Dalla ciurma alla crew: ‘La nuova scuola genovese’ fa incontrare cantautori e rapper | Rolling Stone Italia
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Dalla ciurma alla crew: ‘La nuova scuola genovese’ fa incontrare cantautori e rapper

Il documentario al cinema il 3 e 4 maggio racconta il rapporto fra scuola cantautorale e scena rap cittadina. Come dice Dori Ghezzi a Izi, «Fabrizio De André sarebbe il primo a capirvi»

Izi e Dori Ghezzi

Foto: Matteo Bosonetto

C’è stato un momento, circa dieci anni fa, in cui Marracash si era messo in testa di fare un remake di Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco. La canzone la ascoltava fin da bambino nei lunghi viaggi in macchina con la sua famiglia e gli era parso che potesse essere riletta in un’ottica contemporanea, per raccontare il tedio e il rapporto di amore/odio caratteristico del cliente alla perenne ricerca di un pusher. «La famiglia Tenco però non voleva avere niente a che fare con questo rifacimento, così alla fine abbiamo lasciato perdere» spiega nel documentario La nuova scuola genovese, in cui è presente in veste di super-ospite forestiero.

Il lungometraggio ideato e scritto da Claudio Cabona (giornalista musicale specializzato in hip hop) e diretto da Yuri Dellacasa e Paolo Fossati arriva al cinema il 2 maggio in un’anteprima genovese e il 3 e 4 maggio in tutta Italia. Il tema portante è il rapporto, a tratti conflittuale ma senz’altro simbiotico, tra la leggendaria scuola cantautorale genovese e la scena rap della città. Negli ultimi anni, in effetti, dal capoluogo ligure sono approdati in classifica moltissimi nomi ormai noti: Tedua, Izi, Bresh, tanto per citare i tre più noti. Tutti presenti nel cast del documentario, al fianco di grandi nomi della canzone come Gino Paoli, Cristiano De André, Ivano Fossati, Vittorio De Scalzi, Dori Ghezzi e tanti altri. Molti di loro sono abbinati in surreali ma illuminanti dialoghi a due: memorabile ad esempio quello tra Tedua e Gino Paoli, in cui il primo sostiene che la scuola genovese fosse come una crew, e alla domanda «conosce il termine “crew”, maestro?» scatta la ricerca di un sinonimo. Alla fine si troveranno concordi sulla parola ciurma.

Oggi il valore assoluto del rap è riconosciuto un po’ da tutti, in primis dagli artisti che li hanno preceduti: «Se De André avesse vent’anni oggi, sarebbe sicuramente un rapper», dice il cantautore Gian Piero Alloisio, che nella sua lunga carriera ha lavorato con Gaber, Jannacci e Guccini. «Fabrizio sarebbe il primo a capirvi», conferma Dori Ghezzi parlando con Izi. Non è sempre stato così, però: questa sintonia, come dimostra il racconto di Marracash, arriva dopo anni di incomprensioni e incomunicabilità generazionale, che per fortuna stanno scomparendo man mano che l’hip hop entra nel linguaggio comune e si fa sempre più pervasivo e sdoganato.

Un po’ come ciò che successe negli anni ’60 ad artisti genovesi come De André, Bindi, Tenco, Lauzi e tanti altri, oggi celebrati come geni e poeti, ma ai loro tempi molto meno incensati di quanto ci si aspetterebbe. A raccontarlo è uno di loro, Gino Paoli, che ricorda come i ragazzi che si trovavano nel quartiere Foce per scrivere, cantare e suonare erano fondamentalmente dei mezzi scappati di casa, in aperta polemica con il linguaggio ipocrita e perbenista della musica di allora. «Ai tempi la canzone era un mezzo ipnotico, non doveva far pensare», ricorda nel documentario. «Potevi parlare solo di madri e vergini: noi raccontavamo di mignotte e donne libere».

Tedua e Gino Paoli. Foto: Matteo Bosonetto

La parola Genova deriva dal latino ianua, ovvero “porta”: una porta sul mare in senso commerciale ma anche e soprattutto culturale. In una città come quella, si trovano concordi tutti i rapper, è impossibile scrivere testi banali. Anche per il tessuto sociale che la compone. «Io in famiglia me la passavo bene, abitavamo in un paesino non lontano dalla città. Mio padre, però, lavorava al porto di Genova, ed era impossibile non notare che vivevo in una bolla e che tanti miei coetanei, a pochi chilometri da me, facevano una vita completamente diversa», riflette Bresh. Gli stessi aspri contrasti che hanno colpito tanti altri grandi nomi della canzone prima di loro, insomma.

Ma il bello di questo documentario è che fa capire che ciò che conosciamo, sia della scuola cantautorale che della scena rap locale, è solo la punta dell’iceberg: esistono decine di altri nomi, sconosciuti ma altrettanto validi, sia in ambito underground che tra gli emergenti, che continuano a trarre ispirazione da quegli stessi contrasti. Tra i nomi intervenuti, da segnalare senz’altro Giua, cantautrice, e Gorka, rapper che si accompagna con la chitarra. La storia, insomma, non è finita qui: la città della Lanterna e i suoi dintorni continueranno probabilmente a regalarci gran belle sorprese in ambito musicale.

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