Perché nei testi dei successi pop l’amore è una forma di possesso? | Rolling Stone Italia
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Perché nei testi dei successi pop l’amore è una forma di possesso?

Uno studio scientifico pubblicato da ‘Text and Talk’ spiega l'evoluzione del racconto sentimentale nelle canzoni. «Le hit mainstream riflettono e possono cambiare i valori di una società»

Scott Legato/Getty Images

C’è chi canta del derby di Buenos Aires, chi di fuoco e benzina e chi di cieli intrappolati tra quattro mura. Quasi sempre, però, si parla della stessa cosa: l’amore.

Non è un caso, infatti, che negli ultimi settant’anni il 75% dei brani in cima alla classifica Billboard americana siano stati proprio canzoni d’amore. Uno studio pubblicato questa settimana sulla rivista scientifica Text and Talk rivela come dagli anni ‘40 ad oggi siamo passati da cantare di romanticismo al sesso, al dolore e all’angoscia. La ricerca svela un po’ come è cambiata la nostra percezione dell’amore nel tempo: mentre settant’anni fa veniva accostato più spesso all’idea di vicinanza e possesso, dopo il ’95 gli artisti contemporanei preferiscono paragonare i loro innamorati a dei dolci o a dei bebè. Infatti, quasi sempre si usano delle metafore d’amore perché — spiegano i ricercatori di linguistica — è il tipo di linguaggio che meglio rappresenta i sentimenti nella nostra psiche.

«La musica, l’amore e il linguaggio sono esperienze universali che probabilmente definiscono l’umanità, ecco perché è importante studiarle», spiega Salvador Climent Roca, ricercatore principale di questo studio e professore di linguistica all’Universitat Oberta de Catalunya. «Da un lato, le canzoni pop mainstream riflettono ciò che è generalmente socialmente accettabile. Dall’altro, poiché sono prodotte in gran parte da grandi aziende, forse potrebbero essere le canzoni che instillano alcuni valori nella società».

In principio, il team non era interessato a studiare le canzoni d’amore, voleva semplicemente analizzare tutte le canzoni pop più famose: «Ma abbiamo scoperto che quasi tutte queste hit sono canzoni romantiche – così siamo finiti a studiare l’amore», racconta Climent Roca. Ha scoperto che 52 delle 71 canzoni più ascoltate negli USA ogni anno – secondo la classifica Billboard dal 1946 al 2016 – avevano come tema centrale l’amore, il romanticismo, o il sesso.

Tre quarti delle canzoni più popolari sull’amore si riferiscono all’amore romantico, mentre le rimanenti hanno tutte temi erotici, sexy, magari anche volgari – con un boom del cosiddetto pillow-talk tra il 1977 e il 1982 e poi di nuovo tra il 1996 e il 2008. Dal 1983 in poi la maggior parte delle canzoni piangono cuori spezzati e anime infrante: basta pensare alla straziante Somebody That I Used to Know di Gotye e Kimbra, intrisa di malinconia, o al classicone strappalacrime, da cantare a squarciagola in macchina, Rolling in the Deep di Adele, entrambe uscite nel 2011.

Soprattutto, i ricercatori hanno concluso che tutte le canzoni esprimono sentimenti principalmente attraverso l’uso di metafore concettuali. Su un totale di 8980 parole distribuite su 1272 versi, oltre il 70% del linguaggio figurativo usato per raccontare l’amore sono metafore, metonimie o similitudini metaforiche. Ogni singola canzone analizzata utilizza almeno una di queste figure retoriche.

Questo perché, come studi precedenti avevano già dimostrato, gran parte del nostro pensiero e della nostra comprensione emotiva si basa sul linguaggio metaforico per esprimere concetti ed emozioni complesse in modo efficace. «Le metafore concettuali sono la vera chiave dei nostri pensieri», dice Climent Roca. Se ci pensate, la stessa idea che l’amore si trovi nel cuore è una metafora: perché le emozioni risiedono nel cervello, mica nel sistema cardiovascolare.

