Quando i gruppi prog si facevano grandi dosi di new wave | Rolling Stone Italia
Home Musica Classifiche e Liste

Quando i gruppi prog si facevano grandi dosi di new wave

È successo a cavallo tra anni ’70 e ’80: ecco come il suono dell’epoca ha influenzato Yes, Van Der Graaf, Pink Floyd, Genesis, Rush, tra grandi intuizioni musicali e mugugni dei tradizionalisti

I Genesis nel 1978

Foto: Michael Putland/Getty Images

Ah, i vegliardi del progressive. Te li aspetti sempre in procinto di gettare la spugna e invece eccoli là, ancora in piedi. Vedi il tour dei Genesis dove Phil Collins, per quanto piegato dalla vita, continua a dare tutto se stesso sul palco. Oppure gli Yes, che tornano in tournée nel 2022 fregandosene dell’anagrafe e dell’artrite reumatoide. Non è che si sono iniettati il siero dell’immortalità?

C’è stato un momento in cui le band storiche del prog, per tirarsi su, si sono davvero iniettate dosi massicce di… new wave. C’è stato un tempo in cui il prog è confluito nella wave e viceversa: non a caso, molte band post punk erano musicalmente “intricate” tanto che la critica le vedeva a volte come naturale sequel dell’esperienza dei primi ’70. In questo articolo passeremo quindi in rassegna degli album che testimoniano questa osmosi a volte passata inosservata e altre volte palese, un’osmosi che, di fatto, ha cambiato il mondo della musica rock.

“Animals” Pink Floyd (1977)

I Pink Floyd sono stati i primi a marcare i limiti di un certo suono. Non erano musicisti tecnici come i loro contemporanei, ma sono sempre stati aderenti a un certo tipo di progressive e per questo sono visti come ingombranti dinosauri nel 1977 del punk. Ma, colpo di scena, i Floyd già pensano al post punk. Soprattutto Roger Waters: testi crudi e violenti che rielaborano La fattoria degli animali di Orwell in una visione urbana e desolante, dai colori spenti e macchiati di smog, quella dell’Inghilterra in preda alla furia degli skinhead, del punk, dei conservatori che tentano di strangolarsi a vicenda. La musica diventa più ossessiva, affaticata e imbolsita, ma nello stesso tempo maligna e cinica. Brani come Sheep e Dogs che oscillano fra l’allucinazione lisergica e la lucida follia li immaginiamo rifatti da Siouxsie and The Banshees, Pigs suonata dai Fall o dai Television. Insomma, i Pink Floyd hanno capito che non è più tempo di fricchettume, ma questo era già chiaro a tutti con Welcome to the Machine dal classicone Wish You Were Here, che è a tutti gli effetti proto industrial e ci ricorda che la gallina sarà anche vecchia, ma fa un brodo micidiale.

“Floating Anarchy 1977” Planet Gong (1978)

I Gong sono sempre stati una band progressive atipica, l’anello mancante tra gli stilemi del genere e le sfuriate cosmiche/free jazz che correvano sulla schiena degli anni ’70. A un certo punto la band si spacca a metà, con Daevid Allen convinto – dagli acidi – che sia ora di abbandonare la nave perché ci sono troppe bad vibrations. Probabilmente sente che il prog non ha futuro. Fricchettone quasi come i Crass, ma con una marcia in più rispetto a capacità ludiche applicate all’impegno politico, mette su i Planet Gong con l’inseparabile Gilli Smyth, chiamando il gruppo space rock Here and Now a fare da backing band. Floating Anarchy è un disco dal vivo che sancisce il passaggio di Allen alla nascente new wave e al punk. Opium for the People ne è un chiaro esempio, ma ci sono momenti che anticipano i PIL come New Age Transformation Try e sfuriate post punk come una nuova versione di Stoned Innocent Frankenstein.

