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Com’è nato Massimo Pericolo

Lo racconta nell'autobiografia ‘Il signore del bosco’, insieme alla scoperta di letteratura e arti marziali, i primi concerti, l’arrivo della pandemia. Ecco un estratto in anteprima su Rolling Stone

Foto: Gabriele Micalizzi

«Per me è essenziale raccontare quello che conosco: la conoscenza è esperienza, significa che in un processo creativo non è coinvolta solo la mente, la rappresentazione, ma tutta la dimensione sensibile dell’esistenza di un individuo», dice Massimo Pericolo de Il signore del bosco, il suo primo libro in uscita il 31 agosto per Rizzoli. È un’autobiografia fotografica, in cui il rapper racconta la sua infanzia difficile, il periodo in carcere, i primi pezzi e la vita in provincia, la scoperta delle arti marziali e della letteratura, il successo di Scialla Semper e il tour con Speranza, l’arrivo della pandemia e il secondo album.

Il secondo capitolo – “Devi comprendere chi sei quando non sai chi essere” – è in anteprima qui sul sito di Rolling Stone. Parla del periodo a Laveno, un paesino sul Lago Maggiore, in un appartamento con mobili «intrisi di rinuncia e cattiva sorte». È in quella casa che Massimo Pericolo si convince di saper scrivere e di voler fare il rapper, ed è lì che nasce la sua prima canzone autobiografica. Poi da quella casa va via e inizia un periodo in cui vive tra casa di amici e quella dei nonni, fino all’arrivo al “Condominio” di Brebbia, dove si è sentito «accolto insieme ad altri disperati come me» e dove «ho imparato più che in tanti anni di scuola e di finta famiglia». Qui trova il nome Massimo Pericolo e «un’identità che si stava pian piano definendo». Potete leggere il capitolo qui sotto.

La copertina de ‘Il signore del bosco’

Devi comprendere chi sei quando non sai chi essere

Non ho ancora compiuto diciotto anni quando decido che ne ho abbastanza di mia madre, delle sue chiacchiere vuote, dallo spazio angusto, ingombro di fallimenti in cui mi aveva costretto a vivere e che instillavano in me cattivi pensieri.
«Me ne vado, non mi cercare» le dico.
Da un anno vivevamo in un bilocale in affitto a Laveno, un paesino sul Lago Maggiore in provincia di Varese, per andare a scuola bastava ora che camminassi fino al lago e mi imbarcassi. Mia madre aveva venduto il monolocale di Gavirate, ma non ho mai saputo che ne avesse fatto dei soldi. Quando le chiesi spiegazioni mi disse con gli occhi lucidi che non voleva parlarne. Sarebbero bastati per vivere in modo decente per un paio d’anni e invece no, continuano le ristrettezze e il suo implacabile vittimismo. Il vecchio mobilio intriso di rinuncia e cattiva sorte ci segue nel nuovo appartamento, la novità è che questa volta il letto a soppalco sta in una stanza e il divano letto in cucina, e facciamo turni da un mese per chi usa la stanza e chi la cucina.
Qui nascono la mia prima canzone autobiografica e la frase «nasci nel sangue caldo di qualcun altro e muori nel tuo» che ho usato nel pezzo con Marracash, Il sangue. Parole profonde sgorgavano da me spontaneamente, senza sforzo, tanto da convincermi che ero bravo a scrivere e che dovevo fare il rapper. In casa mi isolavo con in cuffia i Dogo, Emis Killa, Ensi.
In quel periodo Kaso organizzava piccoli eventi live nella zona, aperti a chiunque volesse cantare. Registro le mie prime strofe davanti a un microfono e mi esibisco qualche volta davanti a piccoli gruppi di appassionati. Mocce, un produttore di Varese, mi fa anche una demo di sei pezzi, che hanno sentito solo pochi amici.
Ma quando me ne vado di casa smetto quasi di scrivere, se non qualche pensiero sul cellulare la notte, quando mi capita di dormire su una panchina.
Vivo in giro per tutta la primavera e l’estate. 
A luglio trovo lavoro in una gelateria per il periodo estivo.
 A settembre sono stabile da qualche tempo a casa di un amico, ma i suoi genitori mi impongono di tornare a scuola in cambio dell’ospitalità. Ci torno, per un mese forse, ma non frequento mai.
Sto ancora un po’ in giro, un po’ dai miei nonni, un po’ da altri amici.
Compiuti i 18 anni trovo lavoro come giardiniere in una ditta di Laveno, inizio da vivaista, poi nei cantieri.
Trovo casa in affitto a Brebbia, un trilocale in un vecchio palazzone nella via principale, il punto più alto in paese dopo il campanile. A Brebbia è conosciuto come il Condominio perché non ce ne sono altri. Sono grato al Condominio per avermi accolto insieme ad altri disperati come me lasciandomi rannicchiare al suo interno come nel ventre di una madre. Sento la sua anima vibrare contro quel che resta del mio corpo. Non ho mai smesso di celebrarlo nella mia musica, per me è stato prima un essere vivente, poi un’icona sacra nel mio immaginario. Ho imparato più in quello sgangherato iperuranio che in anni di scuola e di finta famiglia.

