Dieci anni di ‘Channel Orange’, il disco che ha liberato Frank Ocean | Rolling Stone Italia
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Dieci anni di ‘Channel Orange’, il disco che ha liberato Frank Ocean

Un album visionario, imprevedibile e queer capace di lasciare un segno indelebile non solo nell'ambiente artistico, ma anche nella società americana

A pochi giorni dall’inizio dell’anno che lo consacrerà come uno degli artisti più importanti della sua generazione, Frank Ocean pubblica una lettera molto particolare sulla sua pagina Tumblr. Siamo nel dicembre 2011 e Ocean ha da poco terminato le registrazioni di Channel Orange il suo album d’esordio che vedrà la luce il 10 luglio 2012. Ocean in quel momento arriva dal successo di critica del mixtape Nostalgia, Ultra, la sua prima opera solista pubblicata nel febbraio 2011, dalla partecipazione in Watch the Throne, il disco collaborativo di Jay-Z e Kanye West, pietra miliare del rap americano, ed è uno dei membri di spicco di una delle crew più visionarie, la Odd Future, palestra artistica in cui si sono formati, oltre allo stesso Ocean, Tyler, The Creator, Earl Sweatshirt, The Internet e Syd.

In un momento di grande attesa e hype per l’uscita del suo primo disco, Ocean decide quindi di pubblicare una lettera dedicata al suo primo grande amore: «Avevo 19 anni, lui anche. Abbiamo passato assieme quell’estate, poi anche quella successiva. Eravamo insieme quasi ogni giorno», si legge nello scritto, «quando capii che ero innamorato, era troppo tardi, ero senza speranza, non c’era possibilità di fuga o di negoziazione con quel sentimento. Nessuna scelta».

Quella lettera – che prima di tutto è un racconto delicato e sospeso di una storia d’amore giovanile – ha però in sé una rilevanza cruciale essendo il coming out pubblico di un giovane artista afroamericano che sceglie di smettere di nascondere la propria identità e la propria sessualità, decidendo, oltretutto, di non definirsi, eludendo ogni possibile categorizzazione identitaria. Una scelta rara ed estremamente audace per quei tempi.

Tumblr di Frank Ocean

In dieci anni la conversazione su temi come sessualità e identità è, almeno nell’ambiente musicale, quasi totalmente sdoganata negli Stati Uniti, ma quando Ocean scrive quella lettera siamo in un momento storico completamente differente. Come scrive lo stesso artista a conclusione della lettera, ringraziando la madre, quella pubblicazione è un gesto pieno di coraggio in un momento della carriera in cui Ocean ha solo che da perderci con quel tipo di rivelazione, uno slancio che però aprirà la strada a tutta una comunità di artisti e artiste black queer negli anni a venire, normalizzando la questione LGBTQIA+ all’interno di un ambiente colmo di mascolinità tossica e machismo come quello dell’hip hop americano.

Quelle parole sono inoltre intrinsecamente legate a Channel Orange, un disco apertamente queer dove c’è un uso esplicito dell pronome maschile, come in Bad Religion, nel quale Ocean canta “non posso convincerlo ad amarmi”. Con quella lettera è come se Ocean avesse aperto uno spazio di discussione e di espressione per la comunità black e queer, portando luce in una zona d’ombra che il mainstream cercava di tenere nell’oscurità. Anche solo per questo motivo, l’importanza di Channel Orange trascende il suo tempo.

L’album esce inoltre in un periodo di transizione dell’industria musicale. Spotify infatti aveva aperto negli Stati Uniti appena un anno prima, mentre qui da noi sarebbe arrivato solamente l’anno successivo, nel 2013, in una stagione della nostra vita in cui ancora non esisteva la parola Netflix. Il disco esce su iTunes con una settimana di anticipo rispetto alla data d’uscita annunciata per evitare possibili leak e rimane, ad ora, l’unico lavoro in major (la Def Jam) di Frank Ocean. Channel Orange vanta collaborazioni con i compagni di collettivo Tyler, The Creator e Earl Sweatshirt, nonché con uno degli artisti fondamentali della scena rap, André 3000, per la sorprendente Pink Matter e nella sua prima settimana d’uscita raggiunge la prima posizione negli Stati Uniti e nel Regno Unito nella classifica degli album r&b/hip hop, arrivando al secondo posto della generale in entrambi i Paesi. Il successo di critica e di pubblico è immediato nonostante a lanciare il disco sia un anti-singolo come Pyramids. «È un singolo di dieci minuti», twitterà poco dopo la pubblicazione del brano, «ho trollato l’industria musicale».

L’album musicalmente è un tripudio di coraggio e visione, capace di giocare con sensibilità con i limiti ferrei dell’r&b e dell’hip hop. È qui che Ocean mette in luce la sua capacità di trasformare un brano in un susseguirsi di eventi, di melodie e di testi che non hanno intenzione di seguire – per costrizione – le regole della forma canzone e le regole di genere. È qui che la sua anarchia compositiva trova finalmente casa. Channel Orange è un disco avvincente per chi lo ascolta proprio per questa intrinseca imprevedibilità. È chiaramente e volutamente pop (pensiamo a brani come Thinking About You o Forrest Gump), di un pop comprensibile, orecchiabile, cantabile, ma senza essere mai ripetizione di sé. Questa è la sua principale qualità che, inevitabilmente, prepara Ocean alla scrittura di un capolavoro indiscusso come il successivo Blond del 2016, l’ultimo disco in studio dell’artista di Long Beach.

In dieci anni Channel Orange non è invecchiato di una virgola proprio perché per un decennio ha tracciato la linea su cui si è andato a costruire l’r&b e il post rap odierno. Channel Orange ha aperto strade creative e politiche, artistiche e umane, consegnandoci sulla scena uno dei più importanti artisti di questa epoca. Ancora oggi la sua eredità è così viva e presente, nella musica quanto nella comunità black e LGBTQIA+, da rendere necessaria una celebrazione per questo decimo anniversario. Nella speranza che Frank Ocean torni, molto presto, con un album che stiamo aspettando oramai da parecchio tempo.

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