L’epopea dei singoli anni ’80 non inclusi negli album | Rolling Stone Italia
Don't You Forget About Me

L’epopea dei singoli anni ’80 non inclusi negli album

Tra sperimentazioni e grandi successi, pezzi per il mercato giapponese e riscoperte sorprendenti, la storia dei 45 giri pubblicati come opere a parte passa da Depeche Mode, Duran Duran, Bowie, Madonna

L’epopea dei singoli anni ’80 non inclusi negli album

I Duran Duran nel 1983. Da sinistra, Roger Taylor, Simon Le Bon, Nick Rhodes, John Taylor, Andy Taylor

Foto: Fin Costello/Redferns

C’erano una volta gli album: è infatti oramai prassi nella discografia contemporanea dare precedenza ai singoli. Non c’è cantante che non li immetta sul mercato a raffica per evitare di essere dimenticato nel giro di una settimana (spesso giustamente). Ma se il valore musicale a lungo termine è una cosa da età della pietra, o quasi, vero è che dagli anni ’60 ai ’90 il singolo ha avuto un posto importante nella diffusione di intere scene, diventando anche oggetto da collezione ad esempio per i lati B, canzoni spesso introvabili su album.

Ecco: parlando invece dei lati A, i singoli non inclusi negli album hanno avuto un’aura particolarissima. A volte hanno fatto esplodere commercialmente gli artisti, a volte invece sono stati esperimenti non tanto da dimenticare quanto a torto in fretta dimenticati. In ogni caso, sono stati la cartina da tornasole per capire se la direzione musicale era giusta o meno. Negli anni ’80 sono stati un mezzo di evoluzione tanto quanto un modo per tastare il polso delle masse. Ecco allora un campione di dieci singoli di quel decennio divisi in altrettante categorie: perché non tutti i singoli sono uguali e – nel bene e nel male – rappresentano spesso una svolta nella musica dei loro autori.

I lati B promossi a lati AIt’s Called a HeartDepeche Mode (1985)
Depeche Mode - It's Called A Heart (Official Video)

I Depeche sono sempre stati prodighi di singoli che fanno storia a sé, dei quali di solito erano piuttosto soddisfatti. Nel caso di It’s Called a Heart le cose andarono diversamente: la band, e soprattutto Alan Wilder, avrebbe voluto il brano come lato B, preferendo la più ardita Fly on the Windscreen come apripista. Su quest’ ultima cadde però il veto di un pubblicista della Mute Records il quale fece notare candidamente che la parola “morte” come incipit avrebbe potuto inficiarne il successo. I Depeche erano già passati in zona industrial e Fly on the Windscreen era appunto una visionaria e malata carrellata distopica ispirata a Blade Runner. It’s Called a Heart invece, pur non perdendo una virgola in quanto a spigolosità digital/industrial, mantiene groove e melodia, risultando pop senza però snaturare l’impeto sperimentale del quartetto. A Wilder sembrava che il brano li facesse tornare indietro, ma It’s Called a Heart è invece una canzone che fotografa il passaggio della band verso sonorità più dure con uno studio della melodia che possa abbracciarle, corredato anche da un video che mescola antropologia, ritualismo, neoprimitivismo e pone il problema della tecnologia che, documentando il presente, ruba l’anima. A livello di classifica fu un successo modesto ed è probabilmente il singolo più sottovalutato della storia dei Depeche: ma essendo influente, potrebbe essere addirittura – perché no? – tra i più importanti.

I singoli “ponte” tra due ereThe Way You AreTears for Fears (1983)
Tears For Fears - The Way You Are

The Way You Are è uscito nel limbo tra il primo album The Hurting e il secondo Songs from the Big Chair dei Tears for Fears, prodotto appositamente per tenere acceso l’interesse del pubblico sulla band in quel lasso temporale. Scritta mentre i due erano nel pieno del tour di The Hurting, il pezzo vede per la prima volta un uso massiccio di campionamenti (tratti da Fairlight e compagnia digitale) e una direzione quasi afro con poliritmie e un procedere da danza tribale. Ad ogni modo i due lo ripudiarono quasi subito, affranti di non essere riusciti a rimanere maggiormente in studio a cesellarlo a causa delle pressioni dalla casa discografica. Non sappiamo quindi se ci troviamo di fronte a un’opera incompiuta, ma sicuramente il brano è un gioiellino pop dalla deliziosa melodia che ti penetra nel cervello e da un’indubbia – e inedita per il duo – audacia nell’ uso delle nuove tecnologie. Non andò benissimo in classifica, ma quando Curt Smith dice che «è la cosa peggiore che abbiamo mai fatto» esagera un pochino: oggi è un pezzo più fresco di Sowing The Seeds Of Love.

