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Tutti i dischi di Siouxsie and The Banshees, dal peggiore al migliore

Viaggio nel repertorio della band di Siouxsie Sioux, ma anche nella psiche dei giovani reietti delle periferie inglesi, tra paranoie e sogni ad occhi aperti, estasi orgiastiche e paradisi artificiali

Foto: Fin Costello/Redferns/Getty Images

«Mettete sotto contratto i Banshees: fatelo adesso». Il graffito campeggiava sulle mura delle principali case discografiche di Londra nei primi mesi del ’78. Era opera di un fan di quello che è probabilmente il generatore più importante di tutto il rock “fuori dal coro” che abbiamo visto in circolazione, ovvero Siouxie and The Banshees.

Siouxsie Sioux, la madrina del punk inglese, membro del funesto Bromley Contingent, coeva dei Sex Pistols e prima in assoluto a tenere tra le sue file Sid Vicious alla batteria e Marco Pirroni degli Adam and the Ants alla chitarra, ha traghettato la sua band verso lidi che le hanno consentito di superare se stessa. Col fido bassista “liquido” Steve Severin, il batterista (poi compagno di vita) Budgie e un tournaround di chitarristi stellari, Siouxsie ha descritto la psiche dei giovani reietti delle periferie inglesi, tra incubi, paranoie, abusi, ma anche sogni ad occhi aperti, estasi orgiastiche, paradisi artificiali e rivoluzioni perenni interne ed esterne, dando loro un riscatto in musica praticamente eterno.

Pochi giorni fa è uscito per la Universal All Souls, una compilation creata per Halloween in cui sono raccolte B side, canzoni poco note e hit sparse: forse è dunque il momento di ripescare la loro discografia e gettarsi a pesce nel loro mondo di luci e ombre, di mare e di deserti, di dolcetti o scherzetti entrambi micidiali.

11“Through the Looking Glass” (1987)

Ma che davvero i Banshees si mettono a fare un disco di cover? Ebbene sì e la cosa stupisce non poco. Non tanto perché non vi siano altri esempi di tale pratica (Bowie in primis, che infatti li inviterà a fare da guest a due date del Glass Spider Tour), ma perché per un gruppo esplosivo come i Banshees essere a corto di inediti è singolare. Prova generale per mettere a punto un nuovo modo di incidere partendo dalle passioni della band, dai numi tutelari, dagli ispiratori di sempre (si passa dagli Sparks fino a Billie Holiday e i Kraftwerk), Through the Looking Glass manca però di inventiva nella ricostruzione dei brani. A un certo punto l’impressione è di piattezza, tanto che anche la cover di The Passenger di Iggy Pop, per quanto l’autore ne fosse entusiasta, nulla toglie e nulla aggiunge se non una brass section che… anche meno, via. Ma d’altronde un periodo di pausa mentale serve a chiunque, quindi l’album va inquadrato come un momento di piacere personale della band che si toglie di torno lo stress dei tour e degli studi, cercando di ritrovare il significato della parola suonare, principalmente per se stessi. E infatti, non a caso, la cover migliore – e la più sorprendente – è Trust in Me, che non è altro che la canzone del serpente Kaa dal Libro della giungla di Disney, che sembra quasi scritta appositamente per i Banshees.

10“The Rapture” (1995)

