Tutti i dischi dei Queens of the Stone Age, dal peggiore al migliore | Rolling Stone Italia
Robotic Rock

Tutti i dischi dei Queens of the Stone Age, dal peggiore al migliore

Avete ascoltato ‘In Times New Roman...’? Dove lo piazzereste nella classifica degli album del gruppo di Josh Homme?

Tutti i dischi dei Queens of the Stone Age, dal peggiore al migliore

Queens of the Stone Age

Foto: Andres Neumann

Vero è che i primi Queens of the Stone Age sono composti da tre quarti dei Kyuss (Josh Homme alla chitarra e voce, Nick Oliveri al basso, Alfredo Hernández alla batteria), ma mentre questi ultimi erano ancora saldamente ancorati al passato, al suono hard blues psichedelico degli anni 70 con le loro tipiche dilatazioni strumentali lisergiche e ossessive, i Queens of the Stone Age (così il produttore Chris Goss chiamò scherzosamente i Kyuss durante una sessione di registrazione) riattualizzano il suono della band madre sotto forma di canzoni più strutturate, facilmente accessibili e memorizzabili: non più le accordature basse e il suono cupo di chitarra dei Kyuss, di matrice sabbathiana, ma riff acidi e torrenziali di derivazione stoogesiana; non più la voce roca e potente di John Garcia, ma quella melodiosa e indolente di Josh Homme.

La band di Homme abbandona il rock monolitico e pesante dei Kyuss per sviluppare un nuovo stile musicale trance-ipnotico, che Homme stesso definirà robotic rock, cioè basato sulla ripetizione martellante dei fraseggi di chitarra. I Queens of the Stone Age sono una geniale, mirabile sintesi di passato, presente e futuro, di rock anni ’60/’70 e rock futuribile: recuperano in chiave moderna il rock blues acido dei Blue Cheer, l’heavy metal dei Black Sabbath e il proto punk degli Stooges, mescolando il tutto con punk, hard, desert rock, pop e psichedelia.

L’avventura dei QOTSA inizia esattamente quando finisce quella dei Kyuss: a segnare questo passaggio è lo split Kyuss/Queens of the Stone Age, pubblicato nel 1997. Il disco contiene le ultime tre incisioni dei Kyuss registrate nello studio Rancho de la Luna a Joshua Tree, in California, e tre nuovi brani attribuiti ai Gamma Ray (nome poi abbandonato per l’omonimia con il gruppo power metal tedesco), progetto estemporaneo messo in piedi da Homme (cantante e chitarrista), insieme con Van Conner (bassista degli Screaming Trees) e Victor “The Stick” Indrizzo (batterista dei Masters of Reality).

8

Era Vulgaris

2007

Come nel quarto album, Lullabies to Paralyze, anche nel successivo Era Vulgaris non mancano gli ospiti illustri (Trent Reznor dei Nine Inch Nails, Julian Casablancas degli Strokes e l’immancabile Mark Lanegan), ma i 12 brani in scaletta non cambiano nella sostanza uno stile ormai assestato su coordinate abbastanza prevedibili. Prevale il formato canzone (unica incursione psych la coda strumentale di Suture Up Your Future) e in mezzo a momenti poco ispirati si salva ancora qualcosa: il singolo Sick, Sick, Sick, il rifacimento di Make It Wit Chu (dalle Desert Sessions vol. 9-10), la nirvaniana 3’s & 7’s. Non un brutto album, ma per certi aspetti è un disco interlocutorio e trascurabile, che delude non poco se lo si paragona alle vette artistiche raggiunte dai Kyuss e dai migliori QOTSA.

