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Dopo il Soundcloud rap, arriva l’Instagram rap, e nelle stories sono mazzate

Un tempo i conflitti fra rapper si risolvevano sul piano della creatività, oggi a decretare chi vince e chi perde è il seguito sui social. Per fare battle di freestyle bisogna avere talento: è più facile venire alle mani

Gallagher e Traffik

Un fotogramma del video di 'Diamanti razzisti'

Milano, anno 2000: se seguivi la cultura hip hop, il posto per te era l’Indian Cafè, in Moscova, dove il produttore Fritz Da Cat organizzava un evento domenicale battezzato Phat Milano. Ai tempi in città i cultori del genere erano poche centinaia, non certo decine di migliaia come oggi, ma li trovavi praticamente tutti lì: rapper, dj, b-boy e writer provenienti dall’intero Nord Italia, da quelli che nell’underground erano già discretamente famosi a quelli che, ancora ragazzini, lo sarebbero diventati una decina di anni dopo. Se volevi incontrare qualcuno, insomma, sapevi dove andare e a che ora. E lo sapeva anche un gruppo di writer sul piede di guerra che un bel giorno arrivò sul posto per mazzuolare una crew rivale, colpevole (pare) di avere dipinto nel posto sbagliato e al momento sbagliato. La situazione degenerò abbastanza in fretta, e nel giro di una mezz’ora il piazzale davanti al locale si era trasformato in una specie di royal rumble. Il massimo della tecnologia era ancora il Nokia 3310, perciò non fu immortalata da nessuno smartphone e non ci fu alcuno strascico social, ma in compenso finì sulla prima pagina della cronaca locale del Corriere della Sera e rimase impressa a fuoco nella memoria collettiva. Ancora oggi si tramanda la leggenda del tizio che si stagliava al centro della mischia, incurante della sua gamba ingessata, mulinando in aria le stampelle per abbattere i rivali.

Quella fu una delle prime maxirisse passate alla storia della scena rap italiana, nonché una delle uniche. Almeno fino a tempi più recenti, in cui il tasso di bellicosità sembra essersi alzato di parecchio, complici anche i fan che soffiano sul fuoco. L’ultimo caso, di cui hanno trattato perfino i telegiornali nazionali, ha coinvolto Gallagher (trapper romano, anni 26) e Rondo Da Sosa (rapper milanese, anni 18), che da mesi si attaccano via storie di Instagram. Prima del lockdown erano stati protagonisti di uno scontro in corso Como a Milano, ripreso dai cellulari di molti presenti; finita la quarantena, la faida si è trasferita a Santa Margherita Ligure, dove a quanto sembra alcuni fan di Gallagher sarebbero passati alle vie di fatto con Rondo Da Sosa, seminando il caos tra i caruggi di una delle cittadine più pettinate e perbeniste della riviera di Levante. Cotanta rabbia è a) sintomo di un vero disagio, b) giustificata da qualche sgarro effettivo, c) semplicemente un modo per farsi notare e spiccare nel mucchio? Difficile a dirsi, ma sta di fatto che nel sottobosco della trap – quello dei nomi in rapida ascesa ma non ancora famosissimi, per intenderci – ormai è un tutti contro tutti che va avanti da mesi.

Per fortuna la maggior parte di questi scontri non sfocia in botte da orbi, e neanche in confronti diretti, ma piuttosto in insulti alle rispettive mamme, sfottò alle crew dell’uno o dell’altro, attacchi alla credibilità personale dell’avversario e via dicendo. Non si tratta neanche di dissing veri e propri, a ben guardare, perché gli insulti in questione non sono contenuti in canzoni o freestyle, ma più banalmente nelle storie di Instagram che i follower ripostano all’infinito, trascinando avanti la diatriba per mesi. Non c’è nulla di artistico in questi continui battibecchi, che assomigliano più che altro ai banalissimi flame che a tutti noi capita di alimentare litigando con sconosciuti nei commenti ai vari post sui social. Ciò che stupisce, più che altro, è la portata del fenomeno, che è amplificato a dismisura non solo dai diretti interessati e dai loro seguaci, ma anche da vere e proprie entità terze che speculano sulla questione. È il caso di account come Social Boom, gestito da un influencer ventiquattrenne di nome Francesco Belardi, che mesi fa era diventato famoso anche per aver finto di violare la zona rossa di Codogno. Di fatto non fa altro che caricare su YouTube le storie dei vari rapper italiani che si confrontano, si insultano o più semplicemente si scambiano opinioni, in modo che non si autodistruggano nel giro di poche ore e restino disponibili per i posteri. Con il corredo, ovviamente, dei contributi dei fan che si trovano al posto giusto e al momento giusto armati di smartphone.

