‘Don’t Let Me Down’, la storia dei Beatles in una canzone | Rolling Stone Italia
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‘Don’t Let Me Down’, la storia dei Beatles in una canzone

Venne incisa e poi scartata da ‘Let It Be’. Oggi possiamo ascoltarne la genesi e decifrarne il significato: sono John e Paul che cercano di mettere da parte le differenze per parlarsi attraverso la musica

I Beatles nel 1969

Foto: Ethan A. Russell / © Apple Corps Ltd.

Di tutte le rivelazioni contenute nel box set di Let It Be dei Beatles, la più grande ha a che fare con una canzone scartata dall’album. Don’t Let Me Down sta a John Lennon e Yoko Ono come Two of Us sta a Paul McCartney e Linda. Lo senti che John è intimorito dalle emozioni che s’appresta a esprimere e prega gli altri Beatles di aiutarlo a finire la canzone. Il box set testimonia lo sviluppo di Don’t Let Me Down e dà modo di capire che il pezzo contiene l’intera storia dei Beatles: è la mappa della loro long and winding road, della loro lunga e tortuosa e incasinata e sfortunata amicizia.

Il cofanetto di Let It Be anticipa l’attesa docuserie di Peter Jackson titolata Get Back e disponibile dal 25 novembre su Disney+. Entrambi fanno a pezzi il mito che vorrebbe i Beatles sul piede di guerra durante le session. «Il punto è comunicare», dice John nel libro Get Back, pieno di foto e dialoghi tratti dalle session. «Abbiamo la possibilità di sorridere alla gente come con All You Need Is Love». Mentre ci lavorano su, gli altri Beatles fanno notare che Don’t Let Me Down è «stucchevole». A John non importa. «Il testo deve essere stucchevole», dice.

Non aveva tutti i torti. La canzone è così perché è una confessione: John ha bisogno dei Beatles tanto quanto di Yoko. Ecco perché Don’t Let Me Down rappresenta il cuore di Let It Be. E nel remix di Giles Martin e Sam Okell, è più che mai reale.

Com’è allora che venne esclusa dall’album? Bella domanda. Nessuno sa perché Phil Spector fece questa scelta bizzarra persino per i suoi standard. Di spazio ce n’era in un album lungo 35 minuti che conteneva pezzi minori come Dig It o I Me Mine. Alla fine i fan hanno ascoltato Don’t Let Me Down nell’antologia blu, un po’ fuori posto piazzata com’era fra Get Back e The Ballad of John and Yoko.

È una ballata rock bella potente che affonda le radici nelle canzoni anni ’50 grazie alle quali John Lennon e Paul McCartney avevano legato. I due non hanno mai smesso di cantare quei pezzi – a volte era l’unico modo che avevano per comunicare. Non a caso, in piena crisi durante le session dell’album bianco, con Ringo momentaneamente fuori dalla band, la prima canzone che avevano inciso senza il batterista era stata Dear Prudence, un tributo a Buddy Holly ambientato però in un ashram. E quando John e Paul si sono nuovamente incontrati negli anni ’70 per la loro ultima session in studio, hanno cantato Stand by Me. Ecco, Don’t Let Me Down è parte di questa storia. Sono John e Paul che usano come hanno sempre fatto il vecchio rock’n’roll per esprimere le emozioni che non riescono a condividere in altro modo.

Don’t Let Me Down è la canzone chiave del progetto. Hanno continuato a suonarla dalla prima all’ultima session, fino al rooftop concert del 30 gennaio 1969. È stata una delle prime canzoni a venire pubblicate, giacché uscì come come lato B di Get Back. John la portò alla primissima session unitamente a Sun King, un’altra ballata in stile anni ’50. Era il 2 gennaio, ai Twickenham Film Studios. Ci scherzò su: «Hanno tutte gli stessi accordi». E George: «Ho notato. Pure le mie».

Il pezzo ha preso forma quando le session sono state spostate negli studi della Apple. Il primo giorno George incontrò nell’atrio il tastierista Billy Preston e lo reclutò seduta stante. Billy suonò col gruppo tutto il pomeriggio, contribuendo a migliorare l’umore di tutti quanti. Il primo pezzo che fecero assieme è Don’t Let Me Down. Dopo l’invito di Lennon di fare un assolo («vai!»), Preston aggiunse una parte di tastiera elettrica, mentre John partiva con una predica in stile Martin Luther King («ho fatto un sogno questo pomeriggio»). L’entusiasmo era alle stelle. «Gli ho detto “vai” e lui è partito. Ci stai tirando su, Bill!».

Il box set di Let It Be contiene più versioni di Don’t Let Me Down. Ognuna racconta una parte della storia. C’è ad esempio il mix perduto di Glyn Johns di Get Back, messo assieme nel 1969 e mai ascoltato prima. Johns prese le registrazioni delle session e ne fece una sorta di grezzo documentario sonoro, compresi errori e false partenze. Era esattamente quel che i Beatles avevano chiesto, ma Johns l’aveva fatto fin troppo bene: i quattro erano inorriditi da questa loro versione senza rete di salvataggio.

