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Dave Grohl, leggi il primo “racconto della pandemia” del frontman dei Foo Fighters

Il musicista ha pubblicato il suo primo racconto, una storia ambientata nel 1998 a base di fuochi d’artificio, studi di registrazione casalinghi e viaggi a bordo di un van

Dave Grohl

Foto: Alessandro Gianferrara

“Ciao, mi chiamo Dave. A volte suono la batteria, a volte la chitarra. A volte racconto storie. Al momento sono in cerca di lavoro, quindi ho pensato di passare il tempo raccontando storie vere che facciano sorridere la gente”, ha scritto Dave Grohl per presentare il suo “progetto da isolamento”, una pagina Instagram in cui condividere alcuni momenti della sua vita in attesa che la pandemia finisca.

Oggi è uscito il primo episodio, un racconto ambientato nel 1998 a base di fuochi d’artificio, studi di registrazione casalinghi e di un viaggio a bordo del van. La storia inizia nel giardino di casa Grohl a Springfield, dove David, la mamma e la sorella hanno passato la festa dell’Indipendenza. Il 4 luglio 1998 era una giornata particolarmente afosa, e la famiglia aveva deciso di evitare il caos della città e di festeggiare in casa. L’occasione perfetta, insomma, perché il batterista dei Nirvana potesse sfogare la sua ossessione per i fuochi d’artificio.

“Devo ammetterlo… ero un drogato di fuochi d’artificio. Nel corso degli anni passati a girare per il paese in tour, mi fermavo in tutti i negozi/banchetti/grossisti di fuochi d’artificio che riuscissi a trovare. Posseduto dall’amore per ogni cosa esplosiva, non riuscivo a resistere. Piccoli, grandi, fuochi volanti e fuochi che rimbalzano per terra. Bombe di fumo, serpenti, razzi… qualsiasi modello (e la maggior parte erano illegali nella mia città, il che li rendeva ancora più affascinanti). […] Dovevo averli. Non c’era niente come viaggiare in tour, seduto sul sedile anteriore del van, e vedere sulle strade ventose del paese vecchi cartelloni che pubblicizzavano enormi arsenali di divertimento”.

Una volta ammessa la sua ossessione, Grohl racconta un altro episodio dell’estate del 1998. Dopo aver passato un decennio in tour, il musicista aveva deciso di costruire uno studio casalingo nella cantina della sua casa di Alexandria. I Foo Fighters si erano appena liberati da un contratto discografico, e volevano approfittare dell’occasione per scrivere e suonare in assoluta libertà. “Senza contratto! Woo hoo! Ragazze scatenate! Il piano era chiaro: trovare una casa, progettare uno studio nello scantinato, costruirlo, insonorizzarlo, trovare un banco da registrazione e scrivere un gigantesco album rock. Voilà! Facile, no?”

Per mettere in pratica quello che Grohl definisce “il piano di conquista”, la band ha recuperato un vecchio banco da registrazione. “Il banco, amici! È il cuore! L’altare! Il grembo materno! L’anima! L’affare dove poggi la birra mentre suoni la chitarra! Definisce il tuo spazio e rende reali le piccole voci che senti in testa e che ti tengono sveglio la notte. Il banco è, senza ombra di dubbio, l’invenzione tecnologica più fica conosciuta all’uomo. Questo è un fatto”.

Insieme ad Alan Sides e al produttore Adam Kasper, Grohl aveva trovato un vecchio banco API in vendita a Nashville. Per recuperarlo, il batterista è partito, ovviamente a bordo di un van, accompagnato dal vecchio amico Jimmy Swanson. “Avevamo già viaggiato molto. I tour dei Nirvana, i tour dei Foo… era il mio compagno di stanza anche nella casa dove stavamo costruendo lo studio! Recuperare il banco era un’altra avventura della lunga lista ‘Cose da fare se hai lasciato la scuola e non vuoi lavorare in un fast food’”.

Sulla strada per Nashville, Grohl nota uno di quei vecchi cartelli che l’hanno sempre ossessionato. Una volta recuperato il banco, pensa, si fermerà lì e comprerà una tonnellata di fuochi d’artificio. “Sorprendentemente, uscendo dal negozio non avevo bisogno di ipotecare la casa. Devo aver avuto un momento di lucidità, perché tutto quello che ho comprato entrava in una semplice scatola di cartone. Dovete capire, immaginavo di riempire il camion di quella roba”.

