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«E poi Vasco Rossi mi ha detto: perché non facciamo una serie all’americana?»

Lo racconta Roberto Quagliano, regista del video di 'Dimentichiamoci questa città' e amico d'infanzia di Guido Elmi. Ecco la storia e le bozze del soggetto del 'Vinyl' di Vasco d'inizio anni '80

Vasco Rossi nella prima metà degli anni '80

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

I fan di Vasco Rossi conoscono Roberto Quagliano per essere stato il regista del video di Dimentichiamoci questa città. Forse non sanno che Quagliano avrebbe potuto essere l’autore di una serie tv con protagonista Vasco. Nei loro incontri come amici a casa di Guido Elmi, Vasco gli suggeriva spesso di scrivere un soggetto per una serie tv di nuovo tipo. Ma ci arriviamo dopo.

Bolognese doc, artista, regista, autore tv, videomaker, Quagliano ha preso parte in prima persona ad alcuni degli eventi più significativi della Bologna del ’77 insieme al grande amico Guido Elmi. Ha poi realizzato reportage per Mixer di Rai 2 e dato vita nel ’94 a Professione Reporter (diventato in seguito Report) in cui ha «coinvolto e proposto come conduttrice Milena Gabanelli», che era sua amica e lavorava con lui già da anni. Ha collaborato con punti di riferimento assoluti del mondo musicale come Lucio Dalla e Freak Antoni. Con la sua società Kamel Film ha brevettato VideoLiterature, «una tecnica di produzione innovativa che consente di realizzare serie abbattendo costi e tempi».

«Non sono mai stato un esperto di musica», racconta, «ma mi interessava l’incidenza che essa aveva sulle arti figurative che io praticavo. Stando a Bologna era impossibile non incappare in qualche modo in qualcosa che riguardasse la musica. Ho lavorato con Angela Baraldi e Lucio Dalla, ero molto amico di Freak Antoni, ma la persona che più mi ha guidato in questo senso è stato sicuramente Guido Elmi».

Roberto conosce il futuro produttore di Vasco Rossi all’età di 8 anni. «Abitavamo nello stesso cortile che racchiudeva tre palazzi e una casetta bassa, tipo box del custode. Ci si vedeva qualche volta in cortile dove giocavamo a pallone. Guido usciva poco perché aveva un piccolo problema a un piede che lo limitava, quindi lo sport non fu mai un collante. Eravamo tutti figli di militari che abitavano lì, mentre lui era il figlio del portiere che abitava nella casetta bassa: un altro elemento che in qualche modo lo teneva un po’ distante da noi».

Guido però possiede una sensibilità artistica fuori dal comune e Roberto, anche lui dotato di uno spiccato amore per l’arte, entra presto a far parte del suo mondo. «Rispetto a noi, che non disponevamo di altri luoghi oltre alla casa in cui vivevamo, lui aveva a disposizione una cantina in cui aveva allestito una specie di studio musicale. Come me, aveva gusti estremamente raffinati in quanto a cinema e arte e quel gusto, a differenza mia, aveva sempre riguardato anche la musica. Parliamo della fine degli anni ’60, lui fu il primo a svezzarmi a musica fuori dall’ordinario proveniente da Stati Uniti e Inghilterra. Nello stesso periodo iniziammo a dipingere, lui con una tecnica simile a quella dei test di Rorschach, mentre io restavo fedele alla mia idea di arte concettuale, povera, utilizzando materiali vivi, verdure soprattutto. Su invito di Riccardo Camoni partecipammo a una collettiva d’arte figurativa in cui esponemmo i risultati di quei pomeriggi artistici in una galleria in via del Pratello. Accanto ai nostri lavori c’erano le opere di Luigi Ontani e di Lucio Del Pezzo. Pochi anni poi e Flavio Caroli mi presentò alla Galleria 2000 di Bologna dove tenni una personale di mie opere».

Il fulcro della visione di Guido Elmi resta però la musica. «Presto gli sforzi si spostarono verso la musica suonata. Lui aveva già una certa tecnica chitarristica, mentre io avevo anche provato a prendere lezioni da un jazzista del giro di Dalla, ma ero davvero negato. La cosa più semplice era darmi da suonare delle congas e farmi suonare lo stesso ritmo per ore mentre lui improvvisava senza mai dire una parola».