7

…Like Clockwork

2013

Da Lullabies to Parlayze in poi la musica dei QOTSA, pur non rinunciando a qualche occasionale bizzarria stilistica, avvia un processo di graduale “normalizzazione”: vengono meno la carica innovativa e la forza dirompente degli esordi e prevale il mestiere. Non che, nel seguito della loro carriera, abbiano realizzato brutti album, ma la formula della band, costruita sull’alternanza di brani energici e ballate intimiste dal retrogusto noir e dal mood cupo e oscuro, si ripete senza più i guizzi geniali dei primi album, muovendosi lungo coordinate più rassicuranti e meno folgoranti. In …Like Clockwork c’è una bella carrellata di ospiti di successo (Trent Reznor, Mark Lanegan e addirittura Elton John, la cui presenza è però abbastanza impercettibile, limitata solo a un intervento con voce e piano in Fairweather Friends), con il ritorno di Dave Grohl alla batteria in cinque brani (vi è pure la partecipazione di Nick Oliveri, alla voce in If I Had a Tail). Nel complesso è un lavoro artisticamente apprezzabile ma non proprio imprescindibile, con alcuni picchi degni di nota (If I Had a Tail e My God Is the Sun).

6

Villains

2017

Mentre …Like Clockwork può essere considerato l’album dark dei QOTSA per le sue atmosfere cupe, Villains è un lavoro più solare, immediato e diretto, con sonorità più ballabili e orecchiabili, che ricordano l’approccio fisico al rock’n’roll degli Eagles of Death Metal, progetto parallelo garage rock di Homme con Jesse Hughes. Nelle ritmiche frenetiche e nelle chitarre graffianti e scheletriche di The Way You Used to Do e Head Like a Haunted House riecheggia il rockabilly dei Cramps declinato in un boogie da dancefloor, in brani come Un-Reborn Again affiora una certa vena glam, che ricorda i T. Rex, influenza citata dallo stesso Homme. Il glorioso passato, pur aggiornato in un formato più fruibile, ritorna in The Evil Has Landed, uno dei vertici dell’album.

5

In Times New Roman…

2023

Messo a confronto con gli album precedenti (sono passati ben sei anni da Villains), In Times New Roman… ritorna al buon “vecchio” rock con un suono più ruvido e roccioso: non vi è rimasta più traccia dello stoner rock degli esordi, ma è comunque un disco solido, crudo, diretto e senza fronzoli, che punta molto all’impatto fisico, con brani impetuosi e dirompenti, dalle forti venature garage rock, blues e grunge, come Paper Machete, Negative Space, What the Peephole Say. Un disco ottimamente arrangiato e curato nei minimi dettagli, dotato di una potenza deflagrante, con riff granitici e abrasivi che ricordano i primi QOTSA e con qualche apertura ad atmosfere più cupe e oscure, che rimandano allo stile di Bowie (Carnavoyeur): niente a che vedere con l’approccio danzereccio e scanzonato di Villains. Homme (i QOTSA sono diventati la sua creatura personale) ha ritrovato la vena creativa di un tempo.

4

Lullabies to Paralyze

2005

Rotto il sodalizio tra Homme e Oliveri (allontanato dalla band per la sua condotta eccessiva), Lullabies to Paralyze afferma l’egemonia artistica di Homme, affiancato questa volta dal polistrumentista Troy Van Leeuwen (ex chitarrista degli A Perfect Circle) e da Joey Castillo (ex batterista di Danzig), con la partecipazione di ospiti eccellenti, come Mark Lanegan e Billy Gibbons degli ZZ Top. Il genio di Homme rimescola le carte, non seguendo una direzione precisa, ma assecondando le diverse spinte della sua multiforme personalità artistica e creando una sintesi tra i primi tre album. Il disco alterna momenti pacati, cantilene appena sussurrate (This Lullaby in apertura, cantata dall’ottimo Lanegan) a episodi più intensi e trascinanti: restano impressi soprattutto il tenebroso e catramoso blues di Burn the Witch, i poderosi incastri di chitarra, basso e batteria in Little Sister e l’imponente muro di suono alla Kyuss di Someone’s in the Wolf, uno dei vertici dell’album. Dunque, pregevolissimo album, ingiustamente bistrattato dalla critica, perché penalizzato dal confronto con l’acclamato Songs for the Deaf.

