Nessun altro presidente americano è stato ossessionato dall’approvazione delle celebrità tanto quanto Donald Trump. Non è stato certo ricambiato, anzi, da quando ha annunciato la prima candidatura alla Casa Bianca ha ispirato un numero enorme di canzoni di protesta. Temi: razzismo, sessismo, ipocrisia, corruzione, avidità, aspirazioni autoritarie e molto altro. Ci sono pezzi cupi, invettive furiose, canzoni su questioni politiche precise e altre che esprimono un rifiuto viscerale delle sue politiche o della sua persona. E ce n’è di tutti i generi musicali: rock, pop, punk, rap, folk, cantautorato, indie. Alcuni degli artisti presenti in questa lista denunciano gli abusi del potere da decenni, altri hanno trascorso buona parte della loro vita nell’incubo trumpiano, ma si può dire che tutti, a modo loro, hanno acceso una luce per provare a indicare una via d’uscita.
Schede di Jon Dolan, Kory Grow, Mosi Reeves, Jason Roth, Christopher R. Weingarten.
25 Campaign Speech
Eminem
2016
Eminem è stato a lungo il portavoce di quella parte dell’America bianca, operaia e alienata che, secondo molti osservatori, costituisce il nucleo dell’elettorato di Donald Trump, eppure si è schierato subito sul fronte anti-Maga. Nell’ottobre 2016, a poche settimane dalle elezioni, ha pubblicato questo freestyle di otto minuti che in buona parte riguarda le ossessioni personali del rapper più che la politica, ma tra rime sparate a raffica, provocazioni, battute offensive e riferimenti alla cultura pop Eminem trova il tempo di rivolgersi agli elettori ancora indecisi: “Dite che Trump non lecca il culo a nessuno come un burattino, perché si finanzia da solo la campagna. Ed è questo che volevate: un cazzo di pazzo fuori controllo, uno che parla senza filtri con il dito sul pulsante, uno che non deve rispondere a nessuno. Grande idea!”. (JD)
24 Nazi Trumps Fuck Off
Jello Biafra
2025
Jello Biafra ha sempre sostenuto che Nazi Punks Fuck Off, pubblicata dai Dead Kennedys nel 1981, non fosse rivolta ai fascisti in senso letterale, ma ai violenti palestrati che all’epoca trasformavano lo slam dancing in una dimostrazione di forza. Quarantacinque anni più tardi, sono tornati i fascisti veri, anche alla Casa Bianca. Presentata per la prima volta durante un concerto del 2017 coi Dead Cross, Nazi Trumps Fuck Off di diverso ha solo il titolo, ma la rabbia rende l’attacco ancora più forte. (JR)
23 Black Barbies
Nicki Minaj and Mike Will Made It
2016
Quando nel dicembre 2016 è uscita la versione di Nicki Minaj di Black Beatles dei Rae Sremmurd, Donald Trump aveva appena vinto le elezioni anche grazie alla promessa di costruire un gigantesco apparato di deportazione. Minaj, nata a Trinidad e Tobago, ha lasciato filtrare le proprie paure per ciò che la nuova amministrazione avrebbe potuto fare agli immigrati come lei. “Ragazza dell’isola, Donald Trump vuole rimandarmi a casa”, canta tra le consuete barre dedicate al lusso, al successo e all’ostentazione. Minaj è poi diventata una sostenitrice sempre più convinta di Trump e molti si sono chiesti se la svolta sia dipesa da una convinzione reale o dal desiderio opportunistico di ottenere la cittadinanza americana. In ogni caso, le inquietudini espresse in Black Barbies sembrano ormai appartenere a un’altra epoca. (MR)