“Vital” Van Der Graaf (1978)

Tra tutte le band prog, i Van Der Graaf Generator erano i più atipici, i più crudi, in un certo senso i più punk di tutti. Quando arriva la rivoluzione di Never Mind the Bollocks la band, e soprattutto Peter Hammill, si esalta trovando una via di fuga da un genere che oramai gli va stretto. Accorciano il nome in Van Der Graaf e, nel tentativo di unire passato e futuro, creano un presente musicale padrino della new wave (vedi il disco The Quiet Zone/The Pleasure Dome del 1977). Il disco che fotografa meglio questo momento di cambiamento estremo è il live Vital, nel quale i Van Der Graaf trasformano il loro repertorio in un furioso campionario di proto post punk, cercando di asciugarsi e di diventare il più hardcore possibile e più rumorosi che mai, tra violini devastanti pre Ultravox, chitarre chorusate e distorte, recitar cantando pesantissimi e momenti abrasivi che fanno quasi impallidire i Virgin Prunes. Il solo Peter Hammill porterà avanti il discorso, recuperando i suoi compagni come turnisti e diventando una specie di Peter Gabriel più inacidito. Fatto sta che i Van Der Graaf saranno tra i più citati progger tra i giovani new waver (ricordiamo che il solito John Lydon ne era grande fan).

“…And Then There Were Three…” Genesis (1978)

Uscito dal gruppo il guitar hero Steve Hackett, i Genesis nel ’78 rimangono in tre e si ritrovano improvvisamente costretti a rivedere le proprie posizioni. La comfort zone di una band che si sta lentamente trasformando da prog a fantasy pop viene spaccata dall’assenza del chitarrista, forse l’anima più progressive della formazione, rendendo necessaria una rivoluzione stilistica. I Genesis si guardano intorno e trovano nella new wave il terreno fertile da cui ripartire: snellire i brani, abolire o quasi i solo masturbatori, essere diretti, abusare di effetti come chorus e flanger, riprendere le intuizioni ambient di The Lamb Lies Down on Broadway e attualizzarle: se vogliamo, possiamo anche dire che quell’ultimo album con Gabriel è uno dei dischi proto wave più importanti della storia. Non dimentichiamoci che Collins proprio nel ’78 suona la batteria per Gabriel, che ha già abdicato al titolo di re del prog per diventare un profeta della nascente new wave con il disco dai fan chiamato Scratch. Rispetto a Gabriel, i Genesis optano per musiche in cui il disturbo post punk è sotto traccia, ma a volte fa capolino come un verme di Dune dalla sabbia del facile ascolto (basti pensare al singolo Follow You, Follow Me, una canzone d’amore fin troppo semplice, ma in un contesto sonoro tanto fantascientifico quanto freddamente new romantic).

“Love Beach” Emerson Lake & Palmer (1978)

Strano a dirsi, ma anche i duri e puri ELP alla fine hanno ceduto alla new wave, purtroppo non con gli stessi risultati dei colleghi e il motivo è presto detto: c’è una perdita totale di controllo rispetto al prodotto finito. Alla band oramai in crisi e decisa a sciogliersi la Atlantic pensa bene di imporre un ultimo album per onorare il contratto. Costringe i tre a orientarsi musicalmente vero il commerciale. Emerson lascia a Lake (autore di Lucky Man, per dirne una) il compito di scrivere le canzoni mentre ai testi piazza Pete Sinfield, il poeta dei King Crimson e già collaboratore degli ELP, una garanzia di qualità sulla carta. Inseguiti dagli uomini delle tasse, i tre partono per le Bahamas, ma l’ambiente non riesce a sanare gli animi tanto che quasi non si parlano più: Emerson si bomba di droghe tanto che alla fine i suoi due soci, una volta registrate le loro parti, tornano in patria alla svelta lasciandolo solo a finire tutto. Se ci aggiungiamo una copertina orrenda (ma chi sono, i Bee Gees?) e un titolo altrettanto repellente che Emerson cerca di cambiare con una specie di referendum tra i fan senza riuscire a convincere la label, capiamo che il disco non nasce sotto una buona stella e viene attaccato ferocemente dalla critica. Ma se bypassiamo le cadute di stile, sentiamo che gli ELP in questa semplicità sembrano quasi i Duran Duran di Rio e del resto il new romantic a volte non disdegnava qualche passaggio “complicato”, naturale strascico della tradizione prog. Un chiaro segnale che si sarebbe aperto un nuovo appassionante capitolo se solo avessero avuto le mani libere è il successo del singolo All I Want Is You, inaspettatamente disco d’oro nonostante il disastro di fondo.