Il pezzo forte del mix di Glyn Johns era la suite di 11 minuti che metteva assieme Dig a Pony, Don’t Let Me Down e I’ve Got a Feeling. Quella di Don’t Let Me Down è una versione grezza. Inizia con Paul che incita dicendo «Fai la tua cosa, amico!» e John che risponde «La faccio tutto il tempo». I due si alternano alla voce (“She done me good”, “Yes, she did!”, “Yeah, she done!”, “One more time!”), ma il momento davvero toccante è all’inizio, quando John chiede a Ringo di suonare i piatti: «Lo fai un bel kssssh per me? Per farmi coraggio».

La versione uscita sul lato B di Get Back è approssimativa e scherzosa. John la introduce come Don’t Let Me Down the Road Again Blues, Short Fat Fannie You’re My Desire. George dice «Dai, ragazzi». Sulla terrazza della Apple i Beatles l’hanno fatta due volte. Nel primo tentativo John dimentica le parole del secondo verso e canta sillabe senza senso, nel secondo sbaglia il primo verso (una versione è nel box set, l’altra nel film). Si capisce che aveva timore a cantarla, farlo lo costringeva ad affrontare i dubbi e le paure che era solito nascondere. Un po’ com’era accaduto ai tempi di Norwegian Wood, la prima canzone che aveva portato alle session di Rubber Soul, era scosso da quanto lui stesso aveva rivelato di sé e della propria vulnerabilità.

Don’t Let Me Down è per Yoko un po’ come Two of Us è per Linda. Eppure sembrano canzoni d’amore di John per Paul e viceversa. In cima al foglio dove aveva appuntato il testo di Two of Us, McCartney aveva scritto le parole “Another Quarrymen Original”. In modo non dissimile, Don’t Let Me Down è una canzone che John ha scritto affinché potesse cantarla con Paul. Entrambi contavano sul proprio compagno nella band. E Paul eccelle in Don’t Let Me Down esattamente come John in Two of Us – nella take numero 4 contenuta nel box set canta in modo ancora più convinto, più blues.

È in fondo lo stesso dialogo che si sente in Oh! Darling, un’altra outtake del box set. Paul e John la trasformano in un duetto in stile doo-wop, prendendosi gioco del loro stesso call-and-response. Quando Paul urla “Credimi quando lo dico”, John risponde “Ci credo!”. La trasformano in una celebrazione della loro storia personale e musicale, anche perché non c’è grande differenza fra le due cose. Il modo migliore per condividere l’affetto che provavano l’uno per l’altro era farlo in una canzone.

Intanto, a George Harrison saliva la rabbia per essere stato messo ai margini del gruppo. L’idea del ritorno alle radici sottesa a Get Back implicava l’assenza delle sue canzoni che erano complesse e figlie di una sensibilità spiccata (e pensare che, come spiega bene il box set di All Things Must Pass pubblicato poco tempo fa, Harrison aveva canzoni buone per riempire un triplo e oltre). Nel box di Let It Be c’è una versione con tutta la band di All Things Must Pass dove George fa il diplomatico e con una buona dose di umiltà dice ai compagni che «mi piacerebbe che qualcuno si unisse a me» nell’esecuzione del pezzo. Guarda un po’, Harry Styles è stato fotografato a New York con addosso una maglietta di All Things Must Pass nei giorni in cui usciva il box set, forse una coincidenza cosmica.

Nemmeno canzoni come Don’t Let Me Down sono riuscite a tenere assieme i Beatles, ma se non altro aiutano a ricordare il senso e il valore della loro amicizia. Ti fanno capire perché credevano che valesse la pena lottare per la loro amicizia. E raccontano che anche nei momenti no erano in grado di fare grande musica.

In un certo senso, Don’t Let Me Down ha avuto un sequel cinque anni dopo, quando John e Paul si sono rivisti in uno studio di Los Angeles. Era il 1974, non s’incontravano da tre anni (in quel momento John e Yoko erano separati e lei aveva mandato Paul per convincerlo a rimettersi assieme con Yoko; già, un altro strano capitolo di una strana amicizia). Fecero una jam notturna con Harry Nilsson, Stevie Wonder e altri. Ringo e Keith Moon se n’erano appena andati e così la batteria la suonava Paul. Si capisce che erano un po’ arrugginiti, forse persino terrorizzati. Ma come sempre comunicavano attraverso la musica. «Qualcuno pensi a una cazzo di canzone», esclama John. «Dev’essere degli anni ’50 e non più nuova del ’63, altrimenti non la conosciamo».

Alla fine il pezzo che John fa alla chitarra è Stand by Me, una richiesta di devozione eterna. La canta con Paul. È un duetto a dir poco commovente, e chi se ne frega se sono entrambi ubriachi e stonati (John canta: “I won’t”, Paul: “No, I won’t”, John: “Be afraid”, Paul: “No, I won’t be afraid”). A un certo punto Lennon invita Wonder a unirsi a loro, «se qualcuno gli dà un microfono», ma Stevie non lo fa perché ha capito che cosa sta accadendo. Ha capito che quel momento appartiene solo a John e a Paul.

Ecco cos’è Don’t Let Me Down. È il suono di due ragazzi che cercano di mettere da parte le differenze per condividere un momento. È la canzone che più di ogni altra unisce i quattro Beatles. È incredibile che riuscissero a fare grande musica anche nel bel mezzo di una crisi. John affronta le emozioni che più gli fanno paura e fa affidamento sui suoi amici perché lo aiutino a farsi coraggio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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