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The best of George Harrison

In occasione dell'anniversario della morte del chitarrista dei Beatles, abbiamo raccolto alcune fra le migliori prestazioni della sua carriera
George Harrison, leggendario chitarrista solista dei Beatles (25 febbraio 1943 - 29 novembre 2001)

George Harrison, leggendario chitarrista solista dei Beatles (25 febbraio 1943 - 29 novembre 2001)

I Saw Her Standing There, 1963

Il contributo immenso di George Harrison alla storia del rock & roll inizia da qui. Nel lato b del singolo I Want to Hold Your Hand che lanciò i Beatles in cima alle classifiche americane, si può sentire il primo assolo di Harrison a venir inciso su un disco dei Beatles, registrato l’11 febbraio 1963 durante la sessione durata un giorno in cui fu prodotta la maggior parte del Lp destinato al mercato britannico Please Please Me. Gli echi taglienti della chitarra ruggente di Harrison forniscono un ingegnoso contrasto con le voci armonizzate di John Lennon e Paul McCartney.

Don’t Bother Me, 1963

La prima traccia scritta da Harrison ad apparire su un album dei Beatles – intitolato With the Beatles nella versione originale, Meet the Beatles in quella americana del 1964 – fu anche la prima canzone in cui il chitarrista parlò del senso di soffocamento con cui viveva la celebrità. Scritta in tour nell’agosto del 1963, mentre Harrison era costretto nel letto di un albergo perché malato, Don’t Bother Me all’apparenza parla del superamento di un amore finito. Ma Harrison sottolineò il suo vero senso di perdita (“I know I’ll never be the same”, “So che non sarò più lo stesso”) con un feroce assolo in cui suonò come se stesse sputando chiodi con la sua chitarra.

Norwegian Wood (This Bird Has Flown), 1965

Harrison scoprì il sitar nella primavera del 1965 mentre registrava una scena del film Help! assieme ad alcuni musicisti indiani. Per la metà di ottobre era già perfettamente a suo agio con il sitar, utilizzato per questo valzer presente nell’album Rubber Soul. La sua parte semplicemente fa da specchio alla melodia vocale di Lennon ma, con la sua performance da autodidatta, Harrison introdusse lo strumento al pubblico dei Beatles, inaugurando allo stesso tempo la sua grande passione per il sitar e il suo grande maestro Ravi Shankar. I Beatles registrarono la canzone durante la prima sessione di Rubber Soul il 12 ottobre per poi sovraincidere la parte il 21 a causa della difficoltà di riuscire a riportare su nastro l’intero caleidoscopio sonoro dello strumento.

Drive My Car, 1965

Questa canzone è importante per due ragioni: fu registrata dai Beatles durante la loro prima sessione messa in piedi dopo mezzanotte (alle 12:15 del 14 ottobre 1965) per cui dopo questo i turni di notte sarebbero diventati di norma. Inoltre Drive My Car è la canzone per cui i Beatles presero ispirazione dai ritmi serrati dal sound Motown che in quegli anni stava impazzando. Se i Rolling Stones sono considerati la band ‘più nera’ per le loro radici blues, in questa canzone l’accoppiata tra il basso di McCartney e la chitarra singhiozzante di Harrison riuscì a mettere in mostra l’animo soul e r&b del sound dei Beatles. Il lamento gommoso dell’assolo può anche far sembrare che Harrison l’abbia suonato usando il collo di una bottiglia di birra come slide, ma in realtà fu un effetto realizzato velocizzando il nastro.

Taxman, 1966

Harrison diede il calcio di inizio in Revolver – lato A, traccia 1 – con questa sarcastica protesta contro il sistema di tassazione britannico. E lo fece alla grande: lo stile psichedelico che Harrison esibì fu un ponte, talvolta sottovalutato, tra il sound da quartetto tradizionale dei Beatles al loro pop influenzato dall’LSD. Anche se l’assolo fu suonato da McCartney, la vera forza della canzone sta nel ritmo r&b della chitarra di Harrison, copiato con amore dai Jam nella loro hit del 1980 Start!.

