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Tutti i dischi dei Krisma, dal peggiore al migliore

Dalla new wave di 'Chinese Restaurant' all'ultima delirante 'Opera Punk', dagli strumenti autocostruiti alla collaborazione con Hans Zimmer, un viaggio nel repertorio del duo che ha anticipato i tempi

I Krisma Christina Moser e Maurizio Arcieri nel 1980

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Con Christina Moser se ne va un’era e soprattutto se ne va una delle ultime rappresentanti di una ricerca artistica integerrima e fuori dagli schemi. I Krisma sono stati la crema della musica italiana all’estero, hanno influenzato avanguardie sonore, anticipato i tempi, osato dove gli altri stavano a guardare. Dal pop alla wave fino alle lande elettroniche più estreme, ci hanno traghettato nel futuro.

9“Emo Euro Emo” (2008)

Un album autoprodotto che sembra a tutti gli effetti una megaraccolta dei brani composti da Maurizio Arcieri con il software Rebirth durante gli anni Duemila. In quel periodo i due giravano la penisola portando in giro uno spettacolo per molti all’epoca – manco a dirlo – scandaloso. Nella prima parte Christina Moser cantava i brani del repertorio dei Krisma direttamente sulle basi, che il più delle volte erano direttamente prese dai dischi originali, con tanto di voce. Oggi una cosa del genere è la normalità tra i rapper, all’epoca era una vera e propria eresia. E ancora più estrema era la seconda parte del live, in cui Christina annunciava un vero e proprio acid roller coaster in cui Maurizio si sbizzarriva in una trance pesantissima che portava all’estremo il fuori tempo massimo del genere fino a farlo implodere. In quei momenti Christina abbandonava il canto per darsi alla danza e ovviamente le reazioni del pubblico erano di sgomento, perplessità, disagio. Tracce di questi esperimenti non tanto sull’elettronica pura quanto su quella tamarra (e quindi degna del mondo impasticcato dei nuovi cybercoatti) si celano anche nei commenti musicali di Sat Sat e Krisma TV, la geniale tele satellitare fondata dai due che anticipa la bulimia da informazioni di internet. Non c’è traccia del formato canzone, nonostante nel 2002 i nostri avessero collaborato con i Subsonica (per la hit Nuova ossessione) e addirittura con Battiato (nel 2004, co-scrivendo ben tre tracce di Dieci Stratagemmi) nonché pubblicato un singolo come Kara, in cui i due aggiornano il loro elettro pop ad uso dei teenager. Per questo motivo Emo Euro Emo può essere considerato come l’altra faccia dei Krisma, un nuovo corso che non rinuncia a frenesia techno e ad alcune melodie, ma che fa storia a sé e non è quantificabile nel repertorio ufficiale: è più una cosa studiata per una generazione attempata che alle balere del liscio preferiranno i rave. Anche qui, lungimiranti.

8“Opera Punk” (2008)

A breve distanza da Emo i Krisma pubblicano un altro disco autoprodotto, se vogliamo ancora più estremo del precedente. Stavolta trattasi di un delirio techno industrial gabber in cui non c’è speranza alcuna per le cellule cerebrali e Christina (che nel precedente disco appariva qui e lì con voce contraffatta) è campionata in brevi frammenti sparati a razzo tra la cassa dritta. C’è spazio anche per una revisione del classico Miami da Clandestine Anticipation, giustamente considerato un brano apripista di quelli che sono i generi di punta degli anni Duemila (IDM al primo posto). Rappresenta uno dei più efferati dietrofront da qualsiasi tipo di canzone “tradizionale” e per questo motivo l’album può essere considerato essenzialmente come il loro Metal Machine Music che meriterebbe un’analisi a parte, piazzato al di sopra del bello e del brutto.

7“Iceberg” (1986)

Fra tutti gli album dei Krisma, Iceberg è forse quello meno innovativo, ragion per cui è al terzultimo posto in classifica. Nel 1986 i campionatori e i nuovi sintetizzatori digitali erano un must per chiunque volesse essere all avanguardia e questo fa in modo che il duo – che di queste diavolerie fa largamente uso nel disco – si trovi contemporaneo a molti colleghi del periodo, mentre prima i Krisma erano “avanti”. Ovvio, il disco è pieno di brani che molta elettronica HD o vapor di oggi potrebbe saccheggiare (pensiamo alla suadente Skyline) e da questo punto di vista rimane in una specie di limbo hauntology che ne garantisce la qualità indiscussa. Ma senza dubbio – a livello di impatto iconoclasta – il duo è in una comfort zone che sa quasi di voluto autocompiacimento. Di interessante c’è la sperimentazione col MIDI, usato al massimo delle sue possibilità e soprattutto in maniera cervellotica; da questo punto di vista è uno dei primi esempi di stato dell’arte della programmazione di questo linguaggio tra macchine. Altro aspetto fondamentale è il fatto che sia il primo loro disco prodotto interamente in Italia, con alla regia Claudio Dentes. Forse, e diciamo forse, uno dei motivi che porteranno al declino – solo discografico per fortuna – del duo è proprio quello di essere tornati in Italia, patria nella quale nessuno è profeta.

