per essere una comedy label.

Avevo l’età perfetta per essere travolto da quella musica. La mia esperienza – cercavo tutte le foto, risparmiavo i soldi per i singoli egli EP, li seguivo sui telegiornali – si è ripetuta infinite volte in tutto il mondo. Non era mai successo niente del genere, almeno non su quella scala. Ma non è solo una questione di numeri.

Ogni volta che pubblicavano un disco era uno shock. Erano diversi dai paladini dell’r&b come i Rolling Stones. Avevano già assorbito l’influenza di Buddy Holly, degli Everly Brothers e di Chuck Berry, e scrivevano canzoni originali. È grazie a loro che scrivere musica inedita è diventata la norma, e non l’eccezione.

John Lennon e Paul McCartney erano autori eccezionali. McCartney era, ed è ancora, un autentico virtuoso. George Harrison non era un chitarrista che sfoderava assoli folli e imprevedibili, ma suonava parti cantabili. In più, si incastravano perfettamente con l’arrangiamento. Ringo Starr aveva uno stile unico che non si può replicare, tanti grandi musicisti hanno provato e fallito. E soprattutto, John e Paul erano cantanti fantastici.

Quando si trattava di scrivere musica, Lennon, McCartney e Harrison avevano degli standard incredibilmente alti. Pensate a cosa significa pubblicare canzoni come Ask Me Why e Things We Said Today come lati B. Quei singoli erano eventi, non semplici anticipazioni dell’uscita di un disco.

Poi hanno iniziato ad evolversi. Sono passati da semplici canzoni d’amore a storie adulte come Norwegian Wood, che parla del lato amaro di una relazione, e idee più grandi di quello che ti aspetteresti dal pop.

Erano anche il primo gruppo a lavorare sull’aura dei loro dischi, sulla percezione. Prima dei Beatles, negli anni ’50, gente con i camici bianchi faceva esperimenti di registrazione in laboratorio, non c’erano rocker che sceglievano deliberatamente di cambiare il bilanciamento dei suoni, come la voce sussurrata in Strawberry Fields Forever. È impossibile esagerare l’impatto che questo approccio ha avuto su chiunque, dalla Motown a Jimi Hendrix.

I miei album preferiti in assoluto sono Rubber Soul e Revolver. Quando ascoltavi Revolver sapevi che era diverso. Diamine, nella foto sul retro copertina indossavano gli occhiali da sole al chiuso e non guardavano nemmeno in camera… e la musica era strana eppure così vivida. Se dovessi scegliere una canzone preferita da uno di quei dischi, sarebbe And Your Bird Can Sing… no, Girl… no, For No One… avete capito.

Let It Be, il loro ultimo album, contiene canzoni tanto belle quanto irregolari. Ricordo che sono andato a Leicester Square per vedere il film nel 1970. Quando sono uscito avevo addosso una sensazione malinconica.

Il termine “beatlesiano” è nel vocabolario da parecchio, ormai. Io li sento in Around the World in a Day, il disco di Prince; nei pezzi di Ron Sexsmith; nelle melodie di Harry Nilsson. Credo che anche Kurt Cobain sentisse i Beatles, li ha mischiati con il punk e il metal.

Ho scritto alcune canzoni con Paul McCartney e abbiamo suonato insieme in qualche concerto. Durante una prova, stavo cantando l’armonizzazione di un pezzo di Ricky Nelson e Paul ha chiamato il pezzo successivo, All My Loving. Gli ho chiesto se volesse che armonizzassi nella seconda parte, e mi ha detto di provare. Provavo quella parte da 35 anni. È stata una performance molto toccante, di cui sono stati testimoni solo la crew e gli altri artisti in scena.

Durante lo show è cambiato tutto. Non appena ha cantato il primo verso – “Close your eyes, and I’ll kiss you” – la reazione del pubblico è stata così intensa da travolgere il brano. È stato entusiasmante e allo stesso tempo sconcertante. In quel momento che ho capito perché i Beatles hanno smesso di suonare. Le canzoni non appartenevano più a loro. Erano di tutti.

Il testo che avete appena letto fa parte della lista 100 Greatest Artists che Rolling Stone USA ha pubblicato tra il 2004 e il 2005. Potete leggerla qui.