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Oltre gli Yes: 10 grandi canzoni suonate da Steve Howe

Dai 'Innunendo' dei Queen a 'Welcome to the Pleasuredome' dei Frankie Goes to Hollywood, il grande chitarrista racconta i brani che ha registrato con altri artisti. Vi avvisiamo: è parecchio arrabbiato col Capitano Kirk

Foto: Scott Legato/Getty Images

Steve Howe è entrato nella storia del rock come il chitarrista che negli anni ’70 ha contribuito a plasmare i lavori più ambiziosi degli Yes, per poi guidarli attraverso i difficili anni ’90 e 2000, periodo che ha visto la morte di alcuni musicisti della band e altri messi fuori gioco da malattie o da scontri di personalità. Howe è l’unico membro della formazione che nei primi anni ’70 ha partorito Fragile e Close to the Edge a fare ancora parte della band, che rimane il suo principale sfogo creativo e con cui continua a fare tour.

Ma in tutti questi anni è anche riuscito a trovare il tempo per incidere 13 album da solista e partecipare a progetti paralleli come Asia, GTR e lo Steve Howe Trio. È stato la guest star di album di Queen, Lou Reed, Bee Gees e anche dei Frankie Goes to Hollywood. Per onorare il nuovo LP solista Love Is (uscito il 31 luglio) abbiamo parlato con lui di 10 canzoni registrate al di fuori degli Yes, anche se in un’occasione un certo capitano di Star Trek ha deciso di cancellare il suo contributo. 

“Maybelline” The Syndicats (1964)

«Ho fondato il gruppo insieme al bassista Kevin Driscoll. Sua madre era una donna davvero risoluta e determinata. È andata nell’ufficio di Joe Meek [il produttore] a Holloway, il quartiere di Londra dove sono nato, e gli ha detto: “Lei deve vedere la band di mio figlio”. Per qualche strano motivo, lui ha accettato. Era già un po’ che ci esibivamo nei pub: facevamo Maybelline e molti altri pezzi di Chuck Berry. Passiamo l’audizione e tornammo lì un paio di settimane dopo. Era la prima registrazione della mia vita. Non sapevo cosa aspettarmi, ma siamo riusciti a dare il nostro stile all’arrangiamento, enfatizzando i bassi e la grancassa. Abbiamo lasciato il pezzo senza l’assolo di chitarra, che è stato sovrainciso in un secondo momento. Ci mettemmo molto del nostro. In quel pezzo c’è un po’ di Chet Atkins, ma con l’impianto generale è di Chuck. 

Andavamo molto d’accordo con Joe, forse anche troppo a volte: ci provava spesso con me. Ma il problema vero venne fuori con gli album successivi, che furono dati in licenza alla EMI. E ovviamente Joe non ci ha mai pagato. Immagino si ritenesse la mente del progetto e che per questo si sentisse autorizzato a intascare le royalties. Ci spettava un pagamento, perciò la EMI mi ha restituito tutte le registrazioni, visto che ero stato l’unica presenza costante del gruppo. Ma quella canzone è molto importante per me: fu la mia prima registrazione. Avevo 17 anni».

“Ride Into the Sun” Lou Reed (1972)

«I miei ricordi al riguardo sono davvero fumosi. Gli Yes stavano registrando ai Morgan Studios in quel periodo. Era un posto nuovo di zecca con i primi multitraccia, e ovviamente c’era sempre una gran baraonda visto che di studi non ce n’erano molti. Io e Rick [Wakeman] siamo stati invitati solo per suonare. A dire il vero, se la memoria non mi inganna, ci siamo presentati senza la minima idea di cosa dovevamo fare e Lou ha detto: “Vi facciamo sentire queste tre o quattro canzoni e poi le suoniamo tutti insieme, ok?”.

Erano demo erano abbastanza chiare per carpire la struttura. In pratica ci coinvolsero nel vecchio metodo di registrazione, dove tutti suonavano nello stesso momento. Io avevo le mie chitarre dall’altro lato della strada, quindi sono andato a prenderle, ho attaccato il jack e abbiamo iniziato. È stata una giornata di lavoro davvero interessante. Non c’è stato un seguito, è stata una cosa di una volta sola, e a me andava benissimo così. Lou era davvero affascinante e sapeva il fatto suo».

