Prog nel blocco comunista: 10 grandi dischi usciti negli anni ’70 | Rolling Stone Italia
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Prog nel blocco comunista: 10 grandi dischi usciti negli anni ’70

Licenze per poter suonare, testi passati al vaglio della censura, controlli persino sui look. Ma anche album strepitosi di cui sapevamo poco, da questa parte della cortina di ferro. Alcuni esempi notevoli

Stern-Combo Meissen, dalla Repubblica Democratica Tedesca

Foto: Klaus Winkler/Ullstein Bild via Getty Images

Non era facile essere giovani nel blocco comunista, specie se ti mettevi in testa di esprimerti con la musica. E pensare che altrove negli anni ’70 si sperimentava in lungo e in largo tra note e messaggi senza confini, né regole. Al di là della cortina di ferro invece i confini e le regole esistevano, specie quelle imposti dai regimi. Se volevi suonare in Germania Est, ad esempio, dovevi possedere una speciale licenza, i dischi erano sottoposti a uno scrupoloso controllo dei testi che dovevano obbligatoriamente essere in lingua madre. Stessa cosa in Cecoslovacchia, nella quale il lavoro di musicista veniva retribuito dallo Stato, ma i controlli erano ancora più ferrei, anche per quello che riguardava il look dei musicisti. In Polonia molti si buttavano sul jazz strumentale per sfogare i propri istinti musicali aggirando la censura. In Ungheria le cose andavano leggermente meglio, tanto da acconsentire le bizzarre mise degli Omega, ma tutti erano costretti a infarcire i testi di quante più metafore possibile per dire-senza-dire.

In generale, gli artisti cercavano in tutti i modi di offrire una loro visione di quello che con gran fatica (grazie a dischi di contrabbando o a radioline che riuscivano a captare stazioni estere) veniva da oltrecortina. Visto che per buona parte dei ’70 era il prog a imperversare, sono molte le formazioni che lo usavano come linguaggio musicale, con strumentazione particolare (vedi tastiere autocostruite, visto che non c’era modo di reperirle altrove) e riferimenti alla musica popolare. I musicisti venivano infatti spinti a inserire modelli musicali autoctoni per mostrare il patrio orgoglio.

Nonostante le difficoltà, i dischi realizzati nei Paesi del blocco comunista sono tantissimi. Specie dopo la caduta del Muro si è venuti a conoscenza di opere musicali di grande pregio, che spesso non hanno nulla da invidiare a blasonate produzioni europee o americane. Ecco le 10 più importanti.

“Konvergencie” Collegium Musicum (Cecoslovacchia, 1971)

Fondati dal talentuoso compositore Marián Varga, i Collegium Musicum propongono un suono basato sulle tastiere del leader, grande ammiratore di Keith Emerson che però aggiunge originali particolarità, specie quando i suoi fraseggi vanno a pescare dentro il mondo melodico e ritmico tipicamente slavo. Konvergencie è il secondo album della band, un doppio composto da quattro lunghe suite e infuocate fughe di Hammond, pianoforte e clavicembalo su ritmi intricati. Con un solo brano cantato, in modo da aggirare la rigida censura. Ma qui non c’è bisogno di testi, è la musica a esprimere tutta la sua forza rivoluzionaria.

“Nová Syntéza 2” Czechoslovak Radio Jazz Orchestra & The Blue Effect Group (Cecoslovacchia, 1974)

Radim Hladík è stato uno dei chitarristi più formidabili sulla faccia della terra, capace di spaziare in lungo e in largo tra le note con gusto e tecnica. E i suoi Modrý Effect sono stati la perfetta palestra per il suo giostrarsi tra rock, jazz, classica e folk. In Nová Syntéza 2 la band è accompagnata dalla Czechoslovak Radio Jazz Orchestra per un album che fa della suite di 22 minuti che copre la prima facciata la sua punta di diamante. Trattasi di un’opera capitale (forse la più esaltante di tutto il rock d’oltrecortina) nel quale il prog sinfonico si fonde con il suono di una scoppiettante big band, con fiati in gran spolvero, parti orchestrali e cori magniloquenti. Un brano pazzesco che da solo vale l’intero album.

“Niemen Aerolit” Niemen (Polonia, 1975)

Czesław Niemen è una delle figure di spicco del rock polacco, un vero innovatore che già dalla fine dei ’60 propone opere dirompenti e spesso scomode. Non sono pochi i problemi ai quali va incontro per proporre la sua musica, difficoltà che affronta a viso aperto cercando ogni via per sfuggire alle maglie della censura. Nel 1975 fonda gli Aerolit e pubblica questo capolavoro tra jazz-rock e prog sinfonico, con bordate di sintetizzatore che fanno impallidire Rick Wakeman. Di lui si ricorderanno addirittura i Chemical Brothers che campioneranno un frammento della Pielgrzym qui contenuta per la loro The Test (2002).

