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Dietro le quinte di ABBA Voyage: «È incredibile. Anzi, è credibile»

È partita la residency degli svedesi, sul palco a Londra in versione avatar. «Ci siamo senza esserci», spiega Benny Andersson. Ecco com'è stato costruito uno show unico al mondo

Gli ABBA con le tute per la motion capture

Foto: Baillie Walsh

Si sa che dopo lo scioglimento gli ABBA hanno rifiutato offerte economiche d’ogni tipo per reunion e performance. Solo l’imprenditore inglese Simon Fuller è riuscito, qualche anno fa, a suscitare il loro interesse. «Della sua proposta» spiega Benny Andersson su Zoom «ci piaceva l’idea di essere sul palco senza esserci veramente».

Per prima cosa il gruppo, Fuller e i producer Ludvig Andersson (figlio di Benny) e Svana Gisla (che in passato ha collaborato con Radiohead e Beyoncé) hanno lavorato senza successo all’idea di mettere in scena ologrammi del quartetto. Alla fine hanno realizzato un progetto ancora più ambizioso: ABBA Voyage, residency che ha luogo nella ABBA Arena costruita appositamente al Queen Elizabeth Olympic Park di Londra.

Gli avatar, o ABBA-tar, sono stati messi a punto con l’aiuto dell’Industrial Light & Magic (ILM) di George Lucas. Rappresentano le quattro star al culmine della loro carriera negli anni ’70. Interpretano 22 canzoni accompagnati da una band in carne ed ossa assemblata da James Righton dei Klaxons, con Little Boots alle tastiere. «Tra la Brexit e la pandemia, è stata una faticaccia», spiega il giovane Andersson. «Un sacco di roba non ha funzionato subito alla perfezione, ma siamo andati avanti».

La band, il team e Industrial Light & Magic hanno capito fin dal principio che non c’era venue al mondo adatta a questo tipo di spettacolo. Spiega Gisla che ci hanno lavorato 1000 artisti specializzati in effetti speciali visivi, il che ne fa il progetto più complesso mai affrontato da ILM – e stiamo parlando dell’azienda che ha fatto Star Wars, la Marvel, Jurassic Park. La volta della ABBA Arena è stata riprogettata per ben tre volte affinché potesse ospitare il complicatissimo impianto luci. In molti concerti si usa un solo impianto di illuminazione. In ABBA Voyage ce ne sono 20.

Parecchio lavoro è stata fatto sugli ABBA-tar. La band lo mette bene in chiaro: non si tratta di ologrammi, ma di versioni digitali dei membri che hanno l’aspetto di performer in carne e ossa. Poco prima che la pandemia rischiasse di mandare tutto all’aria, i quattro membri degli ABBA si sono dati appuntamento ogni giorno per quattro settimane e mezzo esibendosi dalle 10 alle 17 di fronte a 200 camere indossando tute per la motion capture. In uno studio di posa all’interno dello Swedish Film Institute hanno interpretato le canzoni scelte per il loro primo spettacolo dopo 40 anni. «È stato un piacere per tutti quanti», dice Andersson.

A Londra, dei “sosia” hanno replicato le performance, ma con energia giovanile. «In un certo senso, ci siamo fusi con i nostri doppi. Non chiedermi come funziona perché non saprei spiegarlo», dice Andersson. «A 75 anni non ti muovi per il palco come quando ne avevi 34, ecco perché l’abbiamo fatto».

Foto: Baillie Walsh

«Gli ABBA sono fisicamente sul palco e questo posso dirlo con un certo grado di sicurezza perché stiamo provando proprio ora», dice Gisla. Andersson è rimasto impressionato dopo aver visto se stesso e gli altri “esibirsi” per la prima volta, ad aprile: «Mi vedo sul palco mentre parlo. È assolutamente incredibile. Anzi, non lo è: è credibile».

Durante le prove, Andersson e Björn Ulvaeus hanno avuto un guizzo creativo. Hanno scritto due nuove canzoni – I Still Have Faith in You e Don’t Shut Me Down – e chiesto ad Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lygnstad di registrarle per lo show. «È così che ci siamo resi conto di essere ancora piuttosto bravi», dice Andersson. Alla fine hanno inciso un album, Voyage. I Still Have Faith in You è andata così bene da fruttare al gruppo la prima nomination ai Grammy della carriera.

Ci sono molte cose di questo progetto che gli ABBA e ILM ancora non sanno. Lo show potrebbe andare avanti per anni o magari cambiare la scaletta. Una cosa è certa: Gisla e Ludvig Andersson non hanno alcuna intenzione di rifare uno spettacolo simile e dicono che in futuro nessuno dovrebbe provarci. La tecnologia è impressionante e sono preoccupati dalle possibili applicazioni. «Non credo» dice Gisla «che debba essere usata per artisti scomparsi, che non hanno modo di dire la loro. Sono stati gli ABBA a creare questo show, se non fossero coinvolti non sarebbe un loro concerto».

Ludvig Andersson aggiunge che «spesso si dice che questa è l’alba di una nuova era dell’intrattenimento. Credo sia errato. Non lo è. È un evento unico».

Anche se il gruppo vive in Svezia, Londra è stata una scelta ovvia. Non è solo una destinazione molto comune per chi viaggia, è anche l’unico posto dove gli ABBA si sono sentiti a casa lontano da casa. «Per qualche strano motivo, gli inglesi ci hanno sempre trattati come un gruppo loro», spiega Andersson. «Tengono molto alla band e lo dimostrano».

In un certo senso, questo ritorno arriva al momento giusto. Molti millennial hanno scoperto gli ABBA grazie alla tribute band A*Teens e al musical Mamma Mia! (senza contare l’adattamento cinematografico e il relativo sequel). Per loro e per i ragazzi della Gen Z, la band è una fissa musicale simile a quella che la Gen X aveva per i Beatles. Ci sono feste a tema ABBA in tutto il mondo e pezzi come Dancing Queen e Chiquitita sono diventati popolari su TikTok. Andersson non sa dire il perché. «È strano, vero? Sono passati quarant’anni ma quel corpo continua a muoversi. Non so perché. Forse è perché è bella musica. Ecco, forse è questa l’unica risposta possibile».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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