Dome La Muerte è orgogliosamente 'Dalla parte del torto' | Rolling Stone Italia
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Dome La Muerte è orgogliosamente ‘Dalla parte del torto’

Il Keith Richards del punk italiano racconta in un libro la vita sua e di quella che chiama «generazione di scappati da casa». È una storia di palchi e battaglie in nome della ribellione e dell’indipendenza

Dome La Muerte

Un dettaglio della copertina di 'Dalla parte del torto'

A Navacchio – frazione di Cascina, provincia di Pisa – quel 18 maggio del 1958 nessuno immaginava neppure lontanamente che era appena nato il Keith Richards del punk made in Italy. In primis perché nessuno al mondo sapeva chi fosse Keith Richards e in secondo luogo perché il nuovo arrivato si chiamava Domenico Petrosino e non era ancora Dome La Muerte, il chitarrista di CCM e Not Moving.

Secco, carismatico, con un look che mescola rock, punk e cultura dei nativi americani (di cui è un grande cultore) senza concedere nulla ai facili stereotipi da rivista trendy patinata: Dome è, senza il minimo dubbio, una leggenda dell’underground italiano, oltre che un personaggio di spessore a livello umano e ideale.

Recentemente finito sotto le luci della ribalta per un’iniziativa speciale (la richiesta della famosa Legge Bacchelli, il vitalizio a favore di cittadini con meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport che versino in stato di particolare necessità), ha una storia e un curriculum artistico che abbracciano gli ultimi 50 anni e le maggiori tendenze/movimenti controculturali; il tutto totalmente all’insegna della libertà, della sperimentazione e dell’istinto viscerale all’avversione nei confronti di qualunque genere di catene, imposizioni e status quo.

Ironicamente figlio di un papà carabiniere (a cui è legato da un affetto profondo, ma con cui ha profonde e insanabili divergenze di vedute fin dalla preadolescenza), è da sempre un vero ribelle: così lo definisce Pablito El Drito alias Pablo Pistolesi – storico delle controculture, dj e attivista, coautore di una recentissima autobiografia di Dome intitolata Dalla parte del torto uscita per Agenzia X a fine 2020 (suoi sono anche i volumi Once Were Ravers, Rave In Italy e Diversamente pusher). Domenico dal canto suo, durante una chiacchierata telefonica in un bigio sabato pomeriggio d’inizio anno, si è autodescritto come uno sperimentatore che non si pone limiti e un non allineato. Ribellione e sperimentazione, dunque – sempre, comunque e a ogni costo.

Con i CCM nel 1984

I primi approcci di Dome con la chitarra avvengono intorno ai 12 anni: da quel momento scopre la sua passione più bruciante. Presto inizia a suonare con altri ragazzi più grandi, inserendosi nel circuito dei gruppi rock di base, dediti alle contaminazioni col blues, il jazz e certo prog: musica non facile, né commerciale, pregna di messaggi. Nel frattempo si avvicina alle pendici del movimento hippy, a cui aderisce nella sua espressione più libera e libertaria: va e viene da casa, scappa più volte («La mia è una generazione di scappati da casa. Scappavamo da soli o con la ragazza. […] Scappavamo per andare ai concerti o ai festival») e inizia a frequentare alcune comuni fra Italia e Svizzera. È un periodo di grande vivacità ed esperimenti, sia musicali che in campo di sesso (il famoso amore libero è nella sua golden age) e di approcci con le sostanze.

Della militanza negli Upper Jaw Mask, band molto peculiare, Dome dice: «Scatenavamo reazioni estreme, non c’era via di mezzo: o ci amavano o ci odiavano». Con un singolo solo all’attivo su Cessofonya Records (con quotazioni intorno ai 100 euro, ma in cui Dome non suona), sfocia verso il 1979 nella formazione della punk band CCM, una vera istituzione nota in tutto il globo. Il punk lo folgora, con la sua voglia di novità, di urlare la propria libertà dal sistema e di fare in qualche modo piazza pulita di quanto c’era stato prima.

Con i Cheetah Chrome Motherfuckers (questo il nome per esteso, scelto in onore di Cheetah Chrome, chitarrista dei Dead Boys) incide tre dischi entrati nel gotha del punk hardcore made in Italy – lo split 12” con gli I Refuse It Permanent Scar e i singoli 400 Fascists e Furious Party – suona in tutta Italia (anche nel famoso concerto Last White Christmas) ed Europa. Sono gli anni – quelli fra il 1980 e il 1985 – del fermento hardcore in Italia: il punk muta, si estremizza prendendo anche le strade spesso parallele dell’ultravelocità e/o della pesantezza stralunata (i CCM fanno bene entrambe le cose, coltivando un’identità netta e riconoscibile).

Nel 1983, alla fine di un live dei CCM, Dome viene avvicinato da due ragazzi e due ragazze: sono i piacentini Not Moving che hanno perso il chitarrista e, avendo all’attivo un demo e un 7”, vorrebbero proseguire, ma solo a una condizione: «Mi dissero che avrebbero continuato a suonare insieme solo se avessero incontrato un chitarrista che somigliasse a Keith Richards e che avesse la scritta Cramps sul chiodo. In quel periodo in effetti avevo la pettinata come il chitarrista degli Stones e una giacca di pelle con una scritta rossa e nera dei Cramps».