“Nem Tudom A Neved” Omega (Ungheria, 1975)

Gli Omega sfoggiano un look spaziale e colorato che miracolosamente non incappa nella censura. Si tratta di una band tra le più importanti e longeve della scena ungherese che ha anche avuto una sua bella fase prog, con Nem Tudom A Neved (Non conosco il tuo nome) a rappresentare il picco. La musica si muove tra prog yesseggiante, cavalcate space rock e guizzi hard alla Uriah Heep.

“Cantofabule” Phoenix (Romania, 1975)

Una bella sfida: quella di mettere insieme i sintetizzatori con il folk tradizionale. Formati nel 1965, i Phoenix rappresentano la punta di diamante del rock rumeno. Con il doppio Cantofabule che cerca di sviare la censura proponendo un concept metaforico su vari animali per alludere al disgusto dei musicisti per il regime. La musica segue le storie allegoriche nelle quali il folk è solo la base di partenza per varie esplorazioni tra prog, pop, kraut rock, hard e psichedelia.

“Modern Pentathlon” Laboratorium (Polonia, 1976)

Una delle gemme più preziose del jazz-rock a livello mondiale. Formati da musicisti autodidatti, i Laboratorium si fanno conoscere come la versione polacca dei Weather Report. Con il loro secondo album si distaccano però dall’influenza degli americani e propongono un suono personale, con un’atmosfera da cortina di ferro (grazie a particolari armonie e melodie) quasi palpabile. Le trame jazz si allargano a lambire un prog-fusion fatto di suoni eterei e sperimentali, con la suite che occupa interamente la prima facciata a ergersi come splendida miscela di energia e invenzione. Altrettanto forte è il lato B con brani più brevi dalle gustose assonanze funk.

“Ze Slowem Biegne Do Ciebie” SBB (Polonia, 1977)

Gli SBB, trio guidato dal tastierista e cantante Józef Skrzek, sono autori di dischi eccellenti, nonché dall’enorme successo commerciale in patria. Nel tempo hanno spaziato tra vari stili trovando un importante punto d’approdo nel 1977 con Ze Slowem Biegne Do Ciebie (Corro da te con la mia parola). L’album contiene una suite per facciata, con ampi riferimenti ai Pink Floyd (la band non a caso era considerata la versione polacca del gruppo inglese) amalgamati a scorribande jazz-rock.

“II” FSB (Bulgaria, 1978)

Gli FSB centrano diverse hit diventando uno degli act di maggior successo in Bulgaria. A inizio carriera si dedicano a un prog multiforme a base di elementi jazz, fusion, funk ed elettronici. Se da una parte il secondo album offre echi di Gentle Giant – con intarsi di clavinet, piano, sax e flauto – dall’altro indugia in atmosfere delicate e sospese con fluttuanti strali di sintetizzatori a richiamare i migliori Tangerine Dream.

“Weisses Gold” Stern-Combo Meissen (Germania Est, 1978)

Weisses Gold (Oro bianco) è un lussureggiante concept sulla scoperta e lo sfruttamento della porcellana. A mettere in musica un argomento tanto peculiare sono gli Stern-Combo Meissen, formazione di ben sette elementi, una piccola orchestra capace di un prog bombastico con tastiere (suonate da due, a volte tre musicisti) a tutto spiano, in un connubio tra ELP e Yes. I climi grandiosi si sprecano, alternati a passaggi sognanti, trame sonore di stampo cinematografico e flash virtuosistici di synth e Hammond.

“Pevnina Detstva” Dežo Ursiny (Cecoslovacchia, 1978)

Dežo Ursiny è uno tosto che in Germania Est canta in inglese subendo le limitazioni imposte dal regime, andando presto incontro al boicottaggio. Nel 1978 mette in musica una serie di testi scritti dal poeta Ivan Štrpka e dà vita a Pevnina Detstva, un’opera che sprofonda in atmosfere plumbee care ai Van Der Graaf Generator e divaga in arie jazz-rock. Cinque lunghi brani conditi di tastiere, clavicembali, archi e fiati. Con il canto espressivo e potente del leader e un gruppo di fuoriclasse ad accompagnarlo. I 18 minuti della suite Ostrov sono pura estasi prog.