Nelle 71 canzoni analizzate se ne scovano centinaia. Le più comuni sono quelle che spiegano l’amore come vicinanza (42 esempi) o come possesso (29 esempi), basti pensare a Every Breath You Take di Sting, che è arrivata al primo posto delle classifiche di Inghilterra, Canada, Israele, Irlanda e Sud Africa, e al secondo in Spagna, Svezia, Norvegia e Australia, facendo praticamente il giro del mondo. Tante altre canzoni parlano di amori non corrisposti o amori possessivi, in cui un partner appartiene all’altro: in molti casi, l’amore si percepisce quasi come un’altra forma di sottomissione. Poco più di due terzi delle canzoni, infatti, riflettono una correlazione tra metafore di prossimità fisica e di possesso; quasi come se fossero la stessa cosa. “I know one cure for this body of mine / Is to have that girl that I love so fine” (So che la cura per il mio corpo / è avere quella ragazza che amo così bene) cantava Elvis Presley negli anni ‘50.

«La maggior parte delle metafore concettuali deriva inconsciamente dall’esperienza corporea. Quindi non è poi così strano che le metafore d’amore più usate abbiano a che fare con la vicinanza: gli amanti vogliono stare vicini», dice Climent Roca. «Ma altre metafore sono puramente culturali. Espressioni cliché come “Tu sei mia” o “Tu mi appartieni” non provengono dall’esperienza di avere qualcuno in schiavitù, immagino, spero, quindi riflettono una sorta di modello culturale. Le metafore che descrivono la possessione riflettono un concetto profondamente radicato nella cultura popolare».

In 22 metafore il cuore è un contenitore d’amore “I gotta think twice — canta George Michael in Faith — before I give my heart away” (Devo pensarci due volte prima di dare via il mio cuore) … concetto che ha poi reso cult con Last Christmas.

Moltissimi testi descrivono l’amore come un luogo o un viaggio. “You let her under your skin” (L’hai lasciata entrare sotto la tua pelle) in Hey Jude dei Beatles (in cima alle classifiche nel 1968) o “Suddenly I’m melting into you” (Improvvisamente mi sciolgo dentro te) nella ballad country-pop Breathe di Faith Hill, ai primi posti nel nostalgico 2000.

«Rispetto a studi precedenti sulle metafore dell’amore in altri testi, abbiamo confermato la presenza del paradigma della prossimità e la metafora dell’amore come viaggio», dice Climent Roca. «Ma d’altra parte ne abbiamo trovate diverse inaspettate, come l’oggetto d’amore concettualizzato come un bambino piccolo o come un cibo appetitoso», spiega, sorpreso, il linguista. Le metafore che descrivono amati o amate come bimbi appaiono 38 volte nei dati della ricerca, mentre in ben 14 metafore sono descritti come cibi succulenti o dolci.

Basta pensare a “Don’t say a word, my virgin child” (Non dire una parola, mia bimba vergine) in Tonight’s the Night di Rod Stewart, al numero uno nel 1977, o a quante volte Flo Rida e T-Pain ripetono “baby girl” in Low, descrivendo le ragazze che si divertono in pista da ballo. E per il cibo? Semplice. Quante volte sentiamo “sugar” o “honey”, o letteralmente tutte insieme “Sugar, Honey, Honey, You are my candy girl…” nella hit al numero uno nel 1969 Sugar, Sugar degli Archies, usata anche come colonna sonora di svariati film e pure la pubblicità di Applebees. (Peccato che Candy Man di Christina Aguilera non ce l’abbia fatta in classifica, eh).

Con l’analisi di questi dati, i ricercatori non solo ci invitano ad ascoltare più attentamente le parole delle canzoni d’amore che ci hanno commosso con il passare degli anni, ma a vederle come un possibile specchio della nostra percezione d’amore a livello di società, e viceversa. Ci fanno chiedere: come siamo passati dall’amore inteso come possessione all’amore come esperienza edonistica legata al cibo? È cambiata prima la lingua o prima la società? È uguale per tutti?

Secondo Roca, Poiché viviamo in una cultura pop mainstream guidata dagli Stati Uniti, sarebbe logico aspettarsi risultati simili in Europa occidentale. Lui, per esempio, racconta che la canzone che più lo emoziona è Em dius que el nostre amor (“Dimmi del nostro amore”) di Toti Soler, in catalano, che nel primo verso canta proprio “dimmi che il nostro amore sarà come un bambino”. «Altrove potrebbe essere diverso», conclude Climent Roca, «Per esempio, in cinese, l’amore a volte non è posto nel cuore ma nel fegato, dove noi mettiamo la birra».