Ecco come le teorie del complotto si sono prese l’internet del rap | Rolling Stone Italia
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Ecco come le teorie del complotto si sono prese l’internet del rap

‘Donda’ era una seduta spiritica. L'Astroworld è stato un grande rito satanico. Tupac non è morto. Anzi, Tupac è Playboi Carti. L’hip hop non è mai stato tanto ossessionato dalle cospirazioni

Playboi Carti

Foto: UMusic/Unsplash

Per contrastare la noia, nell’autunno del 2020 Gavin Ruta e Carlos Juico hanno messo in piedi un podcast. L’idea dei due, che sono amici dai tempi della scuola a Pickering, fuori Toronto, era parlare di streetwear. Nel corso della prima puntata, però, Juico ha accennato a una teoria del complotto di cui qualcuno gli aveva parlato, vale a dire l’idea che il Natale nasca da un’antica festa siberiana officiata da sciamani e alimentata da allucinogeni.

Quando hanno postato il video su TikTok, hanno fatto… boom, per dirla con Ruta. Da allora lui, che ha 21 anni, e Juico, che ne ha 22, si sono fatti un seguito fedele sui social grazie a teorie come quella. Il loro podcast Jumpers Jump, che postano in versione integrale su YouTube, ha poco meno di mezzo milione di follower. Su TikTok, dove si trova la versione accorciata a un minuto, ne hanno oltre sei milioni.

Jumpers Jump parla di tutto, dalla teoria secondo cui Justin Trudeau sarebbe il figlio di Fidel Castro al presunto feticismo dei piedi del responsabile della programmazione del canale tv per bambini Nickelodeon. Uno degli episodi di maggior successo è quello basato su un verso di Drake in Sicko Mode. Il testo nasconderebbe la confessione di una relazione del cantante con Kim Kardashian. I due hanno un sacco di altre teorie sul rap. Donda è una seduta spiritica. Donda contiene beat segreti binaurali. Un rapper nel 2013 ha previsto la pandemia. 6ix9ine che è un agente dell’FBI. Playboi Carti è Tupac. Tupac è vivo.

È dalla fine degli anni ’90 che le teorie del complotto abbondano nell’hip hop, da quando cioè i fan hanno cominciato a dire che Tupac non era morto. Ma gli eventi occorsi negli ultimi anni, dalla pandemia all’assalto al Campidoglio, hanno convinto un sacco di persone, non necessariamente cospirazionisti, che il mondo non è come pensiamo sia. Aggiungete TikTok ed ecco il risultato.

Ci sono volute poche ore prima che alcuni fan tirassero fuori teorie assurde sulla tragedia occorsa al festival Astroworld. Prima che tutti i particolari venissero resi noti, sono girate voci su riti satanici e strane punture. Il linguaggio delle teorie del complotto è talmente diffuso che anche gli artisti hanno cominciato ad attingervi. Di recente Kanye West ha postato su Instagram vari post su Pete Davidson, Billie Eilish e persino Hillary Clinton. È parte integrante della cultura popolare oramai. Le tante teorie formulate dai fan s’intrecciano a vecchie superstizioni sui ricchi e potenti. Col risultato che la realtà sembra più strana della finzione.

Un professore della Cornell University chiamato Travis L. Gosa ha pubblicato nel 2011 un paper, Counterknowledge, Racial Paranoia, and the Cultic Milieu: Decoding Hip-Hop Conspiracy Theory, in cui sostiene che la cultura hip hop sposa «una miscela bizzarra di conoscenze stigmatizzate» tra cui teorie del complotto, profezie apocalittiche e numerologia, al fine di «preservare lo status deviante dell’hip hop» stesso.

La maggior parte di queste teorie saranno pure inaccurate, scrive Gosa, ma hanno comunque un loro valore poiché «radicate nel tentativo di articolare la diseguaglianza» e «considerare il governo responsabile del benessere dei cittadini». Allo stesso tempo, scrive Gosa, «al posto di cercare soluzioni sistemiche» i teorici del complotto «vanno alla ricerca di responsabili individuali».

Quando scriveva queste righe, Gosa si riferiva all’epoca pre-digitale fatta di libri pubblicati da piccolissimi editori indipendenti venduti ai banchetti. TikTok ha accelerato il ritmo della creazione e della diffusione di queste storie.

Juico e Ruta prendono le teorie di cui parlano da Reddit o da segnalazioni di collaboratori su Discord. Juico ammette d’essere da tempo un consumatore dei video sull’argomento di youtuber come Matthew Santoro e Shane Dawson. Costruire teorie del complotto è oramai parte integrante del modo in cui ragiona. «Mi capita di elaborarne sotto la doccia, mi vengono così».

A. D. Carson, professore presso la University of Virginia, ha una risposta semplice sul perché le teorie del complotto sono tanto diffuse nel rap. «L’hip hop non è l’unico posto in cui si trovano sessismo, misoginia o altri tipi di fobie», spiega. E dato che il mondo è pieno di sessisti e misogini, è anche «innamorato delle teorie del complotto».

L’hip hop ha preso la cultura di massa dei complotti e, con stile inimitabile, ce l’ha riconsegnata amplificata e ancora più strana. «La finestra di Overton si sposta lentamente, ma non sempre», dice Carson, citando un esempio recente: la teoria di QAnon secondo cui JFK Jr. sarebbe ancora vivo e pronto a candidarsi nel 2024 come vice presidente di Donald Trump. «La finestra nell’hip hop è sempre stata decisamente aperta. Nessuno verrà a dirti di non scrivere un pezzo su versioni alternative della storia come gli Isis Papers».