Le svolte clamoroseDon’t You (Forget About Me)Simple Minds (1985)
Simple Minds - Don't You (Forget About Me)

La storia la conosciamo tutti: questo singolo ha fatto letteralmente fare il botto ai Simple Minds trasformandoli da band new wave a prodotto pop generalista. Normalmente di fronte al grande successo di un 45 giri una band normale se ne pasceva: i Simple Minds invece rimangono sconvolti. Questo perché non è un brano scritto da loro ma da Keith Forsey, ovvero l’autore di Billy Idol che fu una delle “seconde scelte” al quale inizialmente era stata dirottata la canzone perché la band di registrarla non ne voleva sapere. Ma tanto era la fissa di Keith per i Minds che alla fine riuscì a convincerli: che sarà mai produrre un singolino tratto dalla colonna sonora di un film generazionale come The Breakfast Club? La band scozzese accetta interpretandolo come un compitino, una sciocchezza che sarà presto dimenticata, arrangiandola in tre ore come se fosse acqua fresca. Quando però il destino la farà schizzare ai primi posti di tutto il mondo riuscendo anche a bucare il mercato statunitense, i Simple Minds cominciano a odiarla profondamente: divisi tra frustrazione e vergogna per non aver portato al successo qualcosa che fosse farina del proprio sacco, non inseriranno il brano nell’album di quell’anno Once Upon a Time. Nonostante il tentativo di sabotare il loro stesso pezzo, furono obbligati dal pubblico ad eseguirlo ad ogni concerto, ricevendo vere e proprie ovazioni. In fondo è un omaggio ai Minds da parte di Keith Forsey che per costruire il brano prende di peso la sezione finale della loro Pleasantly Disturbed, come se fosse stata una storicizzazione della band e del loro songwriting, ma per conto terzi. Che poi sia stato, probabilmente, il loro canto del cigno, quella è un’altra storia.

Le scommesse vinteIs There Something I Should Know?Duran Duran (1983)
Duran Duran - Is There Something I Should Know? (Official Music Video)

Un altro singolo che non è mai entrato in un album ufficiale ma che ha soddisfatto sia artista che pubblico è Is There Something I Should Know?, una delle sintesi più perfette del Duran sound. Una roba che in effetti profuma di singolo anni ‘60, un po’ come quelle “bombe intelligenti” che i Beatles registravano per il piacere di vederle consumate dai mangiadischi dei teenager di tutto il pianeta. Ecco, il paragone scomodo che si faceva all’epoca tra i Duran e i Beatles qui ha ragione d’essere: un pezzo galvanizzante, con un gran tiro e delle melodie imbattibili in cui si nota l’abilità di Le Bon nel cucire più linee separate e farne una canzone compiuta. Un singolo di passaggio tra il secondo e il terzo difficile album dei Duran che in concomitanza con il crescente interesse del pubblico americano nei confronti di Rio e l’inizio dello strapotere della band su MTV, riuscirà a traghettarli verso il loro primo posto nel Regno Unito facendoli finalmente esplodere negli Stati Uniti. Il brano preannuncia un cambio di stile: l’abbandono del new romantic verso lidi maggiormente dance oriented. Debuttano anche il nuovo produttore Alex Sadkin e il suo ingegnere del suono Phil Thornalley, fresco di produzione di Pornography dei Cure, entrambi cruciali nel creare il sound di Seven and The Ragged Tiger. In questo brano inoltre Nick Rhodes sviluppa un nuovo modo di adoperare i synth, con il caratteristico pulsare slice del suo Jupiter 8 che diverrà suo marchio di fabbrica. Quando si dice un esperimento riuscito.

