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L’epopea dei greatest hits

C'è stato un tempo, prima dello streaming, in cui le antologie erano il punto d'accesso al mondo di un artista e vendevano milioni di copie. Ecco il best of dei best of: 10 greatest hits che hanno fatto la storia

I Queen nel 1981

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Le compilation dei brani di maggior successo di un artista o di una band sono l’archetipo delle playlist. Sul piano discografico, salvo rarissime eccezioni come l’exploit da 3 milioni e rotti di album venduti da 5×20 All the Best!! 1999–2019 della boy band giapponese Arashi, rappresentano ormai una quota puramente simbolica del mercato.

Si tratta di pochissima cosa rispetto ai tempi della loro massima espansione fra gli anni ’70 e i primi anni 2000. La datazione del sipario che cala sul mondo dei greatest hits o dei best of (questi ultimi non necessariamente basati sulla presenza di successi) si potrebbe collocare nel dicembre 2005, quando uscì Curtain Call di Eminem, che vendette 13 milioni di copie. Da allora non c’è più stato un greatest hits di così grande impatto. Nel 2022 pubblicare ex novo una raccolta di successi con tutto quello che significa sul piano delle spese sembra più uno sfizio per pochi. Fai una playlist ufficiale e il gioco è fatto. Le ultime raccolte importanti come quelle di White Stripes, The Weeknd o Franz Ferdinand sono solo l’eccezione che conferma una regola.

I discografici, specie quelli a corto d’idee, hanno sempre avuto un debole per i best of. Di solito “garantiva” vendite sicure sfruttando una formula semplice e un catalogo già bello che pagato, eccezion fatta per l’inedito ad hoc, specchietto per le allodole del fan con la bava alla bocca (anche se c’erano gli appassionati che la bocca la storcevano perché le valutavano come banali operazioni di marketing). «Le case discografiche si preoccupavano solo dei loro bilanci trimestrali. Non gliene fregava un cazzo se il greatest hits era fatto bene o male, volevano solo un prodotto da vendere», spiegò Don Henley al suo biografo Marc Eliot, giornalista del New York Times. Di sicuro a Mick Jagger e Keith Richards è ribollito il sangue quando Hot Rocks 1964-1971, uscito senza la loro approvazione, scalò rapidamente le classifiche. Tuttora è il disco più venduto degli Stones. Forse per questo motivo la band inglese prova da decenni a confezionare il best perfetto, senza mai riuscirci a pieno. C’è andato molto vicino con 40 Licks, ma lo strapotere d’acquisto degli americani ha fatto definitivamente pendere la bilancia dalla parte di Hot Rocks: 12 milioni contro 4 milioni.

Che poi il best of perfetto esiste eccome. Basta pensare a Singles Going Steady dei Buzzcocks, Here’s Little Richard, Standing on the Beach dei Cure, per non parlare di due o tre raccolte degli Smiths o di Substance dei New Order/Joy Division. E qui bisogna essere oltremodo chiari: ben riuscito o meno, figo o sfigato, questo format discografico fra i più snobbati dalla critica e dai fan intransigenti è stato il bigino musicale d’intere generazioni che spesso ha introdotto ad ascolti molto più ampi e variegati.

Per compilare questo greatest hits dei greatest hits abbiamo tenuto conto di maxi-vendite certificate da dischi platino multipli (dal 2016, nel conteggio delle associazioni di categoria come BPI e RIIA si è aggiunto il numero di stream), qualità del repertorio e di quello che chiamerei iconic factor, vale a dire l’impatto di questi dischi nell’immaginario collettivo.

