«Con tutti i soldi che hanno i Beatles suonano su un tetto?» | Rolling Stone Italia
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«Con tutti i soldi che hanno i Beatles suonano su un tetto?»

Considerazioni attorno al concerto sul terrazzo della Apple uscito in streaming lo scorso venerdì col titolo ‘Get Back: The Rooftop Performance’. Una catarsi senza effetti speciali

I Beatles il 30 gennaio 1969 sul terrazzo della Apple

Foto press

Lo aspettavamo da decenni ma al tempo stesso lo temevamo, un po’ come si teme ogni evento preceduto dal battage più selvaggio. Poi è arrivato e ha messo tutti a tacere, lasciandoci incollati con la mandibola a fondo divano per circa otto ore: Get Back, il documentario definitivo sui Beatles firmato Peter Jackson. Sulla scia di questo successo, nasce l’idea di pubblicare la registrazione audio del suo epilogo, Get Back: The Rooftop Performance, i 40 minuti dello strafamoso concerto sul tetto, mixato in stereo e Dolby Atmos da Giles Martin (figlio del quinto Beatle George) e Sam Okell, disponibile sulle piattaforme streaming da venerdì scorso. Pensare che nel documentario sentiamo Paul McCartney preoccuparsi per il «suono scoreggiante da televisione» che la band avrebbe potuto soffrire poiché l’idea era appunto di filmarli al lavoro su un nuovo album (Let It Be) per uno show televisivo, che a un certo punto non definito avrebbe incluso un’esibizione davanti a un pubblico intimo e selezionato.

Poche idee e molto confuse su cosa sarebbe dovuto effettivamente accadere in questo show, ma una percezione comune a tutti i presenti: con ogni probabilità sarebbe stata l’ultima esibizione dal vivo dei Beatles. Il divorzio era all’orizzonte, la tensione tra i quattro tristemente palpabile come testimoniano gli 80 minuti del film originario realizzato da Michael Lindsay-Hogg nel 1970, Let It Be. Per questo noi affetti da “beatlesite patologica” temevamo il peggio, ovvero che Peter Jackson nel trovare un senso alle 60 ore di filmato complessivo, avrebbe voluto ingannarci, riscrivere la storia, edulcolarla per i posteri. Ma Get Back non fa nulla di questo e quando saliamo su quel tetto insieme ai Beatles, se la band raggiunge la propria catarsi, lo spettatore assiste a una vera e propria rivelazione. Quale? Che nonostante le tensioni create dall’arroganza (giustificata e necessaria) del genio McCartney, da Yoko Ono attaccata come un mollusco a Lennon e dalla frustrazione di Harrison costretto a sottomettere un gran talento a due compagni fuori dalla norma, i Beatles sapevano ancora divertirsi insieme, ed è a colpi di rock’n’roll che riscoprono la propria ragion d’essere.

Se John chiude lo show con l’ormai storica battuta «speriamo di avere passato l’audizione», è perché sopra quel tetto a due passi da Oxford Circus i Beatles rivivono lo stesso entusiasmo degli esordi. Il loro è un incontro di sorrisi gioiosi, spontanei: quattro ragazzi neppure 30enni che si divertono e mostrano rispetto reciproco, lasciando che il talento di ciascuno splenda in uguale misura. Proprio come i giorni di Amburgo, quando da teenager sconosciuti, erano, a detta dei testimoni, la migliore rock’n’roll band al mondo. Le responsabilità e la frenesia di una lunga montagna russa soprannominata beatlemania avrà pure conferito ai quattro uno status di divinità, ma c’è stato un prezzo da pagare con la perdita sia delle libertà personali sia della voglia di esibirsi dal vivo (troppe urla, troppi obblighi e pressioni da ogni fronte). Non a caso all’apice del loro successo sentiamo Lennon invocare un disperato grido d’aiuto: “help!”.