Dando un’occhiata agli ultimi video caricati dal canale, che conta quasi mezzo milione di iscritti, troviamo titoli sensazionalistici come “Tony Effe provoca Wok nelle sue stories sull’uso della lean, Wok risponde!!”, “Daytona aggredito in Svizzera da dieci persone che lo picchiano insieme: ecco i video esclusivi!!”, “Taxi B si ubriaca e insulta tutti nelle stories, poi da sobrio spiega bene cos’ha combinato!” e molto altro ancora. L’attività di Social Boom è parecchio malvista dai rapper, soprattutto da quelli più solidi e rispettati, che non hanno nessuna intenzione di (o interesse a) guadagnare visibilità tramite faide su Instagram. Il loro fastidio comincia a farsi tangibile: c’è il legittimo sospetto che sia Marracash che tha Supreme gli abbiano lanciato frecciatine in varie loro strofe, e nel suo ultimo video Beretta Massimo Pericolo a un certo punto indossa una maschera in cartone che sembrerebbe scimmiottare proprio la faccia di Belardi. In effetti, si potrebbe dire che la sua piattaforma sia la versione 2.0 di un tabloid, ma con un potenziale di viralità molto maggiore. E con qualche dubbio sul sistema che alimenta il tutto, perché nella didascalia di ogni suo video compare un indirizzo da contattare “per collaborazioni”, e non è molto chiaro cosa si intenda.

Nell’hip hop, anche in quello italiano, il conflitto e il confronto tra artisti o fazioni fanno da sempre parte del gioco: tutti lo sanno, nessuno si sottrae. La vera differenza, però, è che fino a qualche anno fa era un conflitto che si risolveva in gran parte sul piano della creatività. Tra i rapper gli insulti venivano trasformati in punchline, ovvero versi particolarmente espliciti e micidiali diretti a un rivale; tra i writer ci si faceva la guerra coprendo le tag e i graffiti altrui; tra i dj e i b-boy si organizzavano continue sfide per stabilire chi deteneva la supremazia. Nell’era post trap di oggi spesso la creatività è assolutamente secondaria per decretare il successo di un artista, e a indicare chi vince e chi perde è piuttosto il seguito sui social e la capacità di smuovere masse di fan a proprio sostegno; ergo, gli scontri si spostano su Instagram e, se proprio devono riverberarsi sul mondo reale, si trasformano in risse e non in battle di freestyle. È anche possibile identificare una sorta di big bang che ha dato origine a questa tendenza. Correva l’anno 2010, e una realtà romana dalle radici profondamente street (molti di loro venivano da situazioni davvero degradate e avevano alle spalle parecchi anni di carcere), ma dalle idee un po’ confuse in materia di radici del rap (si rifacevano a valori di estrema destra e il nome della crew era ODEI, ovvero Orgogliosi di Essere Italiani), ingaggiò una sorta di faida a distanza con i Club Dogo. Nessuno scontro fisico vero e proprio, ma frecciatine, lettere aperte via YouTube e “spedizioni punitive” per cercare chiarimenti; e dato che per la prima volta i social erano davvero parte integrante della vita di tutti noi, i video e i post che riguardavano la faccenda diventarono in breve virali.

Non a caso, oltretutto, gli ODEI erano tra i primissimi esponenti di una scuola di pensiero che sarebbe poi dilagata fino a diventare quasi maggioritaria: quella secondo cui, per essere un rapper di successo, in fondo non è più necessario saper rappare davvero, è più importante il carisma. E qui si torna al motivo per cui molti giovanissimi rapper e trapper preferiscono lavare i panni sporchi sulle storie di Instagram, anziché a colpi di battle o dissing come facevano i loro predecessori: perché mettere insieme delle rime che siano sagaci, efficaci e memorabili non è roba per tutti. Bisogna averne le capacità, e quelle capacità bisogna allenarle. Forse è troppa fatica, per una generazione che pare essersi abituata ad avere tutto e subito.