22 Livin in the Usa
Low Cut Connie
2026
In Livin in the Usa, Adam Weiner dei Low Cut Connie protesta cercando di riprendersi l’idea stessa di America, sottraendola ai reazionari Maga che hanno piegato la cultura nazionale ai loro obiettivi repressivi. «Ho fatto questo disco perché mi rifiuto di lasciare che questi figli di puttana ci rubino l’arte e la gioia», ha detto Weiner. «Questo Paese ha inventato il rock’n’roll, l’hip hop, il jazz e l’R&B. La musica che ha un’anima comunica a un livello che nessun algoritmo, guru della tecnologia, intelligenza artificiale o apparato politico potrà mai comprendere o controllare. L’America ha creato forme d’arte capaci di ribaltare i tavoli. Il rock’n’roll è una forma d’arte che ribalta i tavoli. È arrivato il momento di farlo di nuovo». (KG)
21 Cloud of Hate
Superchunk
2018
Con What a Time to Be Alive, il loro undicesimo album, i Superchunk hanno impresso nel 2018 una svolta sorprendentemente politica a una carriera costruita soprattutto su piccoli inni pieni di inquietudine e introspezione dedicati a lavori senza futuro, separazioni devastanti e insoddisfazione quotidiana. Cloud of Hate è uno dei pezzi più incisivi del disco perché non parla tanto di Donald Trump quanto dell’oscurità latente nella società americana che il trumpismo ha portato allo scoperto. Persino il verso più feroce lascia intravedere una possibilità di riscatto: “Spero che tu muoia terrorizzato / da tutti i ragazzi che conoscono la verità”. (JR)
20 Pimps
The Coup
1994
Negli anni ’90 molti rapper citavano Donald Trump come simbolo di ricchezza sfacciata e successo, una sorta di Zio Paperone in carne e ossa, nonostante le difficoltà economiche e le bancarotte. I Coup, storico gruppo funk-rap di Oakland guidato dal futuro regista Boots Riley, sono stati tra i pochi a smontarne il mito già allora. In Pimps, Riley ed E-Roc hanno trasformato magnati come David Rockefeller e John Paul Getty in sfruttatori che “si arricchiscono con le guerre del petrolio” e costringono la gente a sopravvivere con noodles istantanei. Nell’ultima strofa un membro del gruppo imita Trump in stile raggamuffin, prendendolo apertamente in giro: “Trump, Trump, guarda tutti i soldi che ho nel bagagliaio. Sono Donald Trump, credo che mi conosciate già. Poi è arrivata la mia ultima moglie, Ivana, e si è presa tutti i miei soldi”. (MR)
19 Oval Room
Margo Price
2026
Pochi giorni prima dell’Independence Day del 2026, Margo Price ha pubblicato Days of Unrest, una raccolta di canzoni di protesta che comprende tra le altre cose nuove versioni di Maggie’s Farm di Bob Dylan e Deportee (Plane Wreck at Los Gatos) di Woody Guthrie, quest’ultima interpretata con Joan Baez. C’è anche Oval Room, scritta nel 1984 dal cantautore texano Blaze Foley pensando a Ronald Reagan. Secondo Price, però, il ritratto di un politico cinico, avido e incapace di empatia descritto nella canzone si adatta perfettamente anche a Donald Trump: “Pensa che tutto gli appartenga. È un vero cowboy con il trucco in faccia”. Il video accompagna il brano con una carrellata di immagini che ripercorrono alcuni dei momenti più controversi della presidenza Trump. (JD)
18 Chapter 319
Clipping.