6“Non ho denaro” (1989)

Non ho denaro è sempre stato visto dalla critica come il peggior disco del duo e il motivo principale è che si tratta di un album uscito senza il permesso della band, con una copertina non approvata, un titolo dato di peso dall’etichetta discografica e composto da registrazioni che ancora dovevano essere completate. Insomma, sulla carta un disastro che la stessa Christina preferiva dimenticare. Paradossalmente però, ascoltandolo oggi, si trova un coraggio senza eguali: si adotta un minimalismo sonoro ultradigitale che sembra davvero proto accelerazionista e preveggente sull’arrivo della PC Music. Anche nei testi si toccano temi all’epoca fantascientifici, come il sexting (e niente WhatsApp o sms, siamo ancora nel 1989). In La spesa si elencano semplicemente i prodotti da comprare, in un impeto di realismo capitalista. Altro aspetto fondamentale è un mix di influenze che va dalla new age rivista in chiave weirdo al lo-fi hip hop ed altri mischioni di generi all’epoca impossibili da mettere insieme e chiaramente anticipatori dell’elettronica skip-attention degli anni Duemila. Fondamentale è il fatto che sia il primo disco interamente cantato in italiano dal duo e che sia uscito per la Bollicine con padrino Vasco Rossi. Altrettanto notevole è che nonostante si dica che non sia mai andato realmente in stampa, oggi ci troviamo in rete il disco in una versione perfetta, cristallina, rippata evidentemente da copie fisiche. All’epoca, quando facevo il ragazzo di bottega in un negozio di dischi di provincia, vidi con i miei occhi due copie del disco, una in cassetta e una in vinile, segno che fu ritirato immediatamente dopo una ristretta distribuzione entrando però nella leggenda.

5“Cathode Mamma” (1980)

L’importanza di Cathode Mamma sta nell’aver dimostrato il potenziale commerciale dei Krisma (che forse proprio per entrare nell’era dei computer modificano il nome Chrisma con una vistosa K) anche quando essi non fanno altro che allontanarsi dai facili consensi. Un disco suonato con evidente divertimento, con una euforia che è già proiettata a metà ’80, nella Milano da bere, nella dance elettronica al sapore techno pop, in cui moda e arte visiva sono ispirazioni centrali (l’omaggio di Peggy Guggenheim che è poi una cover inquietante di uno stesso loro brano, Hibernated Nazi, contenuto nel precedente album Hibernation). L’approccio iconoclasta è comunque presente nel disco: basti solo pensare che invece della chitarra ci sono due bassi, contornati da sintetizzatori smanettati da Hans Zimmer, che ancora non bazzicava notti degli Oscar. È indubbio che i Krisma hanno anticipato lo sdoganamento commerciale del techno pop, che dopo di loro diventerà prassi. È uno dei motivi per cui, ascoltandolo ora, Cathode sembra quasi telefonato. All’epoca invece, soprattutto per il concept concentrato sull’era della visione e della televisione, era assolutamente pioneristico. La cosa clamorosa è che il singolo Many Kisses (surreale descrizione di un loro viaggio nell’Albania ultracomunista) diventerà un tormentone commerciale e le loro apparizioni dadaiste nella tv generalista improvvisamente daranno loro fama nazionalpopolare: uno dei pochi casi in cui concept artistico e realtà collimano senza contraddizioni.

4“Fido” (1983)

Detto anche Nothing to Do with the Dog, il disco rappresenta la fase americana del duo, che ovviamente è più rispettato negli Stati Uniti che in patria. Firmano per l’Atlantic, si circondano di collaboratori di eccezione orbitanti nelle avanguardie newyorkesi come Arto Lindsay, e soprattutto portano avanti la loro sperimentazione sonora inventandosi una macchina nuova di zecca: il Krismino, un sequencer autocostruito. Leggenda vuole che questo apparecchio venga sequestrato alla dogana nel momento di approdare negli Stati Uniti, ragion per cui Arcieri riprende il progetto con l’aiuto del tecnico Eddie Ciletti elaborando uno dei primi circuit bending della discografia tutta. Modificando una Casiotone, ottengono suoni separati e la possibilità timbrica di un synth che appare gigantesco, quando è invece poco più di un giocattolo. Ufficialmente potremmo dire che la Micromusic come scienza applicata è nata da questo disco. Che riserva infatti delle suggestioni micidiali, soprattutto negli esperimenti ritmici, ipnotici e minimalisti davvero formidabili (l’incespicante Carefully, ad esempio). Un disco non per tutti, ma che già parla al superamento del concetto di studio per un elettronica DIY da garage che è la prassi ai giorni nostri.