Nel 1995 i Banshees tornano in studio per quello che sarà l’ ultimo disco insieme. Ancora una volta cercano nuove strade e deviano dal sound trendy di Superstition tornando in un certo senso alle radici. In soldoni, si riavvolge il nastro alla passione per i Velvet Underground, tanto che alla produzione c’è John Cale in persona. Questa scelta inevitabilmente porta l’album verso lidi semiacustici, con grande uso di archi, xilofoni, campane e violini taglienti correlati allo stile che ha reso famoso il produttore e che appunto ha creato la leggenda dei Velvet, sempre oscillanti tra brani pop dolci e melodici e pezzi di una cattiveria devastante e rumorosa. In questo caso vince la prima tendenza, facendo di The Rapture un originale mix di exotica (che all’epoca godeva di un certo revival nell’indie) e art rock “lynchiano” che rende il disco uno dei più accessibili di sempre del gruppo, una pura e semplice raccolta di canzoni. Ovviamente arrangiate impeccabilmente, dal sapore glitter quanto neoclassico, ma dei Banshees sempre sull’orlo tra sogno e incubo rimane poco. Restano i testi che esplorano ancora una volta esaurimenti nervosi, relazioni tossiche, ossessioni e una manciata di brani convincenti che ibridano la wave con il rock sperimentale dei Sixties come la title track, Falling Down e Love Out of Me. Per il resto sembra un tentativo di tornare volutamente indietro a un periodo di purezza sonora e ideologica che non può tornare nel music biz. Non a caso verranno quasi immediatamente scaricati dalla Polydor, con la quale oramai sono ai ferri corti. Il gruppo si scioglie di lì a breve con un comunicato abbastanza esplicito sulle motivazioni . I Banshees si rifiutano di essere zimbelli dell’industria e lasciano la scena coraggiosamente, con dignità e fierezza, doti rare nell’ambiente alternative di quegli anni. Difficile per loro è stato trovare un contratto, facile è stato perderlo in 20 minuti, come in ogni storia fatta di coerenza e di idee con prezzi sempre alti da pagare.

9“Superstition” (1991)

Nel 1991 il mondo sta cambiando in maniera repentina: la new wave ha ufficialmente chiuso i battenti con il capolavoro dei colleghi Cure. Robert Smith è tra l’altro stato – ironia della sorte – uno dei Banshees. Nel settembre dello stesso anno uscirà Nevermind dei Nirvana che darà uno scossone al baraccone del pop trasformando la scena del rock alternativo in mainstream: l’elettronica “intelligente” comincia a prendere piede con Aphex Twin & co. I Banshees si ritrovano perfettamente in mezzo a questo guado e Superstition è esattamente la fotografia di una confusione interna ma anche esterna. Per uscire dall’mpasse si punta al crossover tra post punk ed elettronica, seguendo la scia di Madchester ma anche certi influssi californiani (Perry Farrell li inviterà infatti a suonare al Lollapalooza). Si mettono in mano al produttore Stephen Hague, famoso per il suo approccio “computerizzato” ed è forse un errore grossolano, più che altro perché Siouxsie ha uno spirito luddista. Ne esce fuori un compromesso che, come tutti i compromessi, sembra sbilanciato e si percepisce una certa stanchezza nell’attualizzarsi. Soprattutto il fan più affezionato viene spiazzato dal singolo Kiss Them for Me, che con ritmiche alla moda e un suono patinatissimo e plasticoso sembra lontano anni luce dai Banshees graffianti di una volta. Le masse invece applaudiranno e il singolo sarà il loro più venduto negli Stati Uniti, sdoganandoli nei piani alti. Questa ambiguità di fondo, che di fatto si traduce in una perdita di personalità della band e una certa invadenza dei produttori, è l’inizio della guerra della band contro l’industria discografica, rea di far perdere loro il giusto focus artistico. E di creare effettivamente dei cortocircuiti: Superstition è infatti il disco che oggi paradossalmente suona più nuovo e HD nonostante sia quello che regga di meno a livello di coesione.

8“Peepshow” (1988)