I 45 giri di rivincitaTorchSoft Cell (1982)

I Soft Cell di Marc Almond sono la storia indiscussa del synth pop, ma ahimè vengono sempre e comunque ricordati per quelli di Tainted Love, una cover di Gloria Jones. Con quel singolo raggiunsero la prima posizione in classifica, ragion per cui il duo pensò di poter raggiungere subito dopo un successo di pari portata anche con i propri pezzi originali. I singoli successivi si fermano sempre a pochi punti dalla vetta, creando non poca frustrazione nella band. L’eccezione è Torch, singolo stand alone pubblicato nel 1982. Reclutata per il feat vocale una certa Cindy Ecstasy, conosciuta a New York e novella Virgilio per le scorribande tra club e nuove droghe (l’ecstasy) dei due, i Soft Cell scrivono una canzone d’amore probabilmente ispirata a stati alterati indotti dalla nuova – ed empatica – droga. Con il suo sinuoso andazzo à la Bacharach, Torch sfiorerà il primo posto in classifica rassicurando sulle capacità dei due di scrivere materiale proprio in grado di sfondare. Dopo l’exploit il duo comincerà invece a dissolversi e ad entrare in una fase di compiaciuta quanto stupenda decadenza culminata col dark side di The Art of Falling Apart e con la repentina discesa nelle classifiche per frequentare ambienti più estremi e underground. Torch verrà inserito da NME tra i 50 migliori singolo dell’anno 1982, il coevo album Non-Stop Ecstatic Dancing rimarrà pressoché ignorato dalla critica. E allora è proprio il caso di dirlo: meglio singoli che mal accompagnati.

I singoli per fare cassaBoys and GirlsHuman League (1980)
HUMAN LEAGUE Boys And Girls

La decisione di fare uscire come singolo Boys and Girls fu meramente pratica: Phil Oakey si era indebitato fino al collo con la Virgin che premeva per fare cassa e risolvere la situazione al più presto. Con l’abbandono di Martyn Ware e Ian Craig Marsh per formare gli Heaven 17, gli Human League fanno entrare nel progetto anche due coriste, Susan Sulley e Joanne Catherall. Non avendo grande esperienza compositiva, la situazione non sembra semplice, ma con estremo coraggio i due registrano a gran velocità il brano dopo averlo suonato live nel tour del 1980. Dell’ingenuità autoriale possiamo notare, ad esempio, il ritornello, praticamente Another Brick in the Wall dei Pink Floyd. Nonostante gli Human League siano ancora legati al loro passato minimal wave duro e puro e delle due coriste non sia ancora traccia se non nella copertina del 45 giri, è anche vero che nel testo del brano si percepisce un ponte verso Dare e il suo afflato generazionale.

I classici mancatiGamblerMadonna (1985)
Madonna - Gambler (Official Video)

Probabilmente uno dei singoli più sottovalutati di Madonna, fu inciso per la colonna sonora del film Crazy for You – Pazzo per te, insieme a Crazy for You. I due brani non vengono inclusi negli album ufficiali della cantante americana, ma pubblicati come 45 giri. Mentre Crazy for You avrà un ottimo riscontro commerciale, Gambler non viene distribuiti negli Stati Uniti nel timore che possa creare problemi alle performance commerciali dei singoli tratti da Like a Virgin. Risultato: si impedisce al brano di diventare una sicura hit mondiale (nel Regno Unito arriverà dritto al quarto posto). Un peccato, perché trattasi di una traccia dal tiro micidiale, un synth pop roccioso enfatizzato da una drum machine carichissima e una Madonna quasi punk nelle intenzioni e nei testi, un manifesto di emancipazione femminile a tutto tondo, l’ultima canzone scritta interamente da lei (almeno fino a Hey You del 2007). Insomma, un classico mancato che ancora chiede giustizia.

