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Contro i Ku Klux Cops: ecco le canzoni di protesta nate dopo l’omicidio di George Floyd


Inni rabbiosi contro la polizia, rap a cappella pubblicati su Instagram, soul-funk per aiutare chi continua a manifestare: da LL Cool J a YG, gli artisti stanno scrivendo instant songs ispirate alle rivolte

Foto: Tim Mosenfelder/WireImage; Cindy Ord/Getty Images; Earl Gibson III/Shutterstock

Dopo il 25 maggio, il giorno in cui George Floyd è stato ucciso da un agente della polizia di Mineapolis, il numero di stream delle canzoni di protesta è salito alle stelle. Pezzi vintage come Fuck tha Police degli N.W.A., che parla specificamente della violenza della polizia, ci hanno ricordato che la crisi che l’America sta vivendo è tutto meno che una novità. Mentre la resistenza di Black Lives Matter continua in tutto il Paese, alcuni musicisti hanno canalizzato rabbia e tristezza in nuove canzoni di protesta, questa volta direttamente ispirate alla morte di George Floyd e alle sue conseguenze. Ecco come YG, LL Cool J e Teejayx6 hanno reagito a quel che è successo.

YG – FTP

A due anni di distanza dall’uscita del singolo FDT (Fuck Donald Trump), YG ha pubblicato in risposta alla morte di Floyd e alle proteste dei giorni successivi il pezzo FTP, acronimo di “Fuck The Police” e omaggio al classico del 1988. Nonostante non lo nomini mai direttamente, il rapper di Compton parla di «un omicidio dopo l’altro, dopo tutti questi anni» e dice: «Ku Klux Cops, la loro è una missione». Il pezzo racconta il senso di stanchezza che si prova protestando per le stesse ingiustizie che gli afroamericani subiscono da secoli. «Siamo stanchi, vaffanculo alle scritte sul cartone, siamo nei campi», dice a un certo punto, e poi: «sono stanco di essere stanco di essere stanco». Ovviamente, il senso del pezzo è tutto nel ritornello: «Fuck the police. Fuck ’em. Fuck the police».

LL Cool J – untitled rap

 

 
 
 
 
 
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Dopo un difficile weekend di proteste, la leggenda dell’hip hop LL Cool J ha sublimato la rabbia di un intero paese in due minuti e mezzo di rap a cappella, condiviso con un video su Instagram. «Per 400 anni ci avete messo il ginocchio sul collo», dice all’inizio, poi parla degli effetti del suprematismo bianco. «Guardare quell’uomo morire ha lasciato un vuoto», dice. «Piangeva per sua madre mentre lo ammazzavano / Se non ci fossero stati quei telefoni, Chauvin sarebbe a casa / Si sentirebbe giustificato dal colore della pelle di George / Ma io voglio dire a tutti quelli con un po’ di melanina: non siete soli». Il rapper fa anche i nomi di altri afroamericani ingiustamente uccisi dalla polizia nel corso degli anni, tra cui Eric Garner, Trayvon Martin, Amadou Diallo, Tamir Rice, Sandra Bland e Breonna Taylor. «Black Lives Matter forever», dice alla fine.

Teejayx6 – Black Lives Matter

Black Lives Matter, il nuovo singolo del rapper di Detroit Teejayx6 – condiviso con l’hashtag #RIPGEORGEFLOYD e con il video degli ultimi momenti di Floyd – è pieno di domande retoriche a cui è impossibile rispondere. «Come cazzo farà mia mamma a dormire se la polizia continua ad ammazzarci?», dice sul beat cupo di TM88, un producer di Atlanta. Più avanti, il rapper attacca direttamente con Derek Chauvin («Perché gli hai messo il ginocchio sul collo?») e i testimoni («Perché non l’avete aiutato?»). La canzone supporta apertamente Black Lives Matter ma, allo stesso tempo, dice che in momenti come questo gli slogan non bastano: «Un altro nero è morto davanti alla telecamera / Ma non ci fanno neanche usare un martello / L’unica cosa che possiamo dire è: Black Lives Matter».

