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Ecco perché, 50 anni dopo, ‘Moondance’ è ancora fantabulous

La canzone più famosa di Van Morrison (e Michael Bublé) compie mezzo secolo. Rivelò al mondo che il cantante irlandese, sofferente e scontroso, era in realtà un romanticone innamorato dello swing di Sinatra

Van Morrison, circa 1970

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Voleva che la incidesse Frank Sinatra, si è dovuto accontentare di Michael Bublé. Moondance è insieme a Gloria il brano più famoso scritto e inciso da Van Morrison. Se la seconda canzone, pubblicata quando il cantante irlandese era ancora nei Them, era uno scatenato urlo dall’eccitante contenuto sessuale che verrà rifatto non a caso anche da Doors e Patti Smith, la prima era una ballata romantica al chiaro di luna dai sapori soft jazz. In sostanza, le due cifre artistiche del cantante di Belfast: la furia belluina della black music, Leadbelly soprattutto, e la dolcezza di tenere ballate dai sapori celtici e jazz.

Pubblicata nell’omonimo album del 1970, che segue di due anni il capolavoro artistico Astral Weeks, Moondance è il secondo grande successo commerciale di Van Morrison dopo Gloria. Rivela al mondo che il brutale e sofferente artista che per primo ha portato con Madame George il tema dell’identità sessuale in una canzone rock, l’uomo che in T. B. Sheets piange sul corpo dell’amica malata di tubercolosi è un romanticone d’altri tempi. Per decenni Van Morrison rimarrà quello: il leone dell’r&b bianco, del blues, quello di Listen to the Lion.

C’è voluto, nel 2003, Michael Bublé per far capire a tutti che Morrison aveva un’anima sofisticata, degna appunto di Frank Sinatra. Il cantante canadese ha aumentato la carica swing di Moondance, trattandola come una canzone anni ’40. Nessuno dei suoi giovani fan probabilmente sapeva chi diavolo fosse Van Morrison. E pensare che l’irlandese, perennemente insoddisfatto com’è nel suo carattere, l’aveva pubblicata come singolo solo nel 1977, senza alcun riscontro commerciale, e l’aveva rifatta nel tempo con vari arrangiamenti. Moondance è invece perfetta così: costruita su una semplice chitarra acustica accompagnata da pianoforte, sassofono e flauto suonati con un po’ di swing, con un finale in cui Morrison imita un sassofono con la voce e preso dalla magia della musica usa il neologismo “fantabulous”, incrocio fra “fantastic” e “fabulous” (nel 1964 il jazzista Oliver Nelson l’aveva usato come titolo di un disco).

Come il resto dell’album, il pezzo è stato inciso a Woodstock dove il cantante si è trasferito a vivere, nella comunità artistica popolata fra gli altri dai musicisti di The Band e Bob Dylan, che si influenzano a vicenda. Anche Morrison, come Robbie Robertson e soci, inventa un mondo antico, immerso nella natura, nei buoni sentimenti lontani dal caos delle metropoli. Il risultato è talmente ben riuscito che a fine anni ’70 Rolling Stone definisce la prima facciata dell’album Moondance “il lato migliore nella storia del rock”. Ed è vero. Comincia con la dolce psichedelia di And It Stoned Me, passa per Moondance e per la forza epica e rurale di Crazy Love, arriva all’esplosione R&B di Caravan e si adagia infine nella purezza visionaria di Into the Mystic.

Il secondo lato dell’album non è certo brutto, con i pimpanti R&B di These Dreams ed Everyone, a lungo cavalli di battaglia dal vivo del cantante, ma per tutti, ancora oggi, Van Morrison è l’uomo dei boschi che, tra le foglie cadenti dell’autunno, prende per mano la sua amante e la conduce a ballare al chiarore della luna: “Well, it’s a marvelous night for a moondance / With the stars up above in your eyes / A fantabulous night to make romance / ‘Neath the cover of October skies…”.

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