Sul palco con i Not Moving

Da questo incontro, che vede Dome inizialmente piuttosto scettico anche per via della distanza geografica, nasce un’altra miscela esplosiva, ossia il consolidamento di quella che sarà la formazione classica e più blasonata dei Not Moving – eroi dell’underground punk/garage/wave, autori di una manciata di album e singoli di caratura elevatissima, avvicinati da molti fan e addetti ai lavori a gruppi del calibro di X, Gun Club e Cramps.

Con loro, abbandonati i CCM nel 1985, Dome – oltre a esibirsi sui palchi di tutta Italia ed Europa, aprendo anche per gente come Clash, X e Johnny Thunders – arriva alle soglie del salto verso il mainstream, con passaggi in RAI, un’agenzia professionale che gestisce il comparto dei live, tour e guadagni interessanti. Ma la natura ribelle e indipendente ha ancora una volta la meglio. Dome ricorda: «Quando hai fra i 20 e i 30 anni, hai degli ideali, ci credi tantissimo e non ti interessa se ti offrono magari 30 milioni di lire per un contratto, che negli anni ’80 erano soldi. Piuttosto che piegarti al sistema dici: “No, io vado per la mia strada, intanto l’unica cosa importante è stare sul palco”. E io sul palco c’ero sempre, per cui non me ne fregava niente».

Questa incarnazione quasi magica dei Not Moving lascia un 7”, due 12” e due LP (i fondamentali Sinnermen e Flash On You), prima di sfaldarsi. Sono il solo Dome e la tastierista Maria Severine a tenere in vita fino a metà anni ‘90 la ragione sociale Not Moving, riuscendo comunque a regalare ancora due notevoli LP (Song Of Myself e Homecomings) e un 12”, spostandosi a fine corsa verso una sorta di stoner/space rock dal sapore Seventies.

Ma Mr. La Muerte non si ferma mai e, oltre a collaborare con altre realtà (su tutti il folle e geniale MGZ, ma anche gli stoner rocker Hush) si trova a lavorare a progetti legati alle colonne sonore di spettacoli teatrali e perfino alle musiche di Nirvana, il film sci-fi blockbuster di Gabriele Salvatores (del 1997). Sue sono le partiture di chitarra (scritte e suonate), sebbene non sia accreditato ufficialmente nei titoli di coda, né nel CD con la soundtrack per via di quella che lui definisce una leggerezza: un altro retaggio dell’animo punk ultraindipendente che lo muove da sempre.

A riprova della purezza dei suoi intenti e dell’incrollabile fedeltà alla causa dell’indipendenza, Dome ha ceduto e si è iscritto alla SIAE appena una decina d’anni fa. E ridendo mi dice: «Alla fine mi sono lasciato convincere, ma pensa che io sono sempre stato uno degli organizzatori della “Giornata contro la SIAE”: portavamo gli amplificatori in piazza e suonavamo tutto il giorno per contestare quell’organizzazione».

Negli anni Zero non arretra di un centimetro: torna protagonista con una band di punk rock/garage battezzata Dome La Muerte & The Diggers (tre album e altrettanti singoli fra il 2007 e il 2013, oltre a innumerevoli live), un disco solista (Poems For Renegades, del 2010), collaborazioni (con Avvoltoi e Spina Nel Fianco), una prima reunion dei Not Moving (2005-2006) e una seconda con il nome mutato in Not Moving LTD – ancora in corso, norme anti-Covid permettendo.

In tutto questo trova spazio un avvicinamento alla rave culture e al genere trance goa in veste di dj e di musicista: una contraddizione solo apparente, in quanto la cultura dell’elettronica underground e dei rave, spiega Dome, gli ha da subito ricordato da vicino l’ambito punk. Anzi, a ben vedere – continua, citando anche il volume Radical Gardening di George McKay (in Italia pubblicato da Edizioni Nautilus) – c’è un fil rouge che lega la maggior parte dei movimenti controculturali, a partire dalle comuni/comunità utopiche dell’Ottocento, fino ad arrivare al movimento hippy, al punk e alla cultura rave. «A parole il punk ha sempre rifiutato qualsiasi cosa ci fosse stata prima a livello musicale. […] Io, invece, nel tempo ci ho visto un sacco di riferimenti al passato», afferma Dome, «[e il libro di McKay] mostra come le idee e le pratiche inaugurate nelle comuni hippie siano proseguite anche nelle comuni punk». E aggiunge: «Nella scena rave ho trovato una continuità con il punk anche nell’etica radicatissima del do it yourself: con un computer e poco altro si possono registrare dischi e pezzi in totale autonomia e indipendenza, poi ci si organizzano le cose da soli».

Dome a 62 anni è inossidabile nella sua missione di artista fuori dagli schemi. I pochi compromessi a cui è sceso riguardano semplicemente la possibilità di raccogliere i frutti dovuti di quanto fatto negli anni (SIAE, edizioni, diritti…), ma continua il suo percorso in cui musica e ideali si intrecciano. La sua autobiografia – senza spoilerare troppo – contempla incontri con personaggi come Joe Strummer, Lance Hanson, Nico e Allen Ginsberg… ma il presente è sempre tutto da vivere, senza fare concessioni al reducismo e all’amarcord. Perché stare dalla parte del torto è un lavoro difficile, ma importante. E qualcuno deve pur farlo.

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