In quel momento Roberto comprende una delle doti che più avrebbero fatto la fortuna dell’amico. «Se c’è una cosa che fu chiara fin dal principio era quella che Guido possedeva un istinto innato per capire quando le cose erano sulla cima dell’onda. Io l’onda la prendevo in anticipo sui tempi, vedevo forse le cose prima, ma lui la coglieva al momento giusto, quando ti poteva portare veramente lontano. Per quello era capace di trovarsi spesso al momento giusto nel posto giusto. Anche quella è un’arte».

Guido Elmi (19 anni) e Roberto Quagliano (17) nel cortile di Piazza Carducci a Bologna

Giunti alla fine del percorso universitario, Guido e Roberto iniziano a interrogarsi sul proprio futuro. «Gli dissi: perché non compriamo una licenza e apriamo un’osteria? Iniziai a girare per il centro alla ricerca di locali abbandonati, fino a quando non pensai a quella via del Pratello in cui avevamo esposto i nostri quadri. Oggi, via del Pratello rappresenta il centro di ritrovo per eccellenza di Bologna, ma ai tempi, la via era una delle più malfamate di Bologna, piena di serrande chiuse da anni e storico ritrovo della mala bolognese. Trovammo questo locale e, nel giro di qualche mese diventammo il fulcro di tutti quei movimenti che stavano per esplodere in quella che è passata alla storia come la Bologna del ‘77. Da noi potevi trovare Umberto Eco, Pirro Cuniberti, Stefano Bonaga, i leader studenteschi più noti, ma anche quelli che nessuno voleva o che, al contrario, non volevano farsi tanto vedere. Da noi passarono quelli di Autonomia a discutere dei loro progetti di autoriduzione proletaria, così come alcuni che poi trovavamo sulle pagine di cronaca dei giornali nei giorni successivi».

Una piccola polveriera che sfugge loro di mano. «Sempre più spesso eravamo vittime di due bande che venivano a consumare e poi, oltre a non pagare, ci distruggevano il locale. Lì capimmo che era giunto il momento di vendere tutto e tornare alla nostra amata arte».

In quel momento le loro vite si incrociano con quella di Vasco Rossi. «Guido era amico di Maurizio Solieri, che aveva già realizzato i primi due dischi con Vasco; in particolare il secondo, dal titolo Non siamo mica gli americani, era stato costruito insieme a Gaetano Curreri dal punto di vista degli arrangiamenti e in questo brillava il solo di chitarra di Albachiara di Solieri. Vasco era impegnato ogni tanto come dj e faceva qualche concerto in varie discoteche. Una sera Guido e Solieri si trovarono da Vito, un locale frequentato da tutto l’ambiente alternativo e musicale bolognese, e lì nacque uno dei connubi più celebri della storia della nostra musica popolare».

Vasco al Mac 2 di Modena, dal Super 8 di Roberto Quagliano

Elmi, Vasco, Sergio Silvestri e Solieri cominciano a trovarsi per lavorare su un progetto di band in uno spazio che Bibi Ballandi ha messo a loro disposizione. Ora è Elmi a suonare le congas per Vasco non più Roberto per lui. «Mentre lui portava avanti la sua visione musicale, io ero stato assunto in Rai e lavoravo come un dannato. La fortuna fu quella di non perdersi mai di vista e di ritrovarci quindi poco dopo l’uscita di Albachiara. Il lavoro in Rai era frustrante e cominciai a passare tempo con loro. Essendo da sempre appassionato di cinema e realizzando i miei film underground fin dall’età di 14 anni, avevo sempre con me una Super 8 Beaulieu, che ci tornò utile quando decidemmo di registrare un video in occasione di un concerto della band tenuto al MAC 2 di Modena, alla presenza di 200 persone».

Il video non è mai stato pubblicato, «ma le immagini tratte da quelle riprese sono state utilizzate per la riedizione e le celebrazioni del quarantesimo di Albachiara. Erano 30 minuti di girato, tra palco e backstage, ma erano mute, perché la mia idea era quella di fare un road movie muto, per il quale Guido poi avrebbe realizzato la colonna sonora. Quella colonna sonora di musiche edite, ma non di Vasco, esiste ancora e l’ho recuperata e abbinata al filmato. Ciò in qualche modo mi ha consentito di chiudere un cerchio. Con quelle immagini Super8 ho poi composto un video su Albachiara ancora inedito».