Within You Without You, 1967

«Lasciate perdere la musica indiana e concentratevi sulla melodia – si lamentò una volta McCartney a proposito di un altra canzone orientaleggiante di Harrison, The Inner Light. Probabilmente disse lo stesso della canzone scritta da Harrison per Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il suo viaggio più intenso nelle profondità della musica indiana durante il periodo con i Beatles. I soli con il sitar che compongono il brano hanno la stessa potenza dei migliori lavori di chitarra infuocata in stile rockabilly fatti da Harrison durante la sua carriera. L’intera canzone, infatti, può essere reinterpretata con le chitarre distorte come fecero i Sonic Youth nella loro tributo a Sgt. Pepper del 1988.

It’s All Too Much, 1967

Scritta da Harrison durante un viaggio sotto LSD, questo trionfo di psichedelia fu registrato dai Beatles nella primavera del ’67 durante le sessioni per la colonna sonora del cartone animato Yellow Submarine. «Harrison era davvero sballato – ricorda il trombettista David Mason che suonò nella traccia – non penso sapesse davvero cosa volesse fare». Harrison creò un muro di chitarre distorte, sommando la sua a quella di Lennon, caricate di feedback ispirandosi all’artista che in quel momento stava facendo impazzire la Gran Bretagna: Jimi Hendrix.

While My Guitar Gently Weeps, 1968

Qui Harrison, anche se scrisse la canzone, si limitò a suonare le chitarre acustiche mentre il fantastico e malinconico assolo fu eseguito dall’amico Erico Clapton. La traccia fu incisa inizialmente soltanto Harrison (con un leggero contributo all’organo di McCartney) il 25 luglio del 1968. La demo fu pubblicata nella sua versione originale in Anthology 3, con tanto di strofa extra non presente nella versione registrata per il White Album, mentre il brano è una meravigliosa e malinconica ammissione di un uomo, tutt’uno con il suo strumento con cui condivide il proprio dolore.

Something, 1969

Lennon disse che questa ballata scritta da Harrison era la canzone più bella di tutto Abbey Road. La sua maestosità deriva gran parte dal modo in cui Harrison riuscì a dipingere i propri sentimenti con la sua chitarra. L’arrangiamento, cui lavorò tra febbraio e l’agosto 1969, è il massimo esempio delle doti di Harrison come compositore – e allo stesso tempo del suo perfezionismo. Deluso da una versione solista, Harrison registrò dal vivo con un’orchestra d’archi il 15 agosto. La malinconia blues unita alla grazia della melodia era «la stessa della versione registrata in precedenza, nota per nota – come ammesso dall’ingegnere del suono Geoff Emerick – l’unica ragione per cui credo abbia voluto rifarla era l’emozione».

I Me Mine, 1970

«Parla dell’ego, il problema eterno», disse Harrison di questa canzone, una delle ultime registrate dai Beatles, il 3 gennaio 1970, prima della loro rottura ad aprile. Solo tre Beatle si presentarono alle registrazioni; Lennon si trovava in vacanza in Danimarca. Tuttavia, non c’è molto di una canzone: un misto di parti di valzer e segmenti di boogie ripetuti per un minuto e mezzo – il produttore Phil Spector allungò la traccia ripetendo il primo verso. La traccia di Harrison fu la sua firma in grande stile che con la sua chitarra arrabbiata riuscì a ritrarre tutta la stanchezza per una libertà tanto agognata.

My Sweet Lord, 1970

L’enfasi poste sulla preghiera e sul senso di trascendenza sviluppati da Harrison nei suoi lavori solisti – in particolare modo su questa hit schizzata subito al primo posto tratta dal suo album di debutto All Things Must Pass – spesso oscurano la maestria che l’ormai ex Beatle continuò a sfoggiare alla chitarra. Nel 1971 Harrison fu accusato di aver plagiato con My Sweet Lord tre note di He’s So Fine dei Chiffons, perdendo poi la causa nel 1976. Eppure il fascino della hit scritta da Harrison è proprio nel suono argentato della sua chitarra che la produzione del maestro Phil Spector contribuì a rendere soave come fosse una lacrima di country-blues.

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