“Doors of Sleep” Steve Howe (1975)

«Questo è un pezzo del mio primo album solista, Beginnings. Ero davvero entusiasta di avere il pieno controllo. Il fatto di dover cantare mi spaventava molto, ma alla fine mi sono assunto la responsabilità. Qualcosa è venuto bene, altre parti non così tanto e moltissime delle cose sono buone a metà. Col passare del tempo ho imparato a conoscere molto meglio la mia estensione e negli anni ’80 ho imparato a cantare per bene. 

Questa canzone riassume tutto l’album. Mi sono occupato praticamente di tutto, anche di suonare il basso, che mi è piaciuto tantissimo. Una parte della canzone è presa da una poesia di Alice Meynell. Sono sue le parole del bridge, la parte che parla delle “porte di sonno”. E siccome volevo che quello fosse il titolo, mi hanno chiesto i diritti. Avrei dovuto cambiare il titolo. (Ride) Lei non ha scritto né la musica né le altre parti del testo, ma l’editore era veramente un tipo tosto e alla fine ho dovuto rinunciare a gran parte dei diritti solo perché avevo usato il titolo e quella parte del bridge. Non sono uno che rimpiange facilmente le cose, ma a volte ti chiedi se il gioco vale la candela».

“Heat of the Moment” Asia (1982)

«Sono stato io a presentare [il bassita e vocalist dei King Crimson] John Wetton a Geoff Downes [tastierista dei Buggles e degli Yes]. Io l’ho detto subito che avevamo bisogno di Geoff nella band, ma Carl [Palmer, batterista degli ELP] e John erano irremovibili: dovevamo essere un trio di chitarristi. Sono stato poi io a fare in modo che accadesse… Comunque, per scrivere canzoni Geoff e John erano l’accoppiata perfetta. In pratica un giorno arrivano e mi dicono: “Abbiamo una canzone pronta”. Tutti gli altri pezzi del disco ce li avevamo già a quel punto. 

L’abbiamo ascoltata e ci siamo detti: “Beh, è una bella. Roba buona”. Aveva acceso il nostro entusiasmo. Il fatto di avere nuovo materiale alla fine del nostro lavoro ci incoraggiava, sentivamo di aver imboccato la strada giusta. Questo era il primo singolo. Ci fu subito chiaro che eravamo di fronte a una canzone di tutto rispetto e con un bel piglio. Ho registrato tutte le chitarre da diversi amplificatori, quindi ci sono accavallamenti massicci di power chord. Ho usato una Gibson Les Paul, nel ritornello una Telecaster.

In pratica, avevo una bella occasione per poter fare qualcosa di veramente nuovo. Era un pezzo power rock. Più mi allontanavo dallo stile degli Yes, più capivo che era la cosa giusta da fare. Avevo suonato 10 anni con gli Yes, e non volevo che gli Asia fossero simili a loro, e questa canzone aveva uno stile totalmente diverso. (Ride) Per qualche strano motivo, poi, è diventata stile Yes. (Ride) Con Owner of a Lonely Heart, infatti, la band si è mossa esattamente in quella direzione, che si discostava parecchio da quello per cui eravamo conosciuti fino a quel momento». 

“Welcome to the Pleasuredome” Frankie Goes to Hollywood (1984)

«È sempre bello quando riesci a stabilire un rapporto con le persone: anche se non è sempre continuativo, riesci comunque trovare altri modi di lavorare insieme. È quello che è accaduto con Trevor Horn [che nel 1980 è stato il frontman degli Yes per l’album e il tour di Drama]. Per lui ero il tipo da chiamare quando serviva una chitarra. Telefonava e diceva: “Steve, ti piacerebbe suonare questa?”. Quel pezzo dell’album dei Frankie lo abbiamo fatto nel giro di un pomeriggio. Portai la mia chitarra resofonica e capimmo che funzionava. Dava quel tocco di colore in più, quella struttura che non ti saresti aspettato da un album dei Frankie. 

E che album! Trevor ci mise tutto se stesso in quelle registrazioni. Avrei suonato anche nel loro secondo disco, Liverpool. In pratica ero diventato il chitarrista di fiducia di Trevor ed ero sempre molto felice di aiutarlo. C’era proprio una bella atmosfera a lavorare con lui e il suo team. Era tutto molto tecnologico. Al tempo stavamo preparando un album con i GTR e presi molti spunti dalle sue idee. Era una direzione totalmente diversa da quella imboccata da Geoff [Downes] quando produsse l’album dei GTR. Erano proprio due cose diverse. I GTR stavano andando verso l’arena rock, mentre Trevor stava assorbendo tutte le novità del sound degli anni ’80, al cui sviluppo ha dato un contributo fondamentale, e io ero pronto a salire su quel treno. Per me è stato puro divertimento».