E il video di Dimentichiamoci questa città, invece, com’è nato? «Loro ormai cominciavano ad avere un seguito, Vasco era ancora lontano dall’essere un fenomeno del palco che riempiva gli stadi, ma le cose si muovevano dopo ogni disco. Io avevo ormai capito che il mondo dei video era quello su cui si poteva sperimentare un tipo di linguaggio più innovativo e proposi di fargliene uno su un suo pezzo in uscita. Ero rimasto molto impressionato da un video dei Devo in cui c’erano queste immagini reiterate ed ero molto affascinato da quel modo di girare. Qualcosa di completamente diverso da quello che facevo per la tv, ma anche da quello che avevamo fatto due anni prima per Albachiara. La canzone la scelsero loro».

«Come si intuisce dalle immagini, fu molto divertente girare tutto. Mi ricordo in particolare le riprese sulla corsia d’emergenza dell’autostrada vicino all’autogrill Cantagallo di Sasso Marconi. Tutto il gruppo a due centimetri dalle auto che scorrevano velocissime mentre mangiavano dei biscotti che montati al contrario sembrava che diventassero via via sempre più grandi: se le facessimo oggi saremmo messi in gabbia in due minuti. Montare tutto fu più difficile, perché, per un problema con la velocità delle riprese, fummo costretti a inserire immagini quasi subliminali per conservare il sync. Hai presente quel manifesto con un culo di donna che sbatte a destra e sinistra a un certo punto? Ecco, non era voluto, ma il caso ci consentì di creare qualcosa di nuovo dal punto di vista del linguaggio. Di insolito e innovativo. Il caso è spesso protagonista di qualsiasi ricerca artistica».

Quagliano (a sinistra) e Guido Elmi (a destra, con la chitarra) a inizio anni ’70

Resta anche qualche rimpianto, visto che quel video è rimasto l’ultimo girato per Vasco. «Spesso mi dicono che quel video ha cambiato il modo di intendere il clip musicale, ma forse come sempre ero troppo in anticipo sui tempi (sorride). Parlammo per due volte successivamente della realizzazione di video da fare su Siamo solo noi e Vita spericolata, scrissi anche le sceneggiature, ma poi la casa discografica Targa decise di andare a girare il video in Inghilterra e devo dire che venne fuori proprio una porcheria (ride)».

La cosa più suggestiva però resta un’idea di Vasco su cui i due cominciarono a lavorare nel 1981, una serie televisiva che avrebbe potuto anticipare i temi di Vinyl con trent’anni e passa d’anticipo. «Un giorno Vasco mi invitò nella sua villa fuori Bologna. Ormai aveva fatto il botto, ma era rimasto sempre come l’avevo conosciuto la prima volta. “Ehi Roberto, perché non facciamo una bella serie all’americana? Un bel telefilm diverso da quelle cazzate che si vedono in tv”. Nella nostra testa, i protagonisti avrebbero dovuto essere un gruppo rock e il suo manager e gli avvenimenti di ogni puntata sarebbero avvenuti intorno alla band e nelle città che si trovavano a visitare mentre si trovavano in tour. Con tutto ciò che poteva circondare una rock band tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Chissà cosa sarebbe potuto venire fuori: conservo ancora gelosamente sia il soggetto di quella serie che le sceneggiature dei suoi video».

Il soggetto di Quagliano per il telefilm del 1981

Col tempo, i suoi rapporti con Elmi e Vasco sono diventati sempre più rarefatti, ma ancora oggi Quagliano ritiene che senza il primo, il secondo non avrebbe potuto raggiungere certi traguardi. «Erano una coppia di quelle tipo Lennon-McCartney, capaci di rivoluzionare un sistema. Molti dicono che sia stato Guido a costruire l’immagine di Vasco, dal modo di vestire, agli arrangiamenti, passando per il modo di porsi, ma credo che uno fungesse da spinta per l’altro. Erano due menti fuori dagli schemi, ma potevano funzionare al 100% solo insieme».

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