Tutti i dischi degli Arctic Monkeys, dal peggiore al migliore | Rolling Stone Italia
Dal van alla Luna

Tutti i dischi degli Arctic Monkeys, dal peggiore al migliore

Meglio le opere giovanili o quelle mature? L’album prodotto da Josh Homme o ‘AM’? Per stilare la classifica dei lavori di una band tanto eclettica ci siamo chiesti per ogni disco: quanti pezzi forti contiene?

Tutti i dischi degli Arctic Monkeys, dal peggiore al migliore

Arctic Monkeys

Foto: Zackery Michael

Quattro tizi originari di Sheffield che fanno musica. Per quanto banale è questa l’unica certezza sugli Arctic Monkeys perché per il resto i cambiamenti da una fase all’altra della loro carriera sono stati tanti e tali che riconoscere un’identità precisa nella band è un’impresa impossibile. Potremmo dire che Alex Turner e soci fanno un indie teen rock scanzonato e fracassone, tutto batteria martellante e riff di chitarra (ascellare). Sarebbe altrettanto corretto dire che sono gli autori di dischi decadenti e sinuosi suonati con completi vintage o di eleganti colonne sonore per le sale di immaginari hotel interplanetari. Ugualmente, hanno inanellato brani con un sound pesante, cupo, fittissimo di parole e di animali pericolosi e sperimentato un surf rock di chitarre acide e arroganti dalle tinte psichedeliche.

Una certa coerenza però, negli oltre 15 anni di attività del gruppo, c’è ed è possibile individuare almeno quattro fasi nel loro percorso: la prima, sotto la stella degli Strokes, include l’album di debutto Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not e il successivo Favourite Worst Nightmare; la seconda annovera Humbug, con il frontman dei Queens of the Stone Age Josh Homme alla produzione, e Suck It and See; la terza, che segna poi anche il più significativo successo commerciale della band, possiamo identificarla con AM, un vero e proprio spartiacque nella carriera della formazione; l’ultima, infine, con un’inaspettata svolta lounge, raccoglie Tranquility Base Hotel & Casino e quella che, a oggi, è l’ultima fatica del gruppo, The Car.

In una classifica dedicata al repertorio di una band di inguaribili trasformisti mettete quindi da parte l’idea che album migliore possa essere sinonimo di album più rappresentativo. Per la formazione britannica è secondario essere riconoscibili, quelle sono faccende da umani, non da Scimmie Artiche. Nel corso delle loro evoluzioni molti fan li hanno persi per strada ma molti altri – parlano le classifiche e i tour mondiali – li hanno avvicinati proprio grazie alle nuove intuizioni artistiche e alla capacità di non diventare mai prevedibili. Cosa ne sia venuto fuori proveremo a ripercorrerlo attraverso l’intera discografia della band seguendo per ogni album – proprio perché non è banale paragonare lavori così diversi tra loro – il più semplice dei criteri: quante canzoni valide ci sono in questo disco?

7

Suck It and See

2011

Con Suck it and See la brillantina compare per la prima volta sul ciuffo di Turner e nell’estetica della band, insieme a un primo accenno di look vintage. Sempre per la prima volta fa capolino anche l’espressione altezzosa che il leader del gruppo, non certo tra i più affabili della storia del rock, non abbandonerà mai più, lontana anni luce dall’attitude scanzonata degli esordi. Dopo la parentesi con Josh Homme torna al timone della produzione James Ford, collaboratore di lunga data della band presente in tutti gli album a eccezione del primo. Registrato ai Sound City Studios di Los Angeles, è un disco rock potente, con un suono corposo, più luminoso rispetto al precedente Humbug. Gli Arctic Monkeys continuano a spiazzare i fan con un lavoro che non somiglia a nessuno dei precedenti, esplorando atmosfere psichedeliche, talvolta vicine al glam e al surf rock, e forse è questo il merito più grande della quarta fatica del gruppo: aver mostrato alla formazione britannica le infinite possibilità a disposizione di una giovane band. Per trasformarle in canzoni memorabili non è questo il momento, ma solo due anni dopo arriverà AM a far germogliare tutti i semi piantati con Suck it and See, che risulta invece poco incisivo, privo di sale, un tentativo non portato del tutto a termine. Un album di transizione, diremmo, se il gruppo non ci avesse abituati a una transizione continua da un sound a un altro. Non è un brutto disco, ma è il meno bello. L’antipasto a cui non fa seguito il resto del menu. Ma non alzatevi da tavola perché due anni passano in fretta.