“When the Heart Rules the Mind” GTR (1986)

«Non sono un tipo che esagera, ma credo che per scrivere l’album dei GTR io e [l’ex chitarrista dei Genesis] Steve Hackett ci abbiamo messo almeno sei mesi. Se non erano sei, poco ci mancava. Abbiamo scritto l’album e in quel periodo è nata anche la band. Avevamo tutto il materiale necessario, lo avevamo provato. Tutti sapevano cosa dovevano fare. Nella band eravamo tutti piuttosto bravi. Ci divertivamo da matti. C’erano momenti di humor sfrenato in studio. Non poteva essere altrimenti, [il cantante] Max Bacon e [il bassista] Phil Spalding erano ragazzi vivaci sempre pronti a farsi una risata. Steve invece era un po’ più serio. Era abituato a guidare la band col pugno di ferro. Io invece ero abituato a stare in un gruppo dove ogni componente era al pari degli altri. Questo in seguito avrebbe causato dei problemi, ma in quel momento funzionava a meraviglia. 

Quando registrammo When the Heart Rules the Mind, avevamo in mente che sarebbe stato il pezzo principale. Lo percepivamo dalla struttura e dai ritornelli. La produzione fu parecchio elaborata. Nella canzone ci sono chitarre in reverse e molti cambi di tempo. Abbiamo usato un sacco di Roland Synth per chitarra e fatto in modo che il brano, le parti cantate, i ritornelli fossero estremamente vividi. Era come se stessimo costruendo una canzone che racchiudeva tutto. 

Anche se avevamo molto da offrire, per il mio orecchio è stata modificata troppo in fase di post produzione, era quasi esagerata. Eppure, quando l’abbiamo presentata alla Arista (ride a crepapelle) ci dissero che volevano ancora più riverbero. Rido così tanto perché ti giuro, è stato troppo divertente. Quando sentii che su quel pezzo e altri volevano più riverbero, non ero affatto contento. Era ridicolo. Su ogni canzone c’erano qualcosa come 10 effetti diversi di riverbero. (Ride) Ogni strumento ne aveva uno a sé. C’erano tonnellate di riverbero. Comunque fu un periodo felice. I GTR si sentivano un po’ “Asianeschi” al tempo. Eravamo sicuri di quello che stavamo facendo e ci sembrava tutto perfetto, o molto vicino alla perfezione. È stato proprio un bel periodo».

“Innuendo” Queen (1991)

«Quell’anno stavo girando la Svizzera per fare delle registrazioni. Avevo qualche giorno libero e me ne sono andato a Montreux, dove ho molti ricordi: Going for the One era stato registrato lì. Ero a pranzo in un ristorante che era leggermente seminterrato. Un tizio passa di lì e mi grida: “Steve!”. Alzo gli occhi e vedo che era uno della crew dei Queen che prima lavorava nella crew degli Yes. Mi sembra che si chiamasse Martin. Mi disse: “I ragazzi lo sanno che sei qui? Ti va di venire a fare un saluto?”.

Finito di pranzare l’ho seguito, e in realtà mi sono reso conto che non era stato un incontro casuale. Entro, scambiamo due chiacchiere e poi i ragazzi mi dicono: “Vorremmo farti sentire l’album”. Al che io rispondo: “OK, fatemi sentire, ho un sacco di tempo libero”. Mi fecero ascoltare il disco, ma lasciarono Innuendo per ultima. Una volta finita, mi fanno: “Pensi che potresti aggiungere un po’ di chitarra in questa?”. Io risposi che secondo me non ne avevano bisogno e che c’erano delle parti bellissime. Loro mi dissero ancora: “No, no. Vogliamo qualcosa di più”. “Ci posso provare”. 