Dopo la perfezione formale di Tinderbox e il momento di stasi di Through the Looking Glass, i Banshees tornano con un disco che sembra resuscitare il loro spirito anticonformista. Peepshow è introdotto dal singolo Peek-a-Boo, uno dei pezzi più astrusi e psichedelici della band in cui strumenti gitani si mescolano a bizzarrie elettroniche dance e svolazzi degni delle teiere del Cappellaio Matto di Alice, dove Siouxsie con la voce si lancia in numeri quasi alieni. Con un simile singolo l’album sembrerebbe essere una mina, ma in realtà è discontinuo, poiché da una parte ci sono brani che sembrano rassicuranti rispetto allo stile della band (ad esempio Carousel), dall’altra arrangiamenti e suoni profondi, effettati e misti all’elettronica che lo fa sembrare prima del tempo sparato in area trip hop. E in effetti il primo brano proto trip hop della storia è farina del loro sacco, ovvero Tattoo, lato B di Dear Prudence che verrà rifatto da Tricky. Brani come la ninna nanna psicotica Rawhead and Bloodybones e la solenne Last Beat of my Heart valgono però il prezzo del biglietto, così che Peepshow rimane forse l’ultimo disco solido e veramente ispirato del gruppo inglese. Che, in questa occasione, vede anche l’ingresso di un nuovo chitarrista e polistrumentista: si tratta di Jon Klein, ex Specimen e una delle ispiriazioni principali del chitarrista dei Nine Inch Nails, Robin Finck.

7“Tinderbox” (1986)

L’abbandono da parte di Robert Smith, che nel precedente disco imbracciava la sei corde, si fa sentire. La band deve in qualche modo ritrovare il cuore della propria arte e cercare di essere il più possibile compatta. E in effetti Tinderbox è un disco inattaccabile dal punto di vista stilistico: un marmo levigato che si erge come un monumento al Banshees sound. L’ingresso del nuovo chitarrista John Valentine Carruthers (ex Clock DVA) dà origine a singoli storici in cui i Banshees sembrano flitrare con certi andazzi alla Johnny Marr (non a caso un loro grande fan). Però questa tensione a non sbottonarsi troppo manca delle follie musicali delle prove precedenti: sembra che la band sia in assetto difensivo più che di attacco. Da un lato questo è il fascino del disco, basato su un suono cristallino e scintillante quanto massiccio come l’acciaio, dall’altro rende il tutto come fosse la facciata di una fortezza della quale non si trova la porta. La poetica del gruppo è comunque più forte che mai, come testimonia Candyman il cui testo sonda gli aspetti più cupi dell’essere bambini e degli abusi degli adulti (c’è molto di autobiografico). Possiamo tranquillamente dire che Tinderbox, con la sua precisione chirurgica e nello stesso tempo sognante, è uno dei dischi che ha anticipato lo shoegaze (Slowdive in primis).

6“Join Hands” (1979)

Dopo il folgorante debutto, i Banshees si ritrovano a dover bissare l’exploit, ritrovandosi da band alla continua ricerca di un contratto che non arriva ad essere la next big thing. La pressione e la fretta nel dare un seguito a The Scream produrrà un doppio risultato, in un certo senso speculare: non c’è un grande avanzamento dal punto di vista della formula, ma tutto si inasprisce e indurisce come un guscio di noce, facendo di Join Hands il disco più harsh della band. E il concept dietro questo lavoro non potrebbe, d’altronde, essere interpretato diversamente: un grande spaccato sulla Prima guerra mondiale, una metafora del 1979 in stato di decomposizione nel pieno del conflitto iraniano, un’accusa sugli orrori della guerra vista dagli occhi di anarchici che sondano gli abissi umani della tortura della morte e della solitudine con onestà. Nonostante la palette settata solo su bianchi, grigi e neri, Join Hands ha dei momenti solenni come il singolo Playground Twist o la marcia tritacarne di Poppy Day, facendo del disco un vero e proprio precursore del gothic rock, confermando la tensione dirompente dei Banshees contro qualsiasi tipo di potere. A cominciare, ovviamente, da quello discografico.