Con mia madre interrompo i contatti, ogni tanto mi citofona ma le rispondo che ho da fare. Vedo solo i nonni.
Il disturbo ossessivo compulsivo, che si era già manifestato negli anni come reazione forse al degrado e ai messaggi affettivi contraddittori di mia madre, si ripresenta ora con maggiore frequenza e intensità. Alterno settimane di dissolutezza con la casa piena di gente, bottiglie di birra e mozziconi dappertutto, ad altre in cui provo repulsione per chiunque e pulisco ogni cosa maniacalmente smontando persino i sanitari; interi flaconi di detersivi appena aperti e spugne usate una volta finiscono in pattumiera, colpevoli solo di essere entrati in contatto con le mie mani sporche mentre pulivo.
Ho un crollo psicologico devastante, non riesco nemmeno a fare conversazioni, a pensare.
Non sono più in grado di lavorare e di avere una vita regolare. Per mantenermi spaccio.
In parte forse stavo realizzando la fatica di dover pensare a tutto da solo.
Mi sentivo diverso dai miei coetanei. Dal confronto con loro sorgeva martellante la domanda “ma chi cazzo sono io?”, perché davvero non lo sapevo. Dovrei essere adulto e comportarmi come tale, pensavo, ma non avevo modelli congruenti di riferimento. Solo crescendo ho capito che quella era un’età cruciale per tutti. Osservavo i ragazzi che venivano da me a prendere il fumo, magari anche per rivenderlo, e pensavo: Io non so chi sono ma tu non sai chi essere. Si atteggiavano da quelli coi problemi ma poi andavano a casa da mamma e papà nella villetta a schiera.
Anni dopo, quando ho scritto Sabbie d’oro, sono tornato col pensiero a quei ragazzi che invidiavo e ho pensato che in fin dei conti facevano la vita che gli era capitata, non se l’erano scelta, non avevano colpe se la mia era più brutta. Ho smorzato il mio risentimento. Né io né loro, dopotutto, sapevamo chi fossimo e chi volessimo essere.

La crisi d’identità dura anni in cui mi dissolvo tra i tentativi con la musica, i lavori precari, lo spaccio, la depressione. Finché finisco in carcere.
Dopo quattro mesi di reclusione ottengo i domiciliari e li sconto a casa dei nonni. La convivenza non è sempre facile, c’è stato un momento in cui ho temuto di perdere l’unico rapporto sano che avessi con la mia famiglia. Stare chiuso in casa con il divieto di comunicare con l’esterno rendeva difficili i rapporti con i nonni, ma mi permetteva di usare il tempo per leggere, scrivere e pensare.
Sapevo ormai di voler fare il rapper ma ero ancora concentrato sulla tecnica e su tematiche generiche, e come si usava fare allora, cercavo una scusa per colpire il nemico immaginario.
Non ero appagato.
Ripenso a una volta in cui Carlo aka Fight Pausa (che insieme a Bolo, Palazzi d’Oriente, suonerà la versione strumentale di Amici) mi dice: «Vane, ma perché non provi a parlare delle tue esperienze, del tuo vissuto?». Così prendo coraggio e scrivo Doppietta Free Style e altri pezzi molto personali che saranno nel disco Solo tutto.
Una sera, mentre lavo i piatti e penso ai cazzi miei, il brusio della tv accesa in sottofondo mi arriva dal meteo sta frase: «Condizioni di massimo pericolo…». Rido tra me e me per aver pensato che si stesse parlando di una persona, del resto sono cresciuto con il nonsense di Maccio Capatonda…
E Massimo Pericolo mi sembra il nome giusto per un progetto parallelo un po’ trash, per cazzeggiare. Avrei pubblicato i pezzi seri con lo pseudonimo di Skinny Bitch e sotto il nome di MP.
 Ironia della sorte non l’ho quasi mai utilizzato. Il rap per me è davvero una cosa troppo seria.
 Siamo ancora solo alla superficie della storia.

