Addio Richard Cole, i figli di puttana del rock and roll sono una razza in via di estinzione | Rolling Stone Italia
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Addio Richard Cole, i figli di puttana del rock and roll sono una razza in via di estinzione

Se n'è andato il road manager dei Led Zeppelin, l'uomo che con pugni e pistole li ha tirati fuori dai guai per 12 incredibili anni. Finì anche in galera in Italia, accusato di terrorismo per la strage di Bologna

Al centro, Jimmy Page e il road manager Richard Cole arrivano coi Led Zeppelin alle Hawaii nel 1969

Foto: Robert Knight Archive/Redferns

Era lontano da casa e dai suoi “ragazzi”, Richard Cole, morto ieri a 75 anni dopo lunga malattia, quando nel settembre del 1980 venne a sapere della morte di John Bonham. Era stato il road manager e la chioccia dei Led Zeppelin per 12 frenetici, folli, incredibili anni, dai tempi del primo tour americano iniziato il giorno di Santo Stefano del 1968 e fino al 1979, ma stavolta non era al loro fianco. Si trovava in Italia, a Rebibbia, rinchiuso in una cella del penitenziario.

Licenziato dal manager del gruppo Peter Grant perché ritenuto ormai troppo imprevedibile e inaffidabile, s’era fatto convincere a venire a Roma per disintossicarsi dall’eroina: sfortuna volle che atterrasse a Fiumicino proprio il giorno della strage di Bologna, 2 agosto 1980, mentre fu forse la regia occulta di qualche altro consigliori di Grant a mettere sulle sue tracce la polizia e a farlo scaraventare in galera con l’accusa di terrorismo. Era totalmente estraneo ai fatti, ma lo tennero dentro per possesso di cocaina: come la band di cui per tanti anni era stato l’umile e fidato servitore, anche lui aveva preso una china discendente che lo stava portando dritto all’inferno.

Nato a Londra nel 1946 e cresciuto, come lui stesso amava dire, alla «scuola dei duri e all’università della vita», Cole – Ricardo, per gli amici – aveva camminato a lungo sull’orlo del precipizio. Entrato nel music business nel 1965 e distintosi come tour manager di Who e Yardbirds (con un giovane Jimmy Page alla chitarra) negli Stati Uniti, in poco tempo era diventato una figura leggendaria: alto e robusto, faccia da schiaffi e sorriso sprezzante, aspetto lugubre da becchino (altro soprannome: Mort) e sempre pronto a menare le mani, se non a sfoderare una pistola, nell’ambiente era temuto e rispettato. I musicisti lo adoravano, perché come loro «aveva un cuore rock and roll» (così lo ricorda oggi l’attore ed ex cantante Michael Des Barres) e in ogni città conosceva le groupie più carine e gli spacciatori di roba migliore. Così i datori di lavoro: a qualunque costo, avrebbe fatto arrivare i suoi clienti nel luogo e all’ora prestabilita, efficiente come un cane da pastore alle prese con un gregge disorientato e impazzito. Era “uno della band”, disposto a condividere ragazze e stupefacenti e a spingersi agli eccessi della Babilonia rock’n’roll, ma sapeva – eccome – il fatto suo: gli annali lo ricordano come il primo a insistere perché i gruppi britannici in trasferta negli States portassero con sé crew e impianti di amplificazione, invece di noleggiare in loco gente inesperta e apparecchiature scadenti.

Con il manager degli Zeppelin Peter Grant, di cui fu fedelissimo braccio destro, formava una coppia terribile e formidabile: chi li ha conosciuti, sostiene che le immagini che nel film The Song Remains the Same li ritraggono nei panni di due gangster anni ’30 pronti a regolare i conti con la mitragliatrice spianata non si discostassero molto dalla realtà. In un’autobiografia rimasta finora inedita e di cui il giornalista inglese Chris Charlesworth ha pubblicato ieri uno stralcio su Facebook era stato lui stesso a ricordare il loro colloquio di assunzione: «Quanto vuoi?», gli chiese Grant nell’ufficio di Oxford Street dove era stato convocato per un possibile impiego come accompagnatore in tour degli one hit wonder New Vaudeville Band (quelli di Winchester Cathedral). «”Trenta sterline”, replicai. “Prendere o lasciare”. Peter era rimasto sicuramente sorpreso dalla mia risposta. In seguito mi disse che chiunque gli si rivolgesse in quel modo non avrebbe avuto problemi nell’intascare dai promoter i soldi dovuti al gruppo».