3

Rated R

2000

Il successo è alle porte e il gruppo viene ingaggiato da una sotto-etichetta della Universal (la Interscope) per un nuovo contratto. Col supporto in fase produttiva di Chris Goss e di una schiera di ospiti eccellenti (lo stesso Goss, Mark Lanegan, Barrett Martin, Pete Stahl, Rob Halford), i QOTSA con il loro secondo album rafforzano la propria vena melodica, mantenendo quello spirito di ricerca e sperimentazione che è proprio delle Desert Sessions, progetto musicale ideato da Homme, all’insegna dell’improvvisazione e della totale libertà espressiva. Homme mette di suo la capacità di costruire melodie sghembe e oblique, Nick Oliveri, che è l’anima più eccentrica e punk della band, una buona dose di sana follia. Il disco presenta una tale varietà di registri musicali che si resta storditi: dal punk/hard al pop, dal grunge alla psichedelia visionaria di Better Living through Chemistry, atto di accusa contro l’ipocrisia del governo americano, che da un lato vieta il consumo di marijuana, dall’altro consente l’uso su larga scala degli psicofarmaci.

2

Queens of the Stone Age

1998

Uno degli album fondamentali dello stoner rock, è il disco “desertico” per eccellenza dei QOTSA, il primo diamante grezzo della band, registrato a Palm Springs, nel deserto del sud della California, con una formazione a due: Josh Homme (chitarra e voce) e Alfredo Hernández (batteria), più un fantomatico Carlo (Von Sexron) nel ruolo di bassista, nient’altro che lo stesso Homme sotto pseudonimo. Nick Oliveri entrerà in pianta stabile nella band solo a disco ultimato, anche se appare nella foto del retrocopertina. Rispetto ai Kyuss cambiano i modelli di riferimento, non più solo Blue Cheer e Black Sabbath, ma anche gli Stooges, e la loro musica, in effetti, è un perfetto connubio tra i Blue Cheer e gli Stooges: la stampa specializzata parlerà, non a caso, di acid punk per descrivere il suono della band. In alcuni brani (su tutti Walkin’ on the Sidewalks, con i suoi fraseggi lisergici e ipnotici di chitarra, e la maestosa Mexicola) sono ancora presenti lo spirito e i riff dei Kyuss, in altri già si intravedono gli elementi caratteristici del loro stile: il cantato indolente di Homme e una spiccata propensione melodica, innestata su un solido e ipnotico impianto sonoro. Memorabile il riff stoogesiano di If Only, che richiama quello di I Wanna Be Your Dog. Album di una potenza e bellezza folgoranti, che mette in luce tutto il genio creativo di Homme, forma con R e Songs for the Deaf un trittico di dischi formidabili, che ridefiniscono le coordinate del rock del nuovo millennio.

1

Songs for the Deaf

2002

Con il terzo album, i QOTSA raggiungono un successo commerciale senza precedenti: è il primo disco di area stoner rock a conseguire una popolarità mai vista prima. Al nucleo della band, che ruota attorno a Josh Homme e Nick Oliveri, si uniscono l’ex cantante degli Screaming Trees, Mark Lanegan, alla voce e l’ex Nirvana e leader dei Foo Fighters, Dave Grohl, alla batteria, che definirà il disco il migliore su cui abbia mai suonato. Registrato, tra gli altri, dall’immancabile Chris Goss, Songs for the Deaf è a tutti gli effetti il capolavoro della band, un brillantissimo esempio di post-stoner, rappresentando l’apice e allo stesso tempo il superamento dello stoner. L’album contiene 14 brani autografi, uno più bello dell’altro, più una cover dei Kinks (Everybody’s Gonna Be Happy). I suoi punti di forza sono la batteria possente di Grohl e la voce roca e profonda di Lanegan. È un disco di heavy rock totale, un concentrato perfettamente calibrato di hard rock, blues, psichedelia, punk, grunge e pop da cui non si potrà prescindere.

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