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Tutti gli album dell’Alan Parsons Project, dal peggiore al migliore

Il fonico di 'The Dark Side of the Moon' ha prodotto con Eric Woolfson grandi concept e dischetti minori. Le loro opere sono la porta d'ingresso pop al progressive. Eccole, in ordine inverso di importanza

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Per ascoltare prog ci vogliono costanza, determinazione, attenzione, voglia di seguire i ripetuti cambi di tempo e atmosfera, entrare in testi complessi. Insomma, bisogna mettersi un po’ in gioco. Ci sono però artisti che hanno fornito la via per addentrarsi nel prog in maniera graduale. Quelli che lo hanno fatto meglio sono i tipi dell’Alan Parsons Project. Il gruppo si è fatto carico di ammaliare coloro che dal rock pretendono qualche stimolo in più, ma allo stesso tempo non sono pronti ad affrontare il prog duro e puro. Chi si accorgeva di gradire certe istanze si è poi lanciato ad approfondirle. A me ad esempio è successo così. Da ragazzino trovato i capisaldi del prog un po’ troppo ardui per le mie giovani orecchie, per fortuna è entrato in campo l’amore per il Project che ha fatto sì che mi potessi addentrare con gradualità in quel mondo.

L’Alan Parsons Project ha lasciato un segno bello profondo nel panorama discografico. Dalla seconda metà degli anni ’70 e per tutti gli ’80 gli album del gruppo hanno spesso toccato i piani altissimi delle classifiche e hanno reso il Project un culto con milioni di appassionati. Un culto un po’ misterioso: chi era infatti questo Alan Parsons, che non cantava, non suonava, né si sapeva che faccia avesse? Dalle copertine si capiva che il suo ruolo era soprattutto quello di registrare, produrre, creare il suono. Cosa un po’ strana, di solito il detentore del marchio sono il cantante o il principale compositore Alan no, se ne stava rintanato dietro il mixer e creava spettacolari mondi sonori. Chiedetelo ai Beatles di Abbey Road o ai Pink Floyd di The Dark Side of The Moon quanto Parsons sia stato importante per far sì che certi dischi entrassero nel mito, non solo per musica che vi era contenuta, ma per il modo in cui questa musica era stata registrata. Alan ha creato una vera e propria arte della registrazione e dell’ascolto, non per niente il best seller dei Pink Floyd è indicato ancora, a quasi 50 anni dalla sua pubblicazione, come il disco perfetto per testare gli impianti hi-fi.

Succede però che a un certo punto ad Alan venga voglia di mettere su un progetto tutto suo. Un progetto badate bene, non un gruppo. Una sorta di laboratorio nel quale comporre e registrare canzoni che poi possano essere affidate a vari musicisti e interpreti in maniera libera, a seconda della bisogna. A questo punto serve chi si occupi di comporre. Da lì a poco salta fuori Eric Woolfson, avvocato con la spiccata passione per la musica che fino a quel momento si è occupato di Parsons in veste di manager. Eric scrive canzoni bellissime ed è dotato di una voce delicata e ammaliante (che però inizierà a fare sentire solo dal 1980 in avanti). Da lì a poco l’idea si concretizza e i due si mettono insieme sotto il marchio di Alan Parsons Project, nome che lascia la ribalta al tecnico del suono ma che di fatto appartiene in tutto e per tutto ai due.

I dischi del Project hanno diverse caratteristiche peculiari: sono tutti concept basati ogni volta su un argomento specifico; mettono in campo una schiera di ottimi session man tra cantanti e musicisti (la lista sarebbe lunghissima, i più assidui sono il chitarrista Ian Bairnson, il direttore d’orchestra Andrew Powell e i cantanti Colin Blunstone, ex Zombies, Lenny Zakatek e Chris Rainbow); hanno copertine floydiane, non per niente sono realizzate dal mitico studio Hipgnosis.

L’idea si rivela da subito vincente. Dal secondo album in avanti i dischi di platino fioccano e si arriverà al top con Eye in the Sky. Il tutto con una gustosa miscela di pop-rock dalle tinte progressive, spesso di chiara derivazione (ancora una volta) pinkfloydiana. Non è raro inoltre il dispiegamento di un apparato elettronico degno dei grandi maestri del krautrock tedesco (Kraftwerk su tutti). Dal 1975 al 1982 l’Alan Parsons Project tira una serie di album colmi di canzoni e di pezzi strumentali di grande pregio a livello di melodie e arrangiamenti, cantate e suonate da veri fuoriclasse, sempre con quel velo di conturbante mistero che ammanta i concept.

