Ci sono momenti che sanno di storia, che capisci che quello che stai vedendo tra qualche anno sarà ricordato come qualcosa di irrepetibile, solenne, da «beato te che c’eri». La residency parigina di Céline Dion ha questo sapore. La storia la sappiamo: lei viene da anni di malattia, anni in cui in molti non avrebbero creduto di rivederla sul palco di nuovo. E invece, come aveva raccontato nel documentario in cui parlava della sua patologia, «non so come e quando, ma ce la farò». E quando arriviamo a Parigi, sembra che tutti siao qui per questo.
Ci sono messaggi di benvenuto per i fan che arrivano all’aeroporto e tutti, anche quelli che di Céline conoscono solo My Heart Will Go On, sanno che questo è l’evento della settimana, del mese, dell’anno. Siamo stati alla prima che vi abbiamo raccontato qui.
Ieri però siamo tornati per (ri)vedere questa sorta di grande homecoming: anche se Dion non è francese è come se lo fosse. E la Francia ieri si è mobilitata per renderle omaggio. E tra magliette con la sua faccia (un numero incredibilmente alto di persone indossavano il merch, mai vista una roba così) e bicchieri brandizzati – sia da cocktail che da vino, siamo gente raffinata – abbiamo visto uno show di più di due ore in cui la cantante si commuove e ringrazia cento volte, quasi incredula di essere di nuovo in mezzo alla gente. Noi c’eravamo, appunto, e queste sono alcune cose che abbiamo imparato (sorseggiando dal nostro bicchiere brandizzato).
1- Le vere dive si fanno attendere.
Céline Dion ha l’aria di essere la persona più alla mano della terra, ma resta una Diva (per fortuna ce n’è ancora qualcuna). E come tutte le dive inizia lo show in ritardo rispetto all’orario comunicato sul biglietto. Dopo 45 minuti di attesa, mi giro verso il mio vicino che mi dice: «È normale, fa così tutte le sere». Icon.
2 – Quello a cui abbiamo assistito è molto più di un tour
È rinascita. È la storia di una vera icona del pop che riprende in mano il suo mestiere, che in questo caso è anche il suo corpo, e torna sul palco. Le persone erano lì per sentire le sue canzoni ma soprattutto per sostenerla. Ho visto gente piangere di gioia, urlare come pazzi ogni volta (tantissime) in cui lei ringrazia i fan arrivati da tutto il mondo. Qualche anno fa il documentario faceva presagire un ritiro dalle scene. Ora siamo qui davanti a 35.000 persone e per 10 sere di fila (prima di continuare nel 2027). «Céline mi piace perché è fragile», dice una persona vicino a me. Aggiungo “tosta e indipendente”.
3 – Questo non è solo un concerto.
È un’operazione Legacy come se ne vedono poche. Insieme ai live ci sono decine di gadget – chiaramente ho preso un bicchiere – la discografia rimasterizzata in vinile, i filtri che mettono la tua faccia sulle copertine degli album. Céline è qui per cementificare la sua rilevanza in maniera definitiva. Se prima eravamo in aria di leggenda, ora non ci sono più dubbi. Da qualche parte ho letto un articolo che diceva che mai come ora abbiamo bisogno di queste star a cui non interessano più le classifiche, ma che sono qui solo per ricordarci che c’è stato un mondo in cui le persone famose sapevano fare qualcosa. Ecco.
4 – Più che a un concerto, sembra di essere a una celebrazione nazionale.
Il rapporto di Céline con i francesi non lo puoi spiegare. Nonostante sia canadese, qui lei è patrimonio dell’intera nazione. Per questo non mi stupisco di vedere un pubblico intergenerazionale. Millennial, gente più grande, ma pure un sacco di persone che non ti aspetti siano in target. Figli, nipoti. È come se in Italia ci fosse un concerto di Mina dopo 45 anni. Che fai, non ci vai? Che fai, non ci porti tuo figlio o tua madre?
5 – È tutto estremamente chic
Outfit, palco, band, coristi e video che separano gli atti del concerto. Tutto essenziale ed elegante. Scenografia minimale, band in nero. Céline fa rima con trés chic.
6 – Thats the way it is è probabilmente la canzone più bella del mondo
La scaletta è molto francofona (il mio vicino mi consiglia di ascoltare con attenzione il testo di Ziggy (un garçon pas comme les autres), «è canzone sull’omosessualità ben prima di Gaga! Ok è un po’ prudente, ma erano altri tempi», ci tiene a specificare prima di esplodere in un karaoke da professionista. Ma non mancano ovviamente anche le sue hit inglesi. Proprio per questo, sul momento in cui esegue That’s The Way It Is, confermo la teoria (per ora solo mia) che sia uno dei pezzi pop più belli del mondo. Scritto e prodotto dalle manine d’oro degli svedesi (Max Martin, Kristian Lundin e Andreas Carlsson), il brano servì a cambiare un po’ lo stile di Céline per portarla dalle grandi ballad al pop. 30 anni dopo mi sento di dire: ha funzionato.