Massimo Pericolo non era che la punta dell’iceberg di un’identità che si stava pian piano definendo.
Possiedo uno specchio interiore ed è in quello che mi rimiro, è lì che vado a guardare che cosa sta lavorando a livello profondo dentro di me e chi sto diventando.
Ero entrato accidentalmente in contatto con pensieri e idee estreme e vertiginose. Con una profondità e una libertà di pensiero che non sapevo esistessero.
Come la maggior parte di voi ignoravo che pensatori e letterati del passato avessero concepito e detto cose che noi oggi ci vergogniamo anche solo di pensare, o se lo facciamo ci sentiamo soli o pazzi. Siamo canarini liberi di svolazzare al contrario nelle nostre gabbiette mentali.
Nella libreria dei miei nonni avevo trovato La filosofia del boudoir di de Sade. Evidentemente doveva far parte di una collana allegata a una rivista, era impossibile che i nonni lo avessero letto! La nonna poi è timorata di dio e penso che lo avrebbe bruciato se solo ne avesse sospettato il contenuto.
Quel libro mi colpisce come un pugno nello stomaco e mi ispira molte riflessioni. Scopro che le cose che avevo sempre pensato avevano un senso, che qualcuno prima di me aveva provato quello che provavo io e lo sapeva spiegare molto bene. Che la vita non vale niente, che i rapporti, anche quelli con i genitori, sono egoistici, mossi da bisogni, che questa è la natura dell’essere. Viviamo di istanze e la vita non è che un tentativo di soddisfarle. Non esiste l’altruismo, e persino la tanto celebrata empatia non è che un processo organico per la sopravvivenza.
Non ero più solo. Sembrerà assurdo ma fino a quel momento avevo creduto di essere l’unico a pensare certe cose.
Avevo l’impressione che per de Sade il crimine fosse un progetto distruttivo e autodistruttivo al di là della morale degli uomini. Una necessità di espressione della natura, la volontà di negarsi, come forse avrebbe detto Schopenhauer. La violenza dell’uomo “sadico” verso le sue vittime va al di là di esse, dio e il mondo sono nulla e lui è solo caos e insensatezza.
L’atto distruttivo è semplice quando dio non c’è e il mondo ti appare come un deserto dove far male a qualcuno e fare male a se stessi è la stessa cosa, è la stessa aspirazione al nulla. Quella di de Sade era in fondo una denuncia della sua epoca falsa, come false sono tutte le costruzioni umane, del clima ipocrita e repressivo che si respirava.
De Sade era l’uomo che insorgeva contro tutti i divieti, ma più delle sue azioni erano le sue parole estreme a essere rivoluzionarie.
Ho continuato a leggere di filosofia: il nichilismo, la misantropia, da Schopenhauer a Nietzsche, da Bataille a Foucault.
SONO STATI LORO A DARMI IL PERMESSO DI PENSARE E DIRE CERTE COSE.

Lo specchio interiore riflette un me più consapevole, meno solo nel suo dramma esistenziale. Mentre comprendo chi sono, so che devo assumere un ruolo per non morire. Per non cedere alla mia inclinazione verso il nulla.
Immaginare di credere in qualcosa ci tiene agganciati alla vita. È quando la verità del nulla riaffiora che provi quel qualcosa che somiglia alla sensazione di precipitare nel vuoto che è la depressione. La depressione arriva quando ti ricordi che ti stai ingannando.
Decido di resistere, faccio un patto con la vita e piano piano comincio a rendermi conto di quanto l’esito di un’impresa dipenda da me, dalla mia percezione.
Non ho smesso di andare in panico quando devo fare troppe cose nella stessa giornata ma poi comincio ad affrontarne una per volta e mi accorgo che non è poi così difficile. Con la pratica riesco a fermare la testa un attimo prima di andare in paranoia. Si chiama allenamento mentale: capire certi meccanismi del cervello che stanno alla base dell’ansia, la tendenza a ingigantire tutto.
La sgradevole sensazione di essere sotto esame quando qualcuno mi chiede di fare qualcosa è sempre in agguato: se un collega mi chiede un pezzo, per esempio, ho paura di non essere all’altezza. Anche se mi rendo conto che la mia aspettativa è più alta di quella degli altri.
Ma sto migliorando, grazie al lavoro e alla memoria. Mi aiuta ricordare che ho sempre gestito anche le situazioni più difficili, anche se spesso con grande ansia. So di essere io il problema. Il lavoro che faccio mi dà molti spunti per migliorarmi come persona. La routine, la disciplina, avere degli schemi sono cose che aiutano le persone come me. Io non posso lasciare nulla al caso perché, se lo faccio, l’imprevisto mi destabilizza, a meno che non mi sia predisposto ad accoglierlo.
Il concerto, per esempio, è un momento di esaltazione, di ascesi, se lo fai bene amplifica il tuo stato d’animo di benessere, se lo fai male al contrario aumenta la sensazione di malessere. Ti butti giù, pensi di non essere capace. Questo avviene quando magari non sto bene psicologicamente, e allora sul palco sono chiuso, di poche parole, non riesco a trasmettere sentimenti che non provo, a coinvolgere e a lasciarmi andare. In genere mi piace parlare con il pubblico durante i live, ma è capitato che arrivassi a una data in down da giorni, in preda a un’ansia fortissima. Sapendo che sarebbe andata male. Certo, qualche volta è successo che un certo numero di birre mi abbia aiutato a cambiare la percezione…
In ogni caso è così. Questo sono io. O sto al top o sto di merda.

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