3“Chinese Restaurant” (1977)

L’esordio dei Chrisma è un dirompente esempio di verginità artistica. Arcieri butta alle ortiche il suo passato col gruppo beat New Dada, dà fuoco alle scorie progressive e soprattutto taglia i ponti con gli stessi precedenti dei Chrisma, che col singolo Amore si erano fondati su basi sexy sound, come poteva definirsi una branca del lounge piuttosto erotica. In Chinese non v’è nulla di tutto questo: l’estetica è fatta di pelle nera, androginia, spille da balia conficcate nelle guance. I due sono in Inghilterra e vivono il punk in diretta, ma solo nell’attitudine possiamo chiamarli in questo modo. La musica infatti è già oltre, è post punk a tutti gli effetti grazie soprattutto alla produzione di un non accreditato Vangelis che mette l’oppio dei suoi synth in tutta l’opera, mentre il fratello si occupa di ritmiche marziali e assassine al limite del kraut rock. Forse solo i Throbbing Gristle possono essere il termine di paragone di tanta lungimiranza e Chinese Restaurant farà proseliti proprio tra le frange alternative inglesi, facendone un disco davanti al quale si possono tranquillamente inchinare i nomi più altisonanti della wave d’oltremanica. D’altronde qui Christina Moser sembra cantare come se fosse un membro giunonico dei Suicide, non si scherza.

2“Hibernation” (1978)

Se Chinese Restaurant sembra già un capolavoro, ecco che due anni dopo arriva questo maglio perforante che supera il debutto: Hibernation è un qualcosa di sublime, allucinato, spaziale, folle, drammatico, anfetaminico, in altre parole una roba da stato di grazia. Qui si tocca con un dito il cyber rock prima dell’avvento dei Sigue Sigue Sputnik, si sperimenta con la scrittura fatta di riff circolari, a loop, si superano a sinistra i primi Human League ma si è anche in una zona noise rock mai troppo sottolineata (l’incipit straziante e decerebrato di Calling, con quelle chitarre dirette nel mixer e quei synth stortissimi, non lascia dubbi). I testi, scritti in collaborazione con Julie Scott sono incubi metropolitani: in Vetra Platz c’è lo spettro di Christine F. e della droga trapiantato a Milano, in Hibernated Nazi l’inquietante visione di un ritorno autoritario sotto forma di droidi senza anima. E poi, la cavalcata proto electroclash di Gott Gott Elektron, la nenia ipnotica quasi post rock di Rush 79, la ballata Aurora B, cantata da una soave Christina, dalla quale verrà tratto un video che farà scandalo, con i due intenti ad atti sessuali e a simulazioni di suicidio. Insomma non roba per educande. Hibernation è il suono dell’alienazione e del disagio eterno e cosmico, che vale per tutte le ere terrestri ed extraterrestri.

1“Clandestine Anticipation” (1982)

Il titolo di disco più bello e importante dei Krisma va assolutamente a questa colossale opera. Nell’82, forti del successo commerciale di Cahtode Mamma, i due hanno via libera per sfornare un nuovo disco e sfruttando il potere economico acquisito registrano un album che come potevasi prevedere non sarà accondiscendente col mercato. La CGD li sostiene, li lascia fare, si fida della loro capacità di captare il gradimento del pubblico. E in effetti i gusti intercettati sono sì quelli dei giovani, ma dei giovani degli anni Duemila. Appena si mette il disco sul piatto ti esplode nelle orecchie Miami, un pezzo che ti prende a schiaffi con le sue sbarattolate, con questi suoni che praticamente si inventano gli Autechre, conditi da synth sgommanti, filtri assassini e megabassi pulsanti. Sembra veramente un pezzo uscito dal catalogo Warp e invece siamo nel 1982. Tutti i pezzi sono grandiosi e suonano come se una macchina del tempo avesse portato i Krisma nell’era dell’elettronica prodotta coi software dei portatili per raccontarlo agli anni ’80. Christina è partcolarmente ispirata nella scrittura dei testi, il cui concetto centrale è l’elemento acqua, ma c’è spazio anche per la politica, non direttamente connessa col discorso ecologista che pervade l’album. Un pezzo come Silly Europeans, contro il colonialismo culturale del vecchio continente, parla chiaro.

Ad ogni modo, nonostante i soldi impiegati per promuoverne i frutti, tanta sperimentazione e secchiate di avanguardia non troveranno il successo delle masse. Disco troppo ostico e troppo avanti per i suoi tempi, Clandestine sarà invece di ispirazione per tutta una serie di muscisti elettronici degli anni Duemila, sia all’estero che in Italia (i Bluvertigo di Zero sanno chi ringraziare), diventando a tutti gli effetti il disco meno incline al compromesso e più attuale del loro catalogo. Che in fondo, guardandolo nel complesso, sembra registrato oggi: long live Krisma.