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Rob Halford: «I 10 album che mi hanno cambiato la vita»

L’omonimo dei Black Sabbath, ‘Ziggy Stardust’ di David Bowie, ‘Disraeli Gears’ dei Cream, i Beatles e i Queen: il frontman dei Judas Priest racconta i dischi che hanno segnato la sua carriera

Foto: Paul A. Hebert/Invision/AP

Sono cinquant’anni ormai che Rob Halford contribuisce a definire il sound e il look dell’heavy metal sia come frontman dei Judas Priest, che con gli altri progetti Fight, 2wo e Halford. Il cantante, che di recente ha pubblicato la biografia Confess, si è guadagnato l’appellativo di Metal God e ha cantato con Black Sabbath, Metallica e Pantera. Tuttavia, ha sempre avuto gusti eclettici, come ha dimostrato con le cover dei Priest di Diamond and Rust di Joan Baez o The Green Manalishi dei Fleetwood Mac.

Non è una sorpresa, quindi, se nella lista dei suoi 10 dischi preferiti ci sono sia classici del metal come Black Sabbath e Pantera, sia LP di Beatles, Queen e David Bowie. Gli abbiamo chiesto di raccontarceli e di spiegare perché sono stati così importanti nella sua vita.

“Black Sabbath” Black Sabbath (1970)

«Erano della mia zona, venivano dallo stesso quartiere dei Priest. Siamo letteralmente cresciuti insieme, abbiamo inventato questa musica straordinaria di cui siamo innamorati, l’heavy metal. Ho scelto Black Sabbath perché di solito sono i primi due dischi a definire l’identità musicale di una band. Per i Priest sono Rocka Rolla e Sad Wings of Destiny. Ci piace in particolare il secondo perché definisce la nostra identità. Black Sabbath rappresenta il primo esempio di come dovrebbe suonare la musica heavy metal: i suoni, gli arrangiamenti, le strutture del materiale, la voce unica di Ozzy. È un album davvero importante per la discografia dei Black Sabbath».

“Led Zeppelin” Led Zeppelin (1969)

«La cosa che mi piace di questo disco è che contiene sia l’esperienza della musica heavy e dell’hard rock, sia atmosfere blues. Loro stessi hanno ammesso che il viaggio della band è iniziato dal blues».

“Queen II” Queen (1974)

«Sono sempre stato un grande fan dei Queen. Tutti i loro album hanno un carattere e un’identità precisa, un po’ come i Priest. In un certo senso siamo simili, anche i Priest non hanno mai registrato due dischi uguali. Loro non l’hanno mai fatto e il secondo album lo dimostra. Quando l’hanno registrato erano già musicalmente avventurosi. Suonavano musica con un orizzonte sconfinato, soprattutto nella voce, grazie a quelle armonie incredibili. C’è un’altra cosa che amo dei Queen: tutti cantavano, soprattutto Roger Taylor e Brian May, ma a volte anche John Deacon. Per me che faccio il cantante, avevano un impatto vocale immenso. Mi hanno insegnato tanto».

“A Hard Day’s Night” The Beatles (1964)

«È stata una scelta difficile. All’inizio un po’ come tutti avevo scelto Sgt. Pepper, ma questo disco ha qualcosa di speciale, soprattutto nel suono. Sono passati da She Loves You, che avevano registrato pochi anni prima, a qualcosa di molto più serio, soprattutto per le strutture e per la loro crescita da musicisti. È una cosa che si migliora strada facendo. Insomma, le canzoni di Hard Day’s Night sono l’espressione di una band che sta cambiando, che è alle prese con la maturazione dei suoi musicisti».

“Get Yer Ya-Ya’s Out” The Rolling Stones (1970)

«Ho scelto un live degli Stones perché chiunque li abbia visti suonare sa che al mondo non c’è niente di simile. Il modo in cui portano il lavoro in studio sul palco è elettrizzante. In concerto, tutte le band esplorano una nuova dimensione. E con gli Stones le parole non bastano. Devi vederli dal vivo. Questo disco è un ottimo esempio di quel che fanno, ha il carisma e tutte le caratteristiche di una grande band rock’n’roll, forse la migliore di sempre».

“Machine Head” Deep Purple (1971)

«Ho scelto Machine Head perché è intenso e feroce. C’è sempre stato un dibattito sulla natura della musica dei Purple, non si riusciva a decidere se fossero una band hard rock o heavy metal. I Priest ci hanno fatto un tour insieme, li ho visti suonare tante volte da dietro al palco. A me sono sempre sembrati heavy, molto heavy… ma tra tutti i loro album, questo è quello che mi è sempre piaciuto di più».

“Axis: Bold as Love” The Jimi Hendrix Experience (1967)

«Sono sempre stato un chitarrista frustrato. Imbraccio lo strumento, cerco di imparare, ma non ci riesco. Non so come facciano i chitarristi. È semplicemente incredibile. E Jimi Hendrix è il maestro. Quel che ha fatto alla fine degli anni ’60 ha cambiato tutto, soprattutto per chi suona lo strumento. E il modo in cui ha scritto la musica di Axis: Bold as Love era davvero speciale. Tutti i suoi dischi sono grandiosi, ma sono particolarmente legato a questo».

“The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” David Bowie (1972)

«Ecco un tizio che ha preso i suoi fan e li ha accompagnati in un lungo viaggio. Era Ziggy Stardust? Era il Thin White Duke? Hunky Dory? Heroes? Il side project Tin Machine? Il suo ultimo, glorioso album Blackstar? L’immaginario che Bowie creava nei dischi è intoccabile, nessuno può metterlo in discussione. Era un maestro di illusioni. La prospettiva dell’uscita di nuovo disco di Bowie era eccitante. Tra tutti è Ziggy Stardust quello che mi ha colpito di più: ho visto quel tour alla Wolverhampton Civic Hall e se non ricordo male ha suonato il disco dall’inizio alla fine. Era incredibile vedere con quanta convinzione suonasse quel materiale. Lui era Ziggy Stardust e con quel personaggio ha incantato il mondo».

“Disraeli Gears” Cream (1967)

«È un grande esempio di trio dalla tecnica straordinaria. È difficile suonare in tre e la loro interazione, soprattutto la sezione ritmica di Ginger Baker e Jack Bruce, era speciale. Aveva una sua identità pura. Se a tutto questo aggiungi Eric Clapton e la sua voce, ecco i Cream, una band unica nella storia del rock».

“Cowboys from Hell” Pantera (1990)

«I Pantera sono apparsi verso l’inizio degli anni ’90. Suonavano già insieme, ma sono diventati noti grazie all’impatto di Cowboys from Hell. Se conosci la musica e il rock, sai che all’inizio di ogni decennio accade qualcosa di speciale. È per questo che quando ho ascoltato Cowboys from Hell ho subito capito che avrebbe cambiato le cose. Lo stile di musica di quei ragazzi avrebbe scosso il mondo, soprattutto la chitarra di Dimebag Darrell, che secondo me era la forza trainante del gruppo. Era un assalto totale che è diventato ancora più potente in Far Beyond Driven, Great Southern Trendkill e gli altri grandi dischi che sono usciti poi. Ma per me è questo, il primo, quello che funziona meglio».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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