Negli anni ’90 tracciare i contorni della proliferazione dei complotti nell’hip hop era più semplice. Prodigy, per esempio, è quasi certamente il primo rapper ad aver parlato degli Illuminati. In un pezzo ci metteva in guardia contro l’élite misteriosa che “vuole la mia mente, la mia anima e il mio corpo”.

Prodigy ha sicuramente scoperto gli Illuminati leggendo Ammira un cavallo pallido, il classico underground di William Cooper diffusissimo tra i complottisti dell’hip hop. Molti rapper di quell’era sono stati influenzati dall’ideologia dei Five Percenters, ovvero chi è convinto che la popolazione mondiale sia divisa in tre parti: l’85% che non sa nulla, il 10% che la controlla, il 5% che ha scoperto la verità.

Dico a Carson che sì, i libri pieni di assurdità come Ammira un cavallo pallido mi affascinano per la loro sincerità, ma non riesco a vedere TikTok allo stesso modo. Sui social quelle scemenze diventano virali. Il professore smonta le mie preoccupazioni: «Anche i libri sono tecnologia. Quella di TikTok ha un effetto democratico, ma non è così diversa. Cambia il contesto».

«A volte», continua Carson, «queste discussioni portano a contrapposizioni false, come la storia legittima contro quella illegittima, o la Storia con la esse maiuscola contro le teorie del complotto. Ma la verità è che dobbiamo accettare che quella che consideriamo storia viene da informazioni e cospirazioni a cui credeva un sacco di gente».

@jumpersjump Drake mentioned our Theory on CLB😱 #fyp #conspiracy #toronto #jumpersjump ♬ original sound – Jumpers Jump Podcast

Forse ricorderete questo caso: il rapper-meteora Chingy diceva che l’Isis non esisteva. Nel 2014 scriveva su Instagram: «Voglio che tutti siano consapevoli che l’Isis è un altro gruppo terroristico immaginario creato dagli Stati Uniti e da Israele con l’obiettivo di creare un grosso problema per cui serve una grossa soluzione, ovvero una guerra. Non fatevi ingannare dai programmi tv che mostrano le teste mozzate, inventano tutto pur di fare la guerra, così loro (potete chiamarli Illuminati) possono controllare la gente, le risorse naturali e ridurre la popolazione mondiale». Era un titolo facile, una di quelle cose che internet dimentica in fretta: Chingy non crede all’Isis.

Da allora, però, gli esperti di politica estera hanno sostenuto che la minaccia dell’Isis è stata esagerata, volutamente o per negligenza dai media. Come ha scritto Simon Cottee dell’Atlantic nel 2019, «i media occidentali hanno sempre sopravvalutato il gruppo» e gli hanno dato un’immagine pubblica «che ricordava Terminator», un’entità capace di «tornare dal mondo dei morti per distruggere tutto quello che ostacola il suo cammino». Dianne Feinstein, in passato a capo del Senate Intelligence Commitee, una volta ha dichiarato che «la minaccia dell’Isis non può essere sopravvalutata».

Ok, quindi: gli Illuminati non hanno creato l’Isis, ma sì, le istituzioni americane hanno esagerato la minaccia e terrorizzato la popolazione per ottenere un vantaggio economico. E sì, il mondo è orrendo, folle e incasinato. Chingy non ha detto nulla di vero, ma forse dal punto di vista emotivo non aveva tutti i torti.

Per Carson, il punto sulle fonti antistoriche come le cospirazioni hip hop è che anche se «la proliferazione di quelle teorie è un bel problema», esse insegnano «a mettere tutto in discussione». Nella loro forma idealizzata, le teorie del complotto allenano al pensiero critico.

Il mondo ci appare sempre più cupo e pieno di menzogne. Ma anche questa è una falsa contrapposizione, basata sull’idea che in passato trionfasse la verità e che i mass media fossero sempre affidabili. «Dobbiamo chiederci a cosa servono i miti nella nostra cultura», dice Carson. «Non so se la gente discute dell’accuratezza delle fonti storiche con la stessa frequenza con cui parla di questi miti a cui poi finiamo per conformarci».

@jumpersjump Tupac still alive Theory 😱 #fyp #rap #conspiracy #jumpersjump ♬ original sound – Jumpers Jump Podcast

Quando chiedo a Juico e Ruta se hanno mai avuto paura di parlare di complotti su TikTok, rispondono di sì. Ma non perché temono di influenzare in maniera sbagliata i loro follower, di plagiare le loro giovani menti. No, hanno paura di far arrabbiare una megastar della zona. «Drake non vive poi tanto lontano da noi», scherza Juico. «Può arrivare qui in un quarto d’ora».

È questa l’unica cosa che li preoccupa? Innervosire per sbaglio una celebrità? Juico sorride, mettendo in mostra l’apparecchio, e ammette: «A volte ho paura che gli Illuminati possano bussare alla porta, roba del genere».

Ruta sta al gioco e spiega la tua tattica per liberarsi di loro: «È Carlos il tizio dei complotti, non io!». Juico ridacchia e risponde: «Verranno anche per te fra’, verranno anche per te».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.