“Drama” Yes (1980)

Fra i tanti nomi qui citati, gli Yes sono forse quelli che meglio hanno interpretato l’ibridazione tra prog e wave. In questo senso, si ricordamo Owner of a Lonely Heart, il cui video è stato in heavy rotation su MTV per tutto il 1983 (la versione demo dell’album 90125 è addirittura superiore a quella poi pubblicata), ma è nel 1980 che diventano a tutti gli effetti un supergruppo che ingloba i… Buggles. Sì, proprio gli autori di Video Killed the Radio Star, reduci da un successo clamoroso e che della new wave rappresentavano l’ariete che espugnava le classifiche dei “matusa”. Bene, nel 1980 si sono prestati a sostituire gli storici membri Jon Anderson e Rick Wakeman, rispettivamente voce e tastiere: questi ultimi avevano lasciato dopo session di registrazioni fallimentari con i loro soci, che al posto di composizioni folk oriented volevano qualcosa di più aggressivo e massiccio, in linea con le nuove tendenze. Ecco quindi che Trevor Horn e Geoff Downes, che hanno fatto la storia del pop con le loro produzioni – basti ricordare gli Art of Noise e gli Asia – diventano degli Yes a tutti gli effetti portando nel repertorio anche brani originali pensati inizialmente per i Buggles, complice la condivisione dello stesso manager. La line up di Drama è in effetti tra le più solide della storia degli Yes, con i due Buggles a sfruttare nuove sonorità come un largo utilizzo del vocoder e del Fairlight, all’epoca nuovissimo, che rende il Birotron usato da Wakeman nel precedente fallimentare Tormato un oggetto di antiquariato. Anche le chitarre di Steve Howe sembrano rinvigorite, a volte sfiorano anche la NWOBHM e lanciano gli Yes verso una nuova giovinezza. Il problema è, manco a dirlo, il pubblico, che se da una parte premia il disco con i primi posti della classifica UK, dall’altra massacra il gruppo durante i concerti. Horn non è in grado infatti di reggere vocalmente il vecchio repertorio, soprattutto a causa dei tour massacranti. L’esperienza terminerà con la fine temporanea degli Yes e poco dopo, guarda caso, anche dei Buggles: fermo restando che tutti i coinvolti in questa storia faranno tesoro di questo momento per raccogliere nuovi e duraturi successi.

“A” Jethro Tull (1980)

Anche la band di Ian Anderson è stata folgorata dalla new wave e i risultati sono stati devastanti. In primo luogo per i fan di lunga data, che si vedono dare letteralmente un cazzottone in pieno naso, poi per la foga nevrotica della musica della band che sembra sempre più contorcersi tra suoni elettronici, chitarre ibernate e tempi spezzati che si riallacciano alle sfuriate dei Devo, i quali non disdegnavano insani inserti prog nelle loro strutture. In terzo luogo per la band stessa, che in questo disco vede ufficialmente la fine della line up storica, con John Evan e Dee Palmer fuori dai giochi e l’inserimento dell’ex Roxy Music Edwin Jobson. Questa separazione “innaturale” pare sia essenzialmente imputabile alla casa discografica, che per l’ennesima volta impone una svolta trasformando un disco nato per essere il debutto solista di Anderson (da qui l’iniziale che dà il nome all’album) in un lavoro dei Tull senza chiedere il permesso ai diretti interessati. Anderson abbandona i vecchi e rassicuranti lidi per buttarsi su un impostazione più elettronica (ma anche fondamentalmente pronk, quel genere che vede come capiscuola gli allora sotterranei Cardiacs). Col controverso disco dell’84 Under Wraps farà anche peggio (o meglio… dipende dai punti di vista) accelerando su un pop elettronico digitale ad altissima definizione quanto ultracervellotico (e prima di Lady Gaga sfodera un pezzo che si chiama Paparazzi), segno che al gruppo interessa gettarsi nel futuro senza paura del giudizio di chicchessia.

“The League of Gentlemen” Robert Fripp (1981)

Il cervellone dei King Crimson è stato uno dei primissimi a cavalcare l’onda della new wave, e nel modo forse più preciso di tutti: come un vero e proprio ispiratore dell’intera corrente. Il suo lavoro con Bowie lo pone da subito come un pioniere assoluto di tutte le tendenze alternative a venire, ottenendo così una specie di lasciapassare tra le maglie dei wavers più ortodossi. Fripp bagnerà nelle acque della new wave anche la sua creatura più importante, ovvero i King Crimson, come dimostra la svolta della trilogia Discipline, Beat, Three of a Perfect Pair (con non a caso Adrian Belew come nuovo propulsore compositivo), dischi importantissimi per svecchiare in un sol colpo il prog e in un certo senso anche la wave. Ma il disco più “filologico” è The League of Gentlemen, titolo che è il nome di una vera e propria band con al comando Fripp: la bassista Sara Lee poi con i B-52s, il tastierista Barry Andrews membro fondatore degli XTC, Kevin Wilkinson che poi militerà negli Squeeze, la cantante Danielle Dax delle Lemon Kittens. Musica caratterizzata da organetti Farfisa che ricordano gli Stranglers, intrecci di chitarre che eseguono arpeggi circolari storti e ossessivi con ritmiche afro, cantati no wave, pestoni ballabili senza però disdegnare riff arabeschi e il classicismo che ricorda il passato del chitarrista: un laboratorio sperimentale per Fripp, che da questa esperienza troverà i giusti spunti per rinnovare i Crimson e renderli, se vogliamo, eterni.