“Their Greatest Hits (1971–1975)” Eagles

C’è solo un greatest hits fra i primi 10 dischi più venduti al mondo ed è il “teschio” degli Eagles. La famosissima raccolta, al secondo posto nel club globale dei multi-platino in cui spadroneggia Thriller di Michael Jackson, è il disco più venduto di sempre negli Stati Uniti. Quando uscì, il 17 febbraio 1976, la band di Los Angeles aveva appena quattro dischi all’attivo e stava lavorando a Hotel California (medaglia di bronzo nella top 10 multi-platino), ma secondo i dirigenti dell’Asylum le hit per un best of erano già sufficienti. Gli Eagles non la presero bene ma in questo caso ebbero ragione gli addetti ai lavori dell’etichetta. L’album stabilì continui record di vendita superando addirittura nel 1999 il primato di Thriller, che poi lo riagguantò dopo la morte del re of pop. Sull’artwork curato da Boyd Elder aleggia il mito che il calco di plastica del teschio d’aquila poggi su polvere di cocaina. La band non commentò, ma una battuta di Glenn Frey sul fatto che quel fondale gli ricordava una distesa di cocaina fece pensare che durante il servizio fotografico si fosse effettivamente tenuto un coca party.

“Greatest Hits” Queen

Se durante gli anni ’80 entravi in un negozio di dischi, potevi scommettere su due cose. Che c’era un cliente che faceva perdere tempo al commesso di turno con domande insensate. Che in vetrina o sugli scaffali c’era il Greatest Hits dei Queen. La foto di copertina sembrava una riedizione grafica dell’esilio perpetuo nella Zona Fantasma che si vede all’inizio di Superman di Richard Donner, con Freddie, Brian, Roger e John nella parte dei ribelli di Krypton. Eppure quel disco con la sua copertina cheap ma ormai di culto è partito col botto e dal 1981 continua a fare sfracelli. Di recente, con 7 milioni di copie nella sola Gran Bretagna (25 in tutto il pianeta terra), la prima raccolta di successi della band è diventato il disco più venduto del Regno. Freddie l’aveva detto che non credeva in Superman.

“Legend” Bob Marley & The Wailers

Nel maggio del 1984, a quasi tre anni esatti dalla morte di Robert Nesta Marley, usciva Legend, la compilation del musicista giamaicano che 25 milioni di copie dopo è diventato il disco di reggae più famoso del globo. Tranne quattro brani (Get Up, Stand Up, Stir It Up, I Shot the Sheriff e Redemption Song), furono inserite le canzoni entrate nella top 40 britannica fra il 1977 e il 1980 (Marley in America non ha mai avuto particolare fortuna, se si esclude proprio Legend).

“The Immaculate Collection” Madonna

I miei primi 15 anni, regia di Madonna Louise Ciccone. Nel 1990 questo disco era in ogni dove e in sintonia totale con lo spirito dei tempi. Lo sentivi alla radio, su MTV, nelle discoteche e nei party, al cinema e alle sfilate di moda. Insomma, era la roba del momento. La più celebre raccolta di successi della regina del pop – ha venduto la bellezza di 30 milioni di unità – era anche un salto nel futuro del suono. Grazie alla tecnologia QSound riprendeva e “aggiornava” 15 hit del recente passato e conteneva due nuovi brani: Justify My Love, scritta da Lenny Kravitz e Ingrid Chavez (accreditata in seguito a una disputa legale) e Rescue Me. Il gioco di parole fra il titolo e l’immacolata concezione della Vergine fece il suo relativo e un po’ scontato scalpore.

“Gold: Greatest Hits” ABBA

Un milione di copie in meno rispetto a Madonna, 29, per il classico del quartetto svedese datato 1992. Il gruppo pop per eccellenza, di recente tornato agli onori delle cronache per il suo spettacolo virtuale londinese ABBA Voyage, ha costruito la sua fama grazie a canzoni popolarissime come Dancing Queen, Mamma Mia, Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight) o SOS. Poteva forse non appartenere all’élite discografica di cui sopra? Agnetha, Björn, Benny e Anni-Frid (e i loro avatar) sono forse fra gli artisti più influenti e transgenerazionali che esistano e Gold, più un brand album che una compilation, con tutte le sue ristampe e declinazioni, è l’oggetto pop per antonomasia che ha fatto da propulsore al revival infinito della band. Consumato fino alla stanchezza. Perché un po’ di stanchezza la musica degli ABBA la induce, se la si utilizza per ballare.