“Una volta tornati a casa, abbiamo infilato quel gigantesco banco nello scantinato e registrato un nuovo disco. Ricordate quella vecchia, merdosa casa sull’albero in stile Charlie Brown e piena di sacchi a pelo? Alla fine andava benissimo. Abbiamo scritto alcune delle nostre canzoni migliori, sciacquato parecchi barbecue con birra ghiacciata e nel frattempo abbiamo anche sgraffignato qualche Grammy”.

Tornati a casa Grohl, scopriamo che Dave aveva saggiamente deciso di non portare dai genitori l’arsenale acquistato poco tempo prima. “Ho rovistato nella scatola e preso il piccolo della cucciolata, nascosto in fondo al mucchio. Era la cosa più offensiva che fossi riuscito a trovare. Credo si chiamasse ‘Cracklin’ Thunder’ o qualcosa del genere. Non era neanche lontanamente intimidatorio come le altre meraviglie che avevo accumulato, e speravo che almeno mia sorella si sarebbe divertita”.

La famiglia Grohl aveva comprato quella casa nel 1974. Nel 1998 erano tra i pochi ad essere rimasti lì per più di 20 anni, ma non erano più parte della comunità come un tempo. “Credo che mi vedessero come una ‘rockstar satanista’. Ma non voglio mentire, volevo fare parte di quella vecchia comunità. A un certo punto, mentre cucinavo le bistecche, ho sentito un rumore familiare provenire dalla strada di fronte. Ho allungato il collo sopra il recinto, ancora armato di spatola e grembiule, e ho visto tutto il vicinato raccolto alla fine di un vicolo. Nonne, bambini, frigoriferi, papà in pantaloncini… era la nuova generazione del vicinato di quando ero bambino! Proprio come i vecchi tempi! Norman Fucking Rockwell! Sono tornato in cucina e ho convinto tutti che era l’occasione perfetta per conoscere i vicini e rassicurarli che non eravamo satanisti […]. Ho preso una birra, impugnato il ‘Cracklin’ Thunder’, sfoderato la mia faccia migliore e ci siamo avviati braccio sotto braccio”.

“Al centro del vicolo c’era un papà, il maestro delle cerimonie. Con gli occhiali protettivi e un idrante in mano, era chiaramente al comando. Sapevo che avrei dovuto fare del mio meglio. Tolte le presentazioni imbarazzanti, era arrivato il momento di fare le cose in grande. Mi sono avvicinato con sicurezza: Ehi amico, sono Dave”.

A questo punto, finalmente al centro della scena che aveva sempre sognato di vivere, Grohl si offre di contribuire alla festa con il suo fuoco personale. “L’ho piazzato a terra. Ho avvicinato l’accendino alla miccia e ho aspettato la prima scintilla e il delizioso odore di zolfo. Ora, avete mai visto l’apocalisse?”

“Due gigantesche palle di fuoco grosse come comete sono decollate in aria di 200 metri, esplodendo in una doccia di fuochi grossi come M80 che hanno illuminato le strade come luci stroboscopiche di un concerto dei Nine Inch Nails. Non potevo crederci. Quella cosa così piccola aveva la stessa potenza di fuoco di un USS Nimitz […]. A quanto pare il vecchio stupido me stesso non aveva stabilizzato l’affare prima di accenderlo (a quanto pare era necessario), e l’oggetto si è piegato, rivolto verso il pubblico, con ancora due colpi in canna. Devo dire altro?”

“Sedie volanti. Nonne in fuga. Bambini urlanti. Papà disperati. Le orecchie fischiavano per colpa del suono assordante di mille esplosioni. Intorno a noi c’era il panico. Il caos. La distruzione. L’anarchia. Il terrore. […] Non avevo mai visto mia madre fuggire per nascondersi dietro un albero e salvarsi la vita. Era un disastro”.

“Da quel giorno non ho più toccato un fuoco d’artificio. Non mi sono più fermato di fronte a quei cartelli ai lati di una strada ventosa. Ma mi manca ancora il vecchio quartiere. La dolce Virginia. Spero possa perdonarmi…”. Potete leggere tutta la storia qui.

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