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E quindi com’è ‘Becoming Led Zeppelin’?

Il documentario di Bernard MacMahon racconta i primissimi anni di carriera attraverso interviste e documenti inediti anche per i fan più appassionati. Ecco i momenti migliori e quelli discutibili

John Paul Jones, Robert Plant e Jimmy Page dal vivo a Dusseldorf l'11 marzo 1970

Bernard MacMahon dà per scontato che sappiate un sacco di cose sui Led Zeppelin. Che abbiate sentito i dischi migliaia di volte, recuperato bootleg, visionato clip su YouTube, letto la biografia Il martello degli dei. Che siate in grado di recitare a memoria le storie di dissolutezza del gruppo, sia quelle che hanno a che fare coi pesci, sia quelle legate all’occulto. La domanda che il regista di Becoming Led Zeppelin e la produttrice e co-autrice Allison McGourty si pongono è: la gente sa che cosa facevano Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham prima di mettere in piedi il gruppo? E come sono stati i primissimi anni, quando hanno cominciato a esibirsi un mese dopo essersi messi assieme?

Il primo documentario autorizzato sui Led Zeppelin funziona a meraviglia se siete fan accaniti e volete sapere tutto della prima apparizione di Page alla tv inglese col suo quartetto skiffle (nel 1957 al talent All Your Down) o del lavoro da turnista che lui e Jones hanno svolto per Goldfinger di Shirley Bassey. O dell’influenza esercitata da James Brown sulla cassa in quattro di Bonham in She’s a Mod dei Senators. Desiderate sapere tutto della prima versione di Dazed and Confused cantata Keith Relf durante il periodo in cui Page suonava con gli Yardbirds? Volete sapere che cosa passava per la testa del chitarrista quando ha scoperto la Gibson Les Paul Black Beauty (non è escluso che la paragoni all’Excalibur)? Se la risposta alla domanda «quante volte ancora vuoi sentire Plant e Page parlare della volta in cui i quattro hanno scoperto un nuovo sound esplosivo suonando Train Kept a Rollin’” è “all’infinito”, allora questo documentario fa per voi.

Occhio al titolo: il film si ferma al 1970, dopo l’uscita di Led Zeppelin II, quando i quattro non sono ancora diventati mostri del rock. Essendo autorizzato, il documentario contiene l’esecuzione di canzoni intere e nuove testimonianze dei membri sopravvissuti del gruppo, più un’intervista poco nota concessa nel 1971 da Bonham a un giornalista australiano. Si scava a fondo nell’infanzia dei musicisti, nei loro eroi, nelle prime formazioni in cui hanno suonato. E però non si può dire che sia il documentario definitivo sul gruppo giacché si ferma all’album di Bring It on Home.

Page ha detto nella conferenza stampa che a Venezia ha preceduto la prima del film che le proposte che ha ricevuto in passato per raccontare i Led Zeppelin erano pessime poiché incentrate sugli aspetti extramusicali. Al centro della narrazione di MacMahon e McGourty c’è la musica, tant’è che capita che il regista non lo chiami documentario, bensì musical. Non a caso, ci si ferma prima che la storia metta in ombra la musica e forse è una delle ragioni che hanno spinto Page a dire sì.

I due hanno prodotto uno storyboard, cosa piuttosto rara per un documentario. Page ha così avuto modo di sapere esattamente di cosa avrebbe parlato il film, controllando che fosse eliminato quel che considera superfluo. Per uno che nella band è stato un maniaco del controllo, nonché la persona che aveva l’ultima parola su tutto ciò che riguardava gli Zep, dev’essere stato un plus. Per gli spettatori, invece, sentire le origin stories di questi grandi del rock presentate in questa maniera dà l’idea che la narrazione sia fin troppo controllata.

Foto: Dick Barnatt/Getty Images/Courtesy of Biennale

Per farla breve, che filmati d’epoca si vedono? È una rivelazione persino per chi conosce le versioni live delle canzoni. Alcuni momenti in particolare sono stupefacenti. MacMahon ha scavato a fondo negli archivi e ha contattato chi ha effettuato video all’epoca per reperire inquadrature inedite, filmati extra, outtake. E di tesori nascosti ne ha trovato più di uno. Frammenti dei concerti del primo tour in Scandinavia già circolavano, ma qui ci sono nuove riprese di Good Times Bad Times. La performance del ’69 a Londra di Dazed and Confused si vede e si sente molto meglio che in passato. A vedere il gruppo in un auditorium piuttosto piccolo, specie se paragonato agli stadi dove si sarebbe esibito più in là, ci sono famiglie in vacanza, coi bambini che si tappano le orecchie mentre parte Communication Breakdown. Si vedono (e si ascoltano) anche frammenti del leggendario show al Fillmore West, un concerto decisivo per la loro carriera, dov’erano in scaletta fra Taj Mahal e Country Joe and the Fish, e anche un’apparizione a un blues festival di Bath.

Quest’ultima parte è intervallata dalle immagini dell’atterraggio dell’Apollo 11. Il festival si teneva proprio quel giorno e perciò Plant pontifica su cosa significava suonare davanti a un pubblico mentre «un uomo camminava sulla Luna». È una scelta di regia discutibile, così come mostrare il cantante che dice che la band cercava «i pezzi migliori della musica nera per infilarli nel tritacarne» senza un pizzico d’ironia, o quando Page paragona l’aspetto imponente del manager Peter Grant a quello di un boss della mafia. (Se anche solo un quarto delle storie che lo riguardano fossero vere, alcune delle tattiche di Grant farebbero impallidire più di un criminale). È fantastico riascoltare Whole Lotta Love, uno dei pezzi migliori degli Zeppelin, ma che bisogno c’è di farlo osservando, per tutti e sei minuti, un montaggio di titoli di giornale sull’ascesa del gruppo? Forse no, nonostante il racconto minuzioso su come Page ha scritto l’avventurosa e avanguardistica sezione centrale del pezzo.

Al di là di questi frammenti discutibili, il film è pieno di cose invitanti per chi ascolta ancora il catalogo degli Zep con infinita ammirazione. Le riprese dei primi concerti vi faranno capire quanto fosse erotica e potente quella musica, e quanto loro siano sempre stati viscerali e carnali, fin dal principio. Sono momenti che valgono da soli la visione di Becoming Led Zeppelin. E però quando il film si chiude all’improvviso, prima che inizi la vera storia del gruppo, uno ha voglia di cacciare un urlo degno di quelli di Plant: ma insomma, è tutto qui?

In un mondo perfetto, il documentario sarebbe il primo capitolo di una miniserie in stile Beatles Anthology, uno show in cui Page, Plant e Jones svelano i segreti degli altri album, dei riff, dei tour, degli alti e dei bassi. Nel mondo reale invece MacMahon offre un resoconto incredibilmente dettagliato dei primi anni della carriera dei Zeppelin, raccontati dalla viva voce di queste leggende del rock. C’è davvero tanto amore, a whole lotta love per quei primi giorni di gloria. Resta la voglia di sapere che cosa è successo dopo, e perché.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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