“Gola profonda” di Stephen Davis per la celebre e controversa biografia zeppeliniana Il martello degli dei, un libro a suo nome l’aveva comunque pubblicato calcando ulteriormente la mano sugli eccessi e scoperchiando (con quanta aderenza alla realtà non è dato di sapere) gli aspetti più sordidi e scandalosi della vita on the road, tra incontri sessuali con ragazze adolescenti e camere d’albergo devastate: l’uscita di Stairway to Heaven: Led Zeppelin Uncensored aveva creato una grossa frattura tra lui, Page e gli altri Zeppelin che lo accusavano di falsità, poi ricomposta tanto che Cole venne ammesso nel backstage del concerto del 2007 alla O2 Arena di Londra e si fece vedere in occasione di altri importanti eventi celebrativi del gruppo. Mentre una foto scattata in ospedale qualche mese fa e pubblicata su Instagram lo ritraeva insieme a Robert Plant, istigatore del suo licenziamento nel ’79 e sempre diffidente nei suoi confronti, che ieri lo ha voluto salutare con un tweet: «Addio Ricardo… purtroppo niente più storie esagerate… coraggioso fino alla fine».

Spietato e brutale con i “nemici” e chi osava mettergli i bastoni tra le ruote, Cole era comunque uno straordinario risolutore di problemi: capace di organizzare una rocambolesca fuga in piena notte da un fatiscente ospedale greco quando nel 1977 Plant e famiglia rimasero vittime di un grave incidente stradale a Rodi, di venire in soccorso ai suoi assistiti quando si cacciavano in qualche guaio, di rifornire lo Starship, il Boeing preso a noleggio dagli Zeppelin per le trasferte nordamericane, di ogni ben di dio. Non si nascondeva dietro un dito, e anche se (dopo avere lavorato anche per Eric Clapton, per i Black Sabbath e per Ozzy Osbourne) si era ripulito dalle droghe reinventandosi una seconda vita rispettabile e tranquilla non aveva remore nel ricordare le sue imprese più nefaste e mirabolanti: rivendicando il ruolo di star protagonista nel famigerato e leggendario mud shark incident, la storiaccia a base di pesci morti usati come sex toys che ispirò una canzone a Frank Zappa, e rimembrando le sue prodezze a fianco dell’altrettanto selvaggio e incontenibile Bonham, si trattasse di scorrazzare in Harley Davidson nei corridoi di un hotel di Los Angeles o di fare a fette una stanza d’albergo in Giappone a colpi di spade da samurai.

Viste nel contesto di oggi, nell’epoca del MeToo e del politicamente corretto, certe sue imprese di allora provocano forte disagio e spingono a una condanna senza appello: ma il giovane Cole era, in fondo, uno scapestrato figlio del suo tempo, quando il rock and roll era un covo di pirati che operava ai limiti della decenza e della legalità (e a volte oltre). Colpiti dalla notizia della sua scomparsa, in tanti oggi gli rendono omaggio, riconoscendogli – malgrado tutto – una rigorosissima etica del lavoro, oltre a un’assoluta lealtà nei riguardi delle persone che, come Grant e gli Zeppelin, gli stavano a cuore. Nel suo post di commiato su Facebook Charlesworth ne parla come di «un vecchio amico e, in anni passati, occasionale nemico». L’ex discografica della Swan Song Unity MacLean, che lo conosceva da una vita, come di un uomo protettivo nei suoi confronti e persona di buon cuore («fortunatamente non ero nei paraggi» scrive «quando diventava cattivo, eccetto quella volta che dalla finestra urinò su un gruppo di fan»). Pamela Des Barres lo ricorda come «un gentiluomo», sempre affettuoso e rispettoso nei suoi confronti, e un’altra delle groupie storiche di Los Angeles, Bebe Buell, lo ritrae come un uomo dal carattere ispido e scorbutico che però amava gli animali, i fiori freschi e il tè delle 5 come un perfetto gentleman inglese.

Il tempo guarisce le ferite, addolcisce i ricordi, riporta a galla i dettagli più intimi e meno pittoreschi: e così anche un vecchio figlio di puttana del rock and roll come Ricardo si lascia alle spalle una scia di cuori infranti e di ricordi affettuosi.

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