Da metà anni ’80 però la macchina si rompe, i dischi si fanno sempre meno avventurosi e la formula diventa ripetitiva. Le tensioni tra i due leader si fanno insormontabili e lo scioglimento sarà inevitabile. Gli anni recenti porteranno nuovi lavori di Parsons con una sua idea rinnovata di Project e la scomparsa di Eric Woolfson, la cui bravura come compositore non è mai stata messa sufficientemente in luce. Lo facciamo noi piazzando in ordine di bellezza i dischi che hanno visto i due talenti unire le loro forze: da quello che si sarebbe potuto evitare a quello che dovete assolutamente conoscere per scoprire la via progressiva al pop.

12“The Sicilian Defence” (2014)

L’album più particolare dell’Alan Parsons Project, realizzato originariamente nel 1979 (e tenuto nascosto nei cassetti per quasi 40 anni) solo per pungolare l’Arista Records al fine di ottenere un migliore contratto. Cosa che poi successe effettivamente. Per l’occasione Parsons e Woolfson tirano fuori un progetto del tutto inconcludente: completamente strumentale, senza ospiti e con un’alternanza di brani pianistici e altri elettro-futuribili a là Kraftwerk. Una curiosità, peccato che mediamente i pezzi non siano nulla di che.

11“Freudiana” (1990)

È ufficialmente accreditato a Eric Woolfson, ma è a tutti gli effetti un disco marchiato Alan Parsons Project. Ispirato, come si evince dal titolo, dagli scritti e dalle vicende esistenziali di Sigmund Freud, il doppio album ha uno svolgimento da musical, con una pletora di ospiti canori (da Leo Sayer al gruppo vocale The Flying Pickets passando per Kiki Dee e John Miles), ma anche una certa ripetitività nei brani che, pur rispettando le classiche sonorità del progetto, mancano spesso di mordente.

10“Stereotomy” (1985)

Un disco algido e digitale che comincia bene (la title track) e poi si perde tra canzoni scialbe. Si salvano Light of the World, la strumentale Urbania e Limelight, interpretata magistralmente da Gary Brooker (Procol Harum) e destinata a diventare, dopo Eye in the Sky, la canzone più famosa del Project. Peccato per gli arrangiamenti eccessivamente plasticosi. Il concept stavolta si sofferma su ciò che influisce sull’esistenza: alcol, sesso, fama… Il titolo del disco è ispirato al racconto di Edgar Allan Poe I delitti della Rue Morgue.

9“Vulture Culture” (1984)

Con Vulture Culture si comincia a pensare che Alan Parsons stia continuando a ripetere sempre gli stessi schemi. La sensazione di poca ispirazione si fa infatti viva in un album che offre nient’altro che un buon soft rock melodico ben prodotto senza alcuna traccia “progressiva”. Si segnalano giusto Let’s Talk About Me e Days Are Numbers. Il meglio fortunatamente arriva con la finale The Same Old Sun, dotata della migliore forza compositiva di Eric Woolfson e di una bellissima orchestrazione.

8“Eve” (1979)

Pubblicato durante la golden age dell’Alan Parsons Project, Eve appare l’anello più debole di una catena che mette insieme una serie di lavori d’alta classe. Riesce comunque a essere piacevole e leggero, a cominciare da Lucifer, che è un ottimo strumentale, per arrivare agli arrangiamenti orchestrali di Secret Garden. Da segnalare la presenza di un paio di voci femminili (esperimento mai più ripetuto da Parsons e Woolfson), in particolare quella di Clare Torry, famosa per avere interpretato The Great Gig in the Sky. Il concept è legato al tema della femminilità, anche in relazione con una certa rivalità rispetto all’uomo.

7“Ammonia Avenue” (1983)

Pubblicato dopo il botto di Eye in the Sky, questo concept sull’inquinamento sembra un poco il suo gemello meno riuscito. Sia chiaro, è un disco elegante e dotato di ottime melodie, ma qua e là comincia a intravedersi un po’ di stanchezza, con l’afflato più avventuroso dei dischi precedenti che pare stia svanendo. Detto ciò le strumentali Prime Time e Pipeline e gli accattivanti singoli Don’t Answer Me e You Don’t Believe non sono niente male. Se però volete ascoltare un gran pezzo dovete attendere la title track, quasi sette minuti in cui torna finalmente fuori la vecchia classe.