5“A Kiss in the Dreamhouse” (1982)

Improvvisamente i Banshees sono in un territorio inaspettato: quello neopsichedelico. I punti di riferimento sono evidentemente da ricercare nei Beatles e soprattutto nel dittico Magical Mystery Tour e White Album: l’uso di flautini, i loop ipnotici, il glamour di certe soluzioni chitarristiche ispirano viaggi con l’Lsd. Apre la strada al dark psichedelico che avvolgerà anche i Cure di The Top e rappresenta una parziale abiura delle atmosfere tetre del passato, velate di isteria, per dirigersi verso un altro tipo di disturbo, quello bipolare. Brani come la ossessivo-compusiva Circle o la sessualmente suicida Melt! fanno il paio con le aperture sul modello di Their Satanic Majesties Request degli Stones di She’s a Carnival o le follie lennoniane di Green Fingers ci dicono di una band in piena forma, decisa a entrare nella porticina del Bianconiglio per vedere cosa cavarne fuori. Chiaramente scherziamo, il periodo della realizzazione è stato invece un inferno tra droghe, alcol e stress sovrapposti uno sull’altro, come ben caratterizzato dalla voce sovraregistrata di Siouxsie a cura di un sapiente Mike Hedges, che sembra un intervento chirurgico sul disco per annullarne i difetti. Il titolo dell’album si riferisce a un bordello degli anni ’40 frequentato da prostitute che si erano rifatte la faccia per assomigliare alle star di Hollywood.

4“Hyæna” (1984)

Ed ecco che la formula di A Kiss in the Dreamhouse viene ampliata: a timide micro punte si sostituiscono galloni di acidi, così come alla chitarra il grandissmo John McGeoch lascia il posto a… sì, Robert Smith. Il leader dei Cure aveva infatti già aiutato i Banshees a portare a termine il tour di Join Hands dopo l’improvviso forfait di John McKay dividendosi sul palco tra loro e i Cure. Nel 1984 ha intenzione di abbandonare le prime file da frontman e di lavorare dietro le quinte come gregario, accettando l’invito dell’ amico Steve Severin ad unirsi a loro. Ecco perché dopo il debutto discografico con il lancinante live Nocturne insieme ai Banshees, in cui dalla chitarra produce suoni impossibili, qui lo vediamo membro ufficiale anche in sede compositiva, facendosi sentire in maniera piuttosto evidente: la scelta di puntare sulla cover di Dear Prudence dei Beatles per conquistare le classifiche inglesi è sua. Risultato, il primo numero uno per i Banshees e un disco al cui ascolto sembra di entrare attraverso uno specchio rotto. Colori sonori sfavillanti, orchestre lussureggianti, spunti mediorientali, deliri pop solarizzati e su di giri. Siouxsie trascina tutti con la sua voce sempre più sciamanica e con i testi in cui esplora campi di femminismo che manco Andrea Long Chu (Swimming Horses, che parla appunto dei cavallucci marini, unica razza animale in cui il maschio partorisce i cuccioli, è un grande manifesto gender bender). Nonostante questo affiatamento, presto i Banshees si troveranno nei guai. A Smith viene diagnosticato un esaurimento incipiente per superlavoro (praticamente tra Banshess, Cure e Glove, progetto parallelo sempre con Severin, non ha più a chi dare i resti) e molla il tour promozionale prima che inizi. A quel punto Siouxsie va su tutte le furie, lo maledice neanche troppo garbatamente e corre subito ai ripari cercando di riportare il gruppo alla compattezza rigorosa di un tempo, sfornando il luccicante e inespugnabile Tinderbox.

3“Juju” (1981)