Avevano una Gibson Chet Atkins, ovvero una chitarra classica senza buca. Era quella che Brian [May] aveva usato per il pezzo. Presi una delle sue chitarre e dopo un paio d’ore, nel tardo pomeriggio, facemmo qualche registrazione; poi dopo una pausa ne facemmo un’altra. Fu davvero solo improvvisazione, ed era esattamente quello che volevano. Delle funzioni tonali strutturate di cui ero capace non ne vollero nemmeno sapere. Per loro andava bene che suonassi qualsiasi cosa, che fortunatamente mi è sempre riuscito bene. Non so come o perché, ma di questo sono grato perché è una cosa che mi piace tantissimo. Nel processo di improvvisazione accadono cose straordinarie prima che il produttore inizi a stressarti con i suoi: “Possiamo registrarne un’altra?”. “Ma dai, ne abbiamo fatte 10! Cosa vuoi da me, il sangue?!”.

Comunque, i ragazzi sono stati davvero carini. Mi scrissero una lettera dove mi ringraziavano per aver accettato e mi inserirono nei crediti. È stato davvero bello averli incontrati prima che Freddie ci lasciasse. Trovai Roger [Taylor], Brian e Freddie particolarmente gentili. Erano una band vera, unita. Si sedevano insieme e andavano d’accordo, erano molto simili. Fu una cosa molto bella».

“Planet Earth” William Shatner (2011)

«Che vadano al diavolo! Non ho paura a dirlo, lascialo pure nell’intervista. Per questa canzone avevo suonato delle cose veramente belle e non sono nella registrazione. Di mio non c’è assolutamente nulla. C’è un tizio che suona qualcosa che avrebbe potuto suonare chiunque. Ho detto: “Guarda, non mi metterò a suonare la parte che tutti conoscono. È facile, non c’è modo di elaborarla”.

Allora decisi di fare qualcosa con note singole. Poi solo Dio sa cos’è successo. Quando è uscito il disco, l’ho messo su e le mie parti erano sparite. Penso che William Shatner sia una persona carina, so che è un grande amico di Billy Sherwood [il bassista degli Yes], ma mettermi nei crediti senza che ci sia niente di mio è molto scortese. La cosa più scortese che tu possa fare. Non è affatto bello». 

“Now and Again” Jon Anderson (2019)

«Ricevo questa chiamata da Jon, che mi fa: “Ti va di suonare su questo pezzo?”. Lo ascolto e noto che ci sono degli spazi da riempire. Ho usato un po’ di chitarra classica, il tipo di strumento che mi piace utilizzare quando voglio risaltare senza sfondare i muri. Emerge in una maniera tutta particolare. Dopodiché per 11 mesi non ne ho più saputo nulla. Mi avevano promesso che mi avrebbero fatto sentire il mix. E poi a un certo punto ricevo un messaggio molto carino da Jon che mi dice che gli è piaciuto tantissimo quello che avevo fatto, così tanto che aveva deciso di cantare seguendo la mia parte di musica. (Ride) Dentro di me ho pensato: “Oh mio Dio, come ha fatto a cantarci sopra?”, eppure ci è riuscito. In un certo senso forse è stato ispirato da me e ha cantato sulle mie note. 

Non ho molto altro da dire. Io l’ho sentita in modo diverso perché avevo tutti questi spazi dove mi potevo inserire suonando. Ma è un pezzo di Jon e lui può fare quello che vuole, ha la totale libertà e ha deciso così». 

“Love Is a River” Steve Howe (2020)

«Lavorare a questo disco, Love Is, mi è piaciuto tanto. Ma devo dire che è così per tutti i miei album da solista. Metà delle canzoni sono strumentali, ed essere riuscito a trovare quell’equilibrio è stato davvero gradevole. In questo album Jon Davison [l’attuale cantante degli Yes] canta delle armonie e suona il basso. Ha davvero un grande talento e una voce bellissima.

Ho iniziato a lavorare al disco nel 2015 e Love Is a River era già nell’aria. Me la sono tenuta lì per un po’, l’ho sviluppata e ho iniziato a vederla come l’asse centrale, il brano principale dell’album. È una sorta di viaggio personale, come se questa canzone indicasse gli alti e i bassi delle complicazioni più insospettabili dell’amore, ma anche i piaceri. Rispondere alla domanda “Cos’è l’amore?” in una sola frase sarebbe impossibile. È una combinazione di emozioni. Non ha luogo. 

Puoi dire che l’amore è nella mente, o che fluisce dentro il corpo, ma io sono convinto che sia un processo di bellezza e apprezzamento della natura. Non c’è niente di più interessante che avvicinarsi a un’altra persona che fa anch’essa parte di quella stessa natura e di quella bellezza. Ecco, per me l’amore è tutto lì. È l’emblema della naturale bellezza dell’amore per il mondo. È tutto interconnesso».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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