I pezzi sottovalutatiProcessionNew Order (1981)
New Order - Procession (Official Lyric Video)

Tra tutti i singoli stand alone pubblicati dai New Order questo è in assoluto il più oscuro e sottovalutato. Il motivo è probabilmente insito nel suo suono ibrido, che nello stesso momento mette insieme la cupezza dei vecchi Joy Division e la luce dei nuovi New Order, e nella scelta testuale che sostituisce alla cruda analisi della realtà di Ian Curtis una serie di astrattismi esistenziali quasi incomprensibili. Trattasi infatti del secondo singolo in assoluto del gruppo di Manchester, in cerca di identità dopo la traumatica fine dei Joy Division. Un brano schizofrenico, che spiazza l’ascoltatore risultando un picco di stranezza della band forse mai più raggiunto, e quindi degno di nota. Entrerà nella top 40 inglese grazie probabilmente all’altra canzone del 45 giri, ovvero Everything I Gone Green, essendo il microsolco concepito come un doppio lato A. Dal punto di vista delle esecuzioni live, i New Order dopo i primi anni ’80 la dimenticarono. Solo Peter Hook l’ha ritirato fuori dal cilindro eseguendolo nei suoi recenti concerti da solista: a volte la qualità è tanto alta che gli stessi autori faticano ad accettarla.

I singoli per il mercato asiaticoCrystal JapanDavid Bowie (1982)
Crystal Japan (2017 Remaster)

La storia di questo singolo è curiosa: edito solo per il mercato giapponese, era il commento musicale ad uno spot di un liquore nipponico, con lo stesso Bowie in grande spolvero in qualità di testimonial. Il brano è un fascinoso strumentale con echi del periodo berlinese ma anche – con molta probabilità – ispirato al Sakamoto solista (più avanti i due reciteranno insieme in Furyo di Oshima). Inizialmente inteso come finale di Scary Monsters al posto di It’s No Game Part 2, fu poi scartato: ma l’occasione fa l’uomo ladro e Bowie riciclò la traccia una volta accettata la proposta pubblicitaria. Brano per lungo tempo oscuro ai più e a lungo non contenuto in nessuna raccolta, ha vissuto una seconda giovinezza grazie ai Nine Inch Nails che confessarono la sua pesante influenza su A Warm Place, contenuto in The Downward Spiral, e che – anche a detta di Bowie – è a tutti gli effetti una specie di cover di Crystal Japan. In un ’82 per Bowie avaro di album ufficiali, questo singolo è una perla preziosa capace di rendere più sopportabile lo iato dell’artista.

I 45 giri dimenticatiBlack LeatherSex Pistols (1980)
the sex pistols Black leather 1978

Nel 1979 i Sex Pistols sono praticamente finiti, con Johnny Rotten fuori dalla band e Sid Vicious in carcere e in preda all’eroina. Ma la produzione del film The Great Rock’n’Roll Swindle non si può fermare e Malcolm McLaren preme i due rimanenti membri, Paul Cook e Steve Jones, per produrre canzoni da inserire nella colonna sonora, fatta per buona metà di roba riciclata dalle prime prove della band e da arrangiamenti discutibili dei loro classici. Il duo riesce nell’impresa di fornire una manciata di brani tra i quali Silly Thing, ma Black Leather viene stranamente esclusa dalla playlist finale: verrà quindi donata alle Runaways che ne registreranno una loro versione contenuta nell’ultimo album ufficiale della band. La versione originale sarà invece pubblicata come singolo nel 1980 e inserita nel praticamente ignorato box set Pistols Pack; scelta suicida visto che la raccolta dei singoli Flogging a Dead Horse mancava di inediti e nonostante questo entrò in classifica. Se Black Leather avesse avuto spazio, il successo del singolo avrebbe avuto diverso destino: la canzone sarà invece bellamente skippata da chiunque, così come il suo lato B (Here We Go Again) che ancora oggi è dimenticato dai più. Eppure è un evidente documento del tentativo di riformare i Sex Pistols in una maniera più hard rock, cercando di avvicinarsi a una modalità ispirata agli Stooges, superando il punk e indurendo i suoni (nonché inserendo tematiche prima assenti come il bondage). Di lì a poco Jones e Cook formeranno i Professionals mettendosi alle spalle l’incubo Pistols e creando una formula in cui punk, hard rock e new wave si incontrano: una miscela molto distante da quello che rappresenta Black Leather, davvero l’ultimo guizzo di quello che sarebbero potuto essere i nuovi Pistols. Non a caso i Guns N’ Roses, accortisi di questo particolare non da poco, ne faranno una ottima cover nel loro The Spaghetti Incident?, riportando alla attenzione dei media un singolo altrimenti sotterrato dalla storia.