Ecco come i Sex Pistols sono diventati i Sex Pistols | Rolling Stone Italia
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Ecco come i Sex Pistols sono diventati i Sex Pistols

Quando Captain Sensible ha ascoltato la versione finale di ‘Anarchy in the UK’ si è messo a ridere istericamente per il suono ripulito. È una transizione ben raccontata dal box set ‘76-77’

Foto: Pete Vernon

Entrati nel pantheon dei grandissimi del rock’n’roll grazie a un solo album (e quattro singoli, tutti comunque presenti nella tracklist di Never Mind The Bollocks) e a una storia talmente incredibile che pare costruita da uno sceneggiatore, i Sex Pistols continuano imperterriti a far parlare di loro stessi più con le vicende giudiziarie e personali che con la musica. L’ultima occasione risale a poche settimane fa, con una vertenza conclusasi con la sconfitta in tribunale di John Lydon/Rotten, a cui toccherà assistere alla serie tv Pistol, diretta da Danny Boyle, a cui si era opposto in maniera vibrante, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo dei brani della band. Brani che, come ben sa chi è informato sulla storia della band, sono una manciata o poco più, sempre gli stessi, in qualunque formato o foggia li si voglia pubblicare. Non fa eccezione un nuovo cofanetto fresco di stampa, laconicamente intitolato Sex Pistols 76-77, che si rivela essere comunque l’ennesimo efficace percorso guidato verso la pubblicazione di un capolavoro come Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols, uscito nell’ottobre del 1977, a carriera quasi conclusa.

La partenza del primo CD è datata 15 maggio 1976, quando ai Majestic Studios, sotto la direzione del chitarrista e produttore Chris Spedding, Johnny Rotten, Paul Cook, Steve Jones e Glen Matlock entrano per la prima volta in sala di registrazione fissando su nastro una parte del repertorio. Agli albori del punk, che essi stessi avevano contribuito in prima persona a far esplodere in tutto il Regno Unito, i Pistols possono vantare già parecchi pezzi pregiati come Pretty Vacant, No Feelings, Problems, a cui si aggiungono altre gemme come Anarchy in the UK, Satellite, Submission, Seventeen e I Wanna Be Me il mese successivo, immortalate da Dave Goodman ai Decibel Studios. Il suono è ancora piuttosto grezzo, gli arrangiamenti poco curati, ma la rabbia del gruppo e la forza espressiva di Rotten sono chiare fin da questi primi esperimenti, al punto che le session di Spedding rimarranno per anni fra le preferite sia dei musicisti che dei fan.

Pur senza avere pubblicato nulla, ma con tutte le major interessate a metterli sotto contratto, i Sex Pistols si presentano nel settembre del 1976 al primo festival punk nazionale, in scena al 100 Club di Londra, come le star assolute. Troppo facile, direte voi, trattandosi di un evento organizzato dal loro manager Malcolm McLaren proprio per creare aspettative e clamore attorno al loro nome, come se non fossero bastati i precedenti concerti e l’aura da predestinati che li circonda. «We’re not into music, we’re into chaos», non siamo interessati alla musica ma al caos, dichiarerà tra il serio e il faceto il chitarrista Steve Jones, ma è chiaro che la sua sia solo una fantastica boutade, visto che la musica sarà sempre al centro del progetto. Persino quando i quattro si concederanno una session defatigante a base di brani altrui, quasi a voler rimandare a oltranza l’uscita persino di un 45 giri.

Tocca ancora a Goodman immortalare nuove versioni del futuro singolo d’esordio Anarchy in the UK e una manciata di cover che racconta piuttosto chiaramente le influenze del quartetto: Who (Substitute), Small Faces (Whatcha Gonna Do About It), Chuck Berry (Johnny Be Goode), Modern Lovers (Roadrunner, con Rotten che urla agli altri di fermarsi perché non conosce le parole), Paul Revere & The Raiders (Stepping Stone), Stooges (No Fun, l’unica che troverà spazio ufficiale come retro di Pretty Vacant).

Leggermente meno interessanti sono le session di Manchester poste in apertura del secondo CD, quasi tutte backing track strumentali, ma la qualità si alza immediatamente dopo con il ritorno in cabina di regia di Goodman e l’uscita di scena di Matlock, sostituito da un Sid Vicious perfetto come personaggio pubblico, ma decisamente scarso come musicista e compositore. Il materiale, se si eccettua la bella Holidays in the Sun a cui parteciperà persino il nuovo bassista, rimarrà quello composto nel lasso di tempo in cui ha operato la formazione classica e questo rappresenterà il limite maggiore dei Pistols. Prima della cacciata di Glen, si sono aggiunte al forziere altre perle come Liar, EMI, New York e un’acerba No Future che si trasformerà poco dopo in God Save the Queen, probabilmente il classico per eccellenza della musica punk.

I ritocchi finali di queste canzoni destinate a formare l’ossatura dell’album d’esordio avvengono a metà 1977 ai Wessex Studios, sotto l’attenta direzione di Chris Thomas, che li levigherà fino allo spasimo, rendendoli meno spontanei ma più “commerciali”, se ci passate il termine. Captain Sensible dei Damned, anni fa, mi confessò di essersi messo a ridere istericamente dopo aver sentito per la prima volta Anarchy in the UK su disco, sorpreso da un suono così classicamente rock.

A distanza di oltre 40 anni e dopo aver risposto picche alla Rock’n’Roll Hall of Fame, che li aveva inclusi nelle nomination qualche tempo fa, i Sex Pistols sono diventati per davvero un gruppo perfetto per le pagine di riviste come Classic Rock, senza nulla togliere alla forza deflagrante di quella rivoluzione durata lo spazio di un attimo. Le vedove di Rotten e amici (si fa per dire), in cerca delle vecchie emozioni, possono consolarsi con Belsen Was a Gas – qui presente in due versioni immortalate dal fido tour manager John “Boogie” Tiberi – e con un testo che recita “Belsen was a gas I heard the other day, in the open graves where all Jews all lay”, politicamente inaccettabile persino (soprattutto) nel 2021. Oppure con il quarto CD del cofanetto, che ripropone nella sua interezza il bootleg Spunk, autentico sogno – bagnato, visto il titolo – di ogni fan nel 1977, quando anticipò nei negozi persino l’uscita dell’ellepì ufficiale. Al suo interno, le migliori versioni alternative di tutti i brani del gruppo, grezze, primitive, dirompenti, sgraziate. Punk, insomma.

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