6

Tranquillity Base Hotel + Casino

2018

È il primo e al momento unico vero e proprio concept album della band. Dopo il successo del precedente AM la formazione sterza in tutt’altra direzione e per la prima volta propone qualcosa di non solo diverso, ma lontano anni luce dalle sue corde, dopo cinque anni di blocco creativo. Turner ha raccontato che a restituirgli l’ispirazione perduta è stata la visione del film di Fellini: il cantautore molla la chitarra e si lascia ispirare dalle melodie di un pianoforte Vertegrand. La mente viaggia in un immaginario lussuoso hotel e casinò sulla Luna impregnato di atmosfere cinematografiche e di fantascienza. I riferimenti sonori guardano agli anni ’80: rispetto ai lavori precedenti gli Arctic Monkeys sono irriconoscibili e nel cantato di Turner spunta persino il falsetto, tra sprazzi di French pop e jazz. I brani sembrano intesi a far parte di un insieme ed è forse per questo che scivolano via come fosse musica pensata per accompagnare immagini e storie e non per essere ascoltata fuori contesto. Presi singolarmente i brani – con un paio di eccezioni, su tutte il singolo Four Out of Five – sono poco memorabili ma nell’insieme questa matta fantasia retrofuturista funziona ed è anche quella che fa drizzare le orecchie a chi aveva dato per assodato che i quattro di Sheffield fossero una band chiassosa e schitarrona.

5

Humbug

2009

A questo punto della loro carriera gli Arctic Monkeys hanno all’attivo un esordio fulminante e un secondo disco che si inserisce perfettamente nel solco del primo. Hanno tra i 23 e i 24 anni e sono perfettamente consapevoli che il pubblico si aspetti da loro qualcosa di grande. Per fronteggiarlo il quartetto assolda Josh Homme, frontman dei Queens of the Stone Age, alla produzione e vola a registrare nel californiano Rancho De La Luna mentre le parti curate dal collaboratore di sempre James Ford vengono incise dall’altra parte degli States, a New York. È la prima volta che il gruppo sceglie degli studi fuori dalla sua Gran Bretagna: sono cambiate le esigenze, il budget e le aspirazioni. Sarà forse anche per questo che Turner, Jamie Cook, Matt Helders e Nick O’Malley decidono di provare qualcosa di nuovo anche nei suoni. Appare ridondante sottolinearlo dopo aver già parlato di dischi come Suck It and See e Tranquillity Base Hotel + Casino, ma temporalmente è di Humbug il primato di aver esplorato un terreno così poco familiare. Con quello che è il disco più polarizzante della band, odiatissimo o amatissimo, gli Arctic dimostrano di poterselo permettere. Come fratelli minori che imitano il maggiore, anche loro iniziano a indossare stilose giacche di pelle tipiche del look di Homme. Per la prima volta la band sembra prestare attenzione all’outfit. E con il chiodo nero emerge anche, a partire da My Propeller, l’anima heavy metal del gruppo e in particolare l’influenza dei Black Sabbath. I colori dei sogni giocosi e deliranti di Favourite Worst Nightmare si stingono del tutto per lasciare spazio all’oscurità. Piaccia o meno, gli Arctic Monkeys non sono più dei ragazzini.

4

The Car

2022

 

Un album basato sui vuoti, dove la metà vuota del bicchiere conta quanto quella piena. È la stessa band a raccontarlo, spiegando come la foga di suonare continuamente dei primi lavori abbia lasciato il posto a una concezione della musica più ampia, pensata come uno spazio dove l’aria conta quanto la materia. Gli Arctic sono ormai una band matura e con Tranquillity Base Hotel + Casino hanno abbattuto ogni barriera tra stili musicali. Che suonino Brit pop scatenato o space pop languido, hanno dimostrato di essere comunque credibili. Per quanto simile al precedente nei suoni, l’album contiene brani che funzionano anche singolarmente, con più picchi di qualità e un’asticella più alta anche per i pezzi minori. Canzoni come There’d Better Be a Mirrorball, Sculptures of Anything Goes o Body Paint restano tra le più significative e originali del repertorio della band. Anche se meno accessibili e immediate rispetto ai singoloni di AM sono tracce in cui torna a spiccare la melodia, grande assente dell’album precedente. The Car ha l’enigmaticità eterea della fase adulta della band ma anche la concretezza dei brani degli esordi. Profondo e ben calibrato, non è certo un album su cui scatenarsi ai concerti ma potrebbe benissimo essere il disco da consigliare a chi muove i primi passi nell’ascolto della band, magari da abbinare ad album come Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not o AM, per mostrare i due profili migliori, come si suol dire, delle Scimmie Artiche.