“Rock N’ Roll Prophet” Rick Wakeman (1982)

Da barocco e raffinato tastierista degli Yes, Rick Wakeman si ritrova senza band e con il dubbio che tale raffinatezza sia oramai obsoleta: perché lo stare da solo sulla carta non è un problema, essendo il nostro abituato a far uscire dischi solisti sin dal 1972, quando ha pubblicato l’osannato The Six Wives of Henry VIII. Ora però siamo negli anni ’80 e c’è poco da scherzare, le nuove generazioni sono lì col fucile spianato alla ricerca di passi falsi degli “anzianotti della musica” e lui nel 1981 ne fa uno abbastanza grosso, cioè l’album 1984 che si propone di trasformare in musica il romanzo di Orwell. Il risultato è una rock opera fuori tempo massimo che se in parte convince i vecchi fan e una critica che apprezza lo slancio, dall’altra è vero che la tecnologia usata non profuma di nuovo. Pare che la colpa sia stata della Korg, rea di non aver inviato a Wakeman nuovi macchinari da lui richiesti per le registrazioni, cosicché deve riparare su attrezzatura non certo all’avanguardia. Nel frattempo i nuovi Yes di Drama fanno il botto, una coltellata nel costato del tastierista, che decide nell’82 di incidere quest’album che di fatto è una specie di dichiarata parodia dello stile dei Buggles. Il singolo I’m so Straight I’m a Weirdo esce nel 1980, ma la casa discografica lo pubblica a nome di Wakeman, ignorando l’idea del tastierista di farlo uscire col nome d’arte Kudos, proprio per testare l’efficacia dell’operazione fake. Morale della favola, il disco sarà massacrato dalla critica che non ne coglierà né lo humour, né l’intenzione avanguardista di spostarsi verso l’elettronica tanto ludica quanto bizzarra, un po’ sulla linea di McCartney II. Forse solo oggi possiamo capirne il valore, con i suoi squisiti suoni analogici (in particolare quelli del Prophet 5, che ci suggerisce un gioco di parole nel titolo) e la sua ironia da art rock demenziale che ovviamente disgusta da sempre i fan parrucconi del prog duro e puro.

“Signals” Rush (1982)

Anche per una band paladina del prog e abituata a comporre lunghe suite come i Rush, il 1982 è l’anno di un cambiamento repentino. Si accorcia la durata media dei pezzi ed entrano negli arrangiamenti fiumi di sintetizzatori tanto algidi quanto vellutati. Si sperimenta con le drum machine (o meglio, si risuonano le loro parti con la batteria di Neil Peart a provare l’impossibile) in brani come The Weapon. Si sacrificano le chitarre, o meglio si amalgamano ai lunghissimi pad di tastiera e sintetizzatori che solcano lo spazio come in Countdown, che sembra quasi un parto degli Ultravox. In alcuni casi si entra nel territorio dei Police, come in Digital Man, che se non è un plagio poco ci manca. È il primo strappo dei Rush verso un suono veramente e massicciamente new wave. Ma ogni svolta ha un prezzo, e se è vero che l’album sarà un successo, i fan accuseranno la band di essersi venduta. La reazione principale sarà l’abbandono dello storico produttore Terry Brown, che fa invece un ottimo lavoro nel tradurre il concept del disco, ovvero l’evoluzione della scienza e del progresso nella vita dell’uomo, con suoni scolpitissimi e un lavoro sui synth davvero epico. In Subdivision si parla di alienazione giovanile, della pressione esercitata sulla suburbia, segno che il nuovo non è tutto rosa e fiori, ma è comunque una sfida. Proprio per questo il prog è sempre e comunque andato avanti, nonostante le critiche e le accuse: chi è veramente rimasto al palo forse è stato il suo pubblico, ma non ricordiamoglielo altrimenti poi si accorge di quanto tempo è passato.