Se c’è un disco in cui viene scatenata la furia degli elementi e degli spiriti, in cui il raziocinio non ha assolutamente senso, questo è Juju. Che già dal titolo è un manifesto di intenzioni: la parola juju viene dalla pratica africana tradizionale che consiste nell’infondere a un oggetto influssi magici che possono essere allo stesso modo benevoli o maligni. E in effetti la musica contenuta è esattamente questo, uno juju: ci sono episodi come Into the Light che sembrano accecare di luce, e crolli negli abissi verticali di pezzi come Voodoo Dolly o la squassante Head Cut che sono di una follia schizoide senza precendenti e alienazione intrisa di acido muriatico come la mortifera e livorosa Monitor che si tuffa nelle tentazioni snuff della civiltà catodica. Una musica fatta di scudisciate, distorsioni, effetti flanger lancinanti e ritmiche afrocentriche dispensate a piene mani dal genio percussivo di Budgie. Nondimeno qui vediamo un McGeoch a pieno regime; le sue geniali chitarre tracciano uno stile imbattibile e terrorista col quale tutti i chitarristi dei Banshees a venire dovranno fare i conti (Smith compreso, che intelligentemente manterrà alcune caratteristiche del collega). Il suo botta e risposta con Siouxsie che infrange la sua poetica deragliata sugli scogli levigati del basso di Steve Severin qui toccano l’apice di un’intesa quasi perfetta e forse mai più raggiunta. Non è un caso che Juju sia un punto di riferimento per band molto diverse tra loro (si va dai Red Hot Chili Peppers fino ai Jesus and Mary Chain per finire agli Smashing Pumpkins, solo per citarne alcune): è come un triangolo magico che in qualsiasi posizione si trovi regola comunque il corso degli eventi e delle forze occulte esistenti.

2“Kaleidoscope” (1980)

In questo disco innanzitutto c’è l’esordio di uno dei più importanti chitarristi post punk di sempre, ovvero John McGeoch che dai Magazine arriva a portare le sue chitarre punitive a servizio della nuova causa. Unito a ciò, il drumming tribale e puntualissimo di Budgie, uno dei più grandi batteristi della sua generazione. Con queste premesse Kaleidoscope non poteva che essere esplosivo, e lo mettiamo al secondo posto tra i migliori perché è indubbiamente quello più spiazzante, in cui i Banshees escono per la prima volta dalla loro consueta formula per sperimentare con l’elettronica e – come da titolo dell’album – ampliare i loro orizzonti senza perdere una virgola del loro impatto iconoclasta. Severin e Siouxsie si impongono come compositori elaborando le demo solo basso e synth: nel frattempo la cantante impara anche a suonare la chitarra imprimendola nei solchi del disco. Che, contenendo due razzi come Christine – una canzone sulla schizofrenia che viene trattata con termini pop per confondere le menti – e la pluricampionata Happy House (fissa di alcuni progetti dance dei ’90), entra di diritto nella leggenda. Ma c’è anche spazio per cose meno gettonate come la porno oriented Red Light, che pur viaggiando in zona synth pop sembra proto electro clash, e la schizoide Skin che anticipa tanto le cose più furiose del successivo Juju, quanto certe tendenze post rock che verranno.

1“The Scream” (1978)

È l’esordio dopo anni di gavetta, il punto di arrivo e il trampolino di lancio, la riscossa delle wasteland della suburbia inglese. Come illustra con i suoi suoni l’intro, la stupenda Pure in cui appunto la desolazione di una città industriale diventa da violenta oppressione il limite da cui partire per spaccare l’universo a metà come una mela. Quella ovviamente dell’assurdo, nel quale Siouxsie – musa assoluta e solenne sacerdotessa – si muove come una pizia descrivendo un mondo che si accartoccia su se stesso. È un disco passionale ma freddo, politico ma cinico e disincantato, urlato ma vellutato, insomma tutti gli opposti di un segno come quello dei Gemelli (sotto il quale è nata Siouxsie) che deflagrano in faccia all’ascoltatore. Impossibile non ascoltare brani come Jigsaw Feeling, Overground , Switch o Metal Postcard e non ritrovarsi la faccia ridotta a maschera. Se non è il disco perfetto dei Banshees è però il capolavoro assoluto nel fermare su nastro un periodo storco, un’attitudine, una generazione, tanto che ci sbilanceremmo col dire che The Scream sta al ’78 come Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane sta al ’67. E, cosa più importante, testimonia lo stato di grazia del geniale John McKay, il cui chitarrismo minimale e abrasivo ha influenzato tre generazioni di rocker alternativi, e il batterista Kenny Morris, senza il quale non avremmo avuto il drumming tom oriented di tutto il post punk di cui abbiamo memoria. D’altronde, come dice il motto, “once a Banshee, always a Banshee”.

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