Nonostante gli strumenti già apparecchiati sul tetto degli uffici della Apple, secondo i ricordi degli addetti ai lavori, i Beatles hanno esitato a suonare fino all’ultimo. Pare sia stato lo stesso Lennon a motivare gli altri con un: «Let’s do it, abbiamo bisogno del filmato». Così li vediamo abbracciare i propri strumenti e assistiamo a quel momento, orgasmico per noi fan, in cui Paul emozionato spalanca un sorriso verso John e attaccano il soundcheck. È il ritorno della magia live perduta. «Facciamo Dig It?», John chiede ai compagni: ci aveva preso gusto e voleva cimentarsi con un pezzo che tra le scombussolate prove in studio, era poco più di una jam. Niente Dig It, ma improvvisando una scaletta di cinque brani (e ripetendone alcuni), registrano le versioni definitive di I’ve Got a Feeling, Dig a Pony e One After 909, utilizzate nell’album Let It Be. E la goduria di identificarle qualche attimo prima che compaia la didascalia esplicativa sul filmato non è privilegio solo di noi fanatici perché in fin dei conti queste canzoni sono la colonna sonora della vita di tanti.

Salendo su quel tetto, i Beatles dimostrano di non aver bisogno di una nave in tragitto verso Tripoli, di elicotteri sopra un antico anfiteatro libico, di deserti africani o di un mare illuminato da 2000 torce, come aveva suggerito inizialmente il regista Lindsay-Hogg, consapevole di poter attingere a un budget senza fondo («Sono i Beatles? Con tutti i soldi che hanno suonano su un tetto?!», chiede una passante intervistata dai cameraman in strada, durante il concerto). È stata dunque un’idea dettata da necessità più che da creatività, con tutto che era già stata utilizzata dai Jefferson Airplane a New York mesi prima.

Quando incontrai Lindsay-Hogg a una mostra a Londra diversi anni fa, da bastarda, glielo chiesi se sapevano fosse una trovata non originale. Lui disse che all’epoca non ne sapevano nulla del concerto dei Jefferson Airplane, ma fu un po’ vago (la mia collega laureata in rock psichedelico Camilla Aisa, presente all’episodio, pensa ancora ci abbia detto una balla). In Get Back sentiamo il regista persino argomentare: «Siete i Beatles, mica quattro stronzi. […] Dobbiamo fare il meglio del meglio». Ma le sue idee grandiose continuavano a scontrarsi con l’aria tesa e scazzata che aleggiava in studio, soprattutto nei primi giorni quando erano ancora tra le alte mura dalla pessima acustica dei Twickenham Studios. Cambiata location con gli uffici della Apple, cambia l’umore, grazie anche all’introduzione del pianista Billy Preston, elemento esterno che in primis li costringe a fare i bravi padroni di casa e poi li aiuta a riaccendere la miccia del puro divertimento di una jam session tra fuoriclasse.

Come osserva George Martin nel documentario, John e Paul, nonostante i dissapori, rimanevano un team dall’intesa imprescindibile, lasciando George spesso solo e frustrato. Prima di arrivare al climax finale sul tetto, vediamo le due leggende in studio ballare tenendosi per mano e lanciarsi in classici rock come Shake, Rattle and Roll e Blues Suede Shoes. Li sentiamo scherzare ed eccitarsi, ridiamo di come Lennon, il più cazzone dei quattro, giochi spesso con i testi delle loro canzoni, da “I’ve got a fever”, a “Sweet Loretta fart”.

Per chi non si è mai trovato dentro uno studio di registrazione mentre una band si confronta con il proprio processo creativo, è difficile comprendere fino in fondo quanto sia intrusiva la testimonianza di una telecamera, soprattutto se si hanno fra le mani solo demo e frammenti di idee, insieme alla pressione di realizzare in pochi giorni il meglio del meglio. Alla luce di tutto ciò, le otto ore di Get Back sono la testimonianza di un piccolo, grande miracolo. Tra l’altro un miracolo irripetibile, a meno che domani Bob Dylan ci informi di avere trovato i filmati di una telecamera nascosta in studio nel 1966 durante le registrazioni di Blonde on Blonde, ma che era troppo fumato per ricordarsi, fino ad oggi. Dunque poco importa se non stati i primi sul tetto: a distanza di 52 anni dal loro divorzio, i Beatles hanno dimostrato ancora una volta di essere una band inarrivabile.

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