3

Favourite Worst Nightmare

2007

Se Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not non fosse mai uscito, questo album ci sarebbe sembrato molto più valido. Eclissato dall’ombra del precedente, gli è toccata la parte del secondo capitolo, ma meno immediato, incisivo e lo-fi dell’album d’esordio. Devono averlo percepito, nonostante il successo di pubblico e critica, i quattro di Sheffield, che nel disco successivo hanno messo in atto la prima delle drastiche svolte di una carriera camaleontica. Tutti i brani, da Teddy Picker a Fluorescent Adolescent, da Brianstorm a Balaclava, sono di ottima fattura, con una maggiore attenzione a produzione e arrangiamenti. Per la band, che vede Nick O’Malley prendere il posto di Andy Nicholson, presente solo nel debutto, al basso, è la prima prova da superare per dimostrare resistenza sulla lunga distanza. Se con l’album d’esordio gli Arctic sembravano quattro scappati di casa ora i ragazzi sono “studiati”, hanno imparato che un album ha bisogno di essere prodotto e non solo suonato. La band è ancora in tuta e Turner e Cook suonano ancora con la chitarra sotto l’ascella mentre nell’indie e punk rock spopolano i frontman con la chitarra inguinale, ma nelle menti dei quattro già ribolle la voglia di novità. E se il peggior incubo preferito degli Arctic Monkeys fosse la paura di rimanere ingabbiati in un’identità definita e definitiva?

2

AM

2013

È il primo cambio di stile a cinque stelle della formazione che attinge a piene mani a tutte le sue influenze sintetizzandone i lasciti con un disco completo e più che mai ispirato. Ci sono il rap, il soul, David Bowie – la band ha ascoltato molto The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars durante la composizione del disco – e il blues (dei Groundhogs, ma non solo). Con AM gli Arctic ritrovano l’energia e l’ispirazione degli esordi aprendosi al contempo a un pop oscuro e sensuale, raffinando timbro e liriche. La freschezza di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not si fonde con la maturità degli anni passati e dell’esperienza che arriva (anche) dagli errori. Costruito su una solidissima sezione ritmica, l’album è potente e profondo come solo basso e batteria possono essere, tanto graffiante nel sound quanto misterioso e ombroso. La prima quartina dell’album è assolutamente perfetta. Più scarica, invece, la seconda metà, dove però spiccano brani come Why’d You Only Call Me When You’re High? e I Wanna Be Yours. Dal dancefloor dei club dell’esordio si passa a hotel e pub dove i drammi amorosi vengono annaffiati da più e più drink tra telefonate poco sobrie e pentimenti. Basta poco, alla fine. Se oggi gli Arctic Monkeys sono considerati tra le più grandi rock band viventi è grazie ad AM.

1

Whatever People Say I Am, Thats What Im Not

2006

Quando è uscito l’album le canzoni degli allora sconosciuti Arctic Monkeys giravano già in rete visto che da qualche tempo la band aveva l’abitudine di regalare ai fan demo delle canzoni durante i concerti. Forse anche questo ha contribuito, al momento della sua pubblicazione, a far schizzare l’album in cima alla classifiche di vendita aggiudicandosi il primato del disco di debutto venduto più velocemente nella storia della musica britannica, piazzando oltre 360 mila copie nella prima settimana. Acerbo e irruento, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not è un concentrato di adrenalina pura che descrive senza fronzoli la realtà vicina alla band, dai club, alle cotte non corrisposte, ai quartieri della prostituzione. Essenziale anche a livello di suono: se lo avessero registrato in presa diretta forse non sarebbe cambiato molto. Al frastuono trascinante si alternano momenti tra i più dolci e delicati della discografia del gruppo: brani come Mardy Bum o come l’apertura e la chiusa di When the Sun Goes Down non li troveremo mai più negli album degli Arctic. Resta un unicum assoluto anche un pezzo come Riot Van dove Turner riesce a raccontare un violento controllo della polizia ai danni di un gruppo di ragazzi come se stesse sussurrando una canzone d’amore. Ma il pregio più grande è che ogni singola canzone del disco potrebbe diventare un singolo, niente è secondario, niente annoia senza lasciare il segno, da hit come I Bet You Look Good on the Dancefloor a brani secondari come From the Ritz to the Rubble. Se dunque il criterio che guida questa classifica è la quantità di pezzi validi Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not vince. Avremmo dovuto capirlo già dal titolo dell’esordio che la band si sarebbe poi trasformata infinite volte. Raggiungendo traguardi notevoli, certo, ma quel primo album…

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