“1” The Beatles

Il 13 novembre 2000 il mondo conobbe l’ennesimo virtuosismo beatlesiano: come si costruisce un greatest hits del nuovo millennio facendolo diventare con 31 milioni di pezzi venduti il best seller degli anni Zero. George Martin, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr sapevano di stare sulle spalle di due giganti – l’album rosso e quello blu, le due antologie più iconiche dei ragazzi di Liverpool. Per inventarsi qualcosa di nuovo – e potendolo fare – stilarono una tracklist speciale. La scelta cadde sulle 27 canzoni dei Fab Four finite al numero uno in classifica. A questo concept si aggiunse una tecnologia del suono avanzata e un packaging studiato in ogni dettaglio che poteva contare sul design pop art di Rick Ward per la copertina e su una fotografia di Richard Avedon per il retro. Il format di 1 servì poi come template di base per costruire i “nuovi” greatest hits” dei primi anni 2000. L’idea affascinò lo staff dell’RCA che la “rubò” per confezionare con grandissimo successo Elv1s: 30 #1 Hits di Elvis Presley. Poi venne il turno di Number Ones di Michael Jackson e – fantasia al potere – Number Ones dei Bee Gees.

“Greatest Hits” Elton John

Oggi è un pezzo di antiquariato musicale, messo fuori commercio e soppiantato dalla messe di best of nel corso degli anni, dal popolarissimo The Very Best of Elton John del 1990, pensato per il mercato europeo, fino a Diamonds del 2017. Ma ai suoi tempi questo esordio sul terreno delle hit giovanili prodotto da Gus Dudgeon, primo nella storia a usare sampler nelle produzioni musicali secondo il Guinness dei primati, fu una sorta di proclamazione del talento di Elton John. La raccolta del ’74 fece sfracelli sia oltreoceano sia nel vecchio continente. Non a caso, con 24 milioni di copie, è il disco più venduto di Mr. Rocket Man. La prima volta non si scorda mai.

“Simon and Garfunkel’s Greatest Hits” Simon and Garfunkel

Come si usava spesso ai tempi – gli album rosso e blu dei Beatles ne sono un esempio – i best of erano anche un modo per sfruttare il vuoto lasciato dagli split più traumatici. Uno di questi avvenne nel corso del 1970, quando Paul Simon mise fine al duo. Nonostante le tensioni fra loro, Art Garfunkel e il suo ex socio nel 1972, con un benefit show a sorpresa, appoggiarono le primarie di George McGovern, uno dei candidati democratici alle presidenziali del 1972, vinte poi dal repubblicano Richard Nixon. La Columbia decise di non perdere l’occasione e pubblicò il suggello del duo folk di Forest Hills in concomitanza con quel concerto. A oggi è il secondo disco più venduto della coppia dopo Bridge Over Troubled Water.

“Money for Nothing” Dire Straits

Ci sono casi in cui il greatest hits non segue, ma precede la separazione. Il debutto sul fronte successi di Mark Knopfler e della sua band, pubblicato il 17 ottobre del 1988, andò molto bene anche perché sfruttava la coda lunga del loro disco più famoso, Brothers in Arms, uscito tre anni prima ma ancora presente con una tenace insistenza nei palinsesti di MTV grazie al video in animazione digitale della canzone Money for Nothing che Knopfler aveva scritto assieme a Sting. La compilation, con in copertina un frame tratto dalla clip della title track, ha totalizzato 14 milioni di copie vendute. Il best of, fuori catalogo dal 1998, è tornato in commercio nel giugno di quest’anno con un nuovo remix. Dopo Money for Nothing, i Dire Straits pubblicheranno solo un altro album, On Every Street.

“The Collection” John Lennon

È inutile girarci intorno. La cosa che colpisce di più di quest’album postumo, il disco più venduto della carriera solistica dell’ex Beatle, è lo sguardo enigmatico del cantante inglese che sta per affrontare le ultime ore della sua vita. Lo scatto, infatti, proviene da una session fotografica curata da Annie Leibovitz – al centro delle polemiche per i recenti ritratti degli Zelensky su Vogue – programmata proprio quell’8 dicembre del 1980. Sul piano musicale la selezione dei brani si divide quasi a metà fra quelli concessi in licenza alla EMI e quelli tratti da Double Fantasy, di proprietà della Geffen, fatto che provocò la dilazione dei tempi di pubblicazione di circa un anno a causa di varie lungaggini burocratiche. Nel 1989 fu ideata una ristampa in CD.