6“Gaudi” (1987)

Quando sembrava che il Project si stesse avviando verso un mesto tramonto, ecco la zampata. Un disco pieno zeppo di incanti progressivi e di canzoni finalmente dotate del giusto graffio. Ispirato, come si evince dal titolo, dal famoso architetto-artista catalano, Gaudi ha il suo magnifico punto di forza nel brano di apertura: La Sagrada Familia, nove minuti condotti dalla voce di John Miles che paiono realmente trasportare l’ascoltatore a esplorare gli anfratti della celebre cattedrale.

5“The Turn of a Friendly Card” (1980)

Ispirato al tema della ludopatia (vedi copertina con vetrata di chiesa che in realtà è una carta da gioco) il quinto album dell’Alan Parsons Project è una meravigliosa girandola di grandi canzoni. May Be a Price to Pay sa essere rock in maniera convincente e non banale, Time è una ballatona commovente e Games People Play è intensa e giocosa. Ma il meglio arriva nella seconda facciata, con lo strumentale-brivido di The Gold Bug e i 16 gloriosi minuti della title track suddivisa in cinque sezioni che spaziano dall’hard rock al medieval folk. Attenzione al finale, è un vero sogno prog.

4“Tales of Mystery and Imagination” (1976)

Il debutto del Project che da subito mette in mostra idee forti. Il mondo orrorifico di Edgar Allan Poe offre il concept a un disco oscuro e inquietante, con tanto di narrazione a cura di Orson Welles (ma solo nell’edizione remix del 1987). Dentro c’è il primo di molti strumentali destinati a fare scuola (A Dream Within a Dream), bordate hard a cura di Arthur Brown (The Tell-Tale Heart), un paio di soffici ballate e soprattutto la suite orchestrale The Fall of the House of Usher, perfetta rappresentazione musicale del racconto di Poe, un labirinto emozionale tra le stanze dell’arcana dimora.

3“Eye in the Sky” (1982)

Il top commerciale di Parsons e Woolfson, il disco (basato sul concetto di controllo, come nel Grande fratello di Orwell) destinato a lasciare traccia non solo nelle classifiche, ma nel cuore di moltissimi. Con la solita alternanza tra cantati e strumentali destinati a diventare classici: la magia psichedelica di Sirius, il tormentone raffinato della title track, la sospensione stellare di Gemini, il prog ultrasinfonico di Silence and I, l’omaggio ai Floyd di Mammagamma e Old and Wise, un commiato tra i più struggenti.

2“Pyramid” (1978)

Il mistero delle piramidi d’Egitto fa da collante al terzo album del Project nel quale l’atmosfera si fa più pinkfloydiana che mai, a cominciare dalla copertina che fa chiaro riferimento a The Dark Side of the Moon. Il disco torna al mood oscuro del primo album, specie negli strumentali Voyager e In the Lap of the Gods. Poi abbiamo una Hyper-Gamma-Spaces che ci fa capire cosa sarebbe successo se i Pink Floyd e i Kraftwerk avessero unito le forze e infine due prog-canzoni di bellezza stratosferica: The Eagle Will Rise Again e Shadow of a Lonely Man.

1“I Robot” (1977)

La vetta artistica dell’Alan Parsons Project arriva con il secondo album, ispirato agli scritti di Isaac Asimov e al soverchiante potere della tecnologia. Pubblicato in contemporanea con Star Wars e Incontri ravvicinati del terzo tipo, solletica l’immaginario degli ascoltatori più appassionati di fantascienza arrivando subito ai piani alti delle classifiche e lanciando il Project nell’olimpo delle star. Superate le intense Some Other Time e Don’t Let It Show, è sulla seconda facciata che avviene il miracolo: una suite di cinque brani legati tra loro che proiettano in un’altra dimensione, un mondo futuribile nel quale smarrire ogni sicurezza tra strumentali funk-prog, cori imperiosi, ballate soffici come una nuvola e visioni ultra-apocalittiche di stampo elettronico. La perfetta armonia tra tutte le istanze del Project fuse in un unico impeccabile lavoro.

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