Terrace Martin feat. Denzel Curry, Daylyt, Kamasi Washington e G Perico – Pig Feet

L’enorme background del produttore e polistrumentista Terrace Martin – ha lavorato con Kendrick Lamar, Snoop Dogg, Herbie Hancock e molti altri – gli ha permesso di scrivere una canzone insieme a un cast stellare: Denzel Curry, Daylyt, G Perico e il sassofonista Kamasi Washington. Nelle sue strofe Curry va dritto al punto e dipinge un quadro desolante della vita di un nero in America, mentre Daylyt colleziona una serie di rime velocissime e frasi come «la pagheranno per aver ucciso mio fratello». Il sassofono di Washington dà enfasi a tutte le strofe e verso la fine del brano esplode in un’improvvisazione in coppia con Martin. «Questa storia si ripete fuori dalla finestra», si legge nella clip che accompagna la canzone, come a sottolineare quanto sia urgente questa dichiarazione collettiva.

Conway the Machine – Front Lines

Poco dopo l’incendio di un commissariato di Minneapolis durante le proteste, Conway the Machine, un MC di Buffalo, ha pubblicato Front Lines. «I bifolchi scrivono le leggi e per questo il sistema è fallato», dice dopo aver descritto l’omicidio di Floyd. «Gli sbirri ammazzano i neri davanti alle telecamere e non vengono incriminati / Non ne possiamo più / Non premeremo più “registra” / Non posso guardarti mentre uccidi mio fratello, dovrete ammazzarci tutti». Alla fine, mentre il beat ansioso di Conway svanisce in sottofondo, la voce di un giornalista descrive le fiamme che hanno avvolto la stazione di polizia.

Hiss Golden Messenger – Stones (For George Floyd)

 

 
 
 
 
 
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And now the cops are protecting the killer. There’s people crying all around the door. Another brother brought down, the message couldn’t be clearer: The system don’t work for you. And the fires will be burning long after the flames die, when there’s no news left to sell. Hey, it’s hot in the streets when they got you on the asphalt. It’s hot when you’re living in Hell. You pick up a stone. You pick up another. You work until your back can’t work no more. You tried to build a little home, now I think we’re gonna find out other things that stones are for. If it ain’t peace, I don’t know the way out. Real peace. We need police protection, not some kind of legislator seeking re-election. Real peace. I wanna go down singing songs by the river. I wanna tell y’all about something good. But if you only feel tall when your neighbor’s on his knees, I’ve gotta sing a different song for you. So burn, baby, burn, it’s the lesson that they’re learning. It sounds like the governor’s gotta learn a little more. Hey, it’s hot in the streets when they’ve got you on the asphalt. It’s hot when you’re living in Hell. You pick up a stone. You pick up another. You work ‘til your back is sore. You’d rather build a home but now I think we’re gonna find out other things that stones are for.

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M.C. Taylor, il cantautore noto come Hiss Golden Messenger, ha pubblicato su Instagram questo pezzo folk cinque giorni dopo la morte di Floyd. «Ho visto il video di George Floyd ammazzato da questi poliziotti di Minneapolis», dice prima di suonare la canzone, «e mi è venuto da vomitare». Il brano è tragico e triste, e fa direttamente riferimento agli ultimi momenti della vita di Floyd: «Ehi, fa caldo quando ti sbattono sull’asfalto / fa caldo quando vivi all’inferno». Più avanti propone una variazione di un aforisma di Toni Morrison – «Voglio andare a cantare canzoni sul fiume / Voglio raccontarti qualcosa di bello / Ma se ti senti grande solo quando il tuo vicino è in ginocchio, dovrò cantare qualcosa di diverso» – e suggerisce a tutti gli artisti con un pubblico, non importa di quale lingua, che questo non è il momento di restare in silenzio.

Wyatt Waddell – Fight!

La maggior parte delle canzoni scritte per reagire alla morte di George Floyd parlano – per ragioni ovvie – di rabbia, disperazione o entrambe le cose insieme. Ma Wyatt Waddell, un cantautore di Chicago, manifesta un’emozione diversa in un soul-funk scritto per tenere su il morale di chi manifesta. «In questa canzone guardo cosa accade e canto quello che direi a chi sta protestando», ha spiegato su Bandcamp. «Spero possa aiutare la mia gente e chi combatte per un’America migliore». Il pezzo ha un ritmo martellante, un ritornello in stile gospel e atmosfere vintage, tutto per sottolineare quanto abbiamo bisogno di un messaggio positivo durante i momenti più disperati: «C’è già troppo dolore / E non c’è altro che possiamo fare».

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