2020
“Donald Trump è un suprematista bianco. Punto”. Daveed Diggs, voce dei Clipping., apre così Chapter 319, una dichiarazione d’intenti che non lascia spazio a interpretazioni. Il brano era stato commissionato nel 2017 per un progetto artistico, presentato due anni dopo al Mass MoCA e pubblicato ufficialmente nell’estate del 2020, nel pieno delle proteste che attraversavano gli Stati Uniti. Il rap serrato del gruppo, unito a un’atmosfera cupa e apocalittica e a un campionamento di DJ Screw in apertura, rende Chapter 319 uno dei manifesti musicali più duri contro Trump, ancora sorprendentemente attuale. (MR)
17 City of Heroes
Billy Bragg
2026
Billy Bragg, cantautore da sempre politicizzato, ha scritto City of Heroes dopo gli omicidi di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis. Riprendendo il celebre componimento di Martin Niemöller First They Came, nato come denuncia dell’Olocausto, Bragg ribalta la prospettiva e sceglie di mettersi idealmente in prima linea: “Quando sono venuti a prendere gli immigrati, mi sono messo davanti a loro”, canta, ripetendo lo stesso schema per gli agenti dell’ICE che prendono di mira rifugiati, bambini di cinque anni e perfino “il mio quartiere”. «Ho scritto la canzone come omaggio al coraggio della gente di Minneapolis, che pur sapendo di avere a che fare con uomini dell’ICE pronti ad agire nell’impunità continuano a esporsi per difendere la propria comunità. La loro resistenza è di ispirazione per tutti noi». (KG)
16 Nobody Speak
DJ Shadow feat. Run the Jewels
2016
“Brucio la tua crew più in fretta di quanto Trump si scopi le ragazzine”, rappa El-P in uno dei versi più controversi di Nobody Speak, dando voce alle voci scandalistiche che durante la campagna elettorale del 2016 circolavano su Donald Trump e la sua famiglia. Un’immagine che ha assunto un significato ancora più inquietante dopo le rivelazioni sul rapporto tra Trump e Jeffrey Epstein. Sulla poderosa base costruita da DJ Shadow, El-P e Killer Mike alternano satira feroce, immagini grottesche e provocazioni. È però soprattutto il videoclip, in cui alcuni leader mondiali pronunciano le parole della canzone mentre la situazione precipita in un’escalation di violenza, a rendere esplicita la critica al potere e alle sue derive. (MR)
15 6 Summers
Anderson .Paak
2018
6 Summers si apre con una provocazione costruita sulla voce mai confermata secondo cui Donald Trump avrebbe avuto un figlio da una collaboratrice domestica. “Trump ha un figlio illegittimo e spero che sia completamente fuori di testa. Spero che beva mezcal, che baci ragazze latine e ragazze nere. Spero che sua madre venga da El Salvador e che suo padre, almeno stavolta, resti”, canta Anderson .Paak. Considerando che Trump ha spesso alimentato insinuazioni prive di fondamento contro i suoi avversari politici, il rapper sceglie di usare la stessa arma contro di lui. Da quella provocazione iniziale il brano si allarga però a temi ben più seri, affrontando consumismo, violenza armata e brutalità della polizia. (JD)
14 Citizen I.C.E.
Dropkick Murphys
2026
Vent’anni dopo Citizen C.I.A., dall’album The Warrior’s Code, i Dropkick Murphys hanno realizzato una sorta di sequel. Dal novembre 2025 hanno iniziato a portare sul palco Citizen I.C.E., una satira costruita come un finto annuncio di reclutamento per l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione. Tra i versi più taglienti c’è quello che descrive il candidato perfetto: “Troppo codardo per arruolarti nell’esercito, troppo stupido per fare il poliziotto”. Il gruppo ha poi pubblicato il brano, registrato insieme agli Haywire per uno split LP, dedicandolo alla memoria di Renee Good. Nel post condiviso sui social si leggeva: “La sua famiglia è nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere”. La chiusura, invece, era molto meno conciliatoria: “ICE, possiate marcire all’inferno”. (KG)
13 Neighborhood Kids
Paul Metsa & Alan Sparhawk
2025
Due figure storiche della musica del Minnesota, il cantautore e attivista Paul Metsa e Alan Sparhawk dei Low, uniscono le forze in una canzone che affronta Alligator Alcatraz, i tagli del Doge e altre politiche dell’amministrazione Trump. Lo fanno scegliendo un contrasto evidente: chitarre luminose e armonie vocali avvolgenti accompagnano un testo attraversato da un senso costante di inquietudine. «Come autore e come artista spero che questa canzone possa aiutare le persone ad affrontare l’oscurità del momento, dare loro qualcosa da cantare e su cui ballare, ispirarle e, almeno, far capire che non sono sole e che c’è chi continua a condividere gli stessi valori e gli stessi ideali americani», ha spiegato Metsa. (MR)
12 Dispatch From Mar-a-Lago
L7
2017
Nel 2017, dopo 18 anni di silenzio discografico, le L7 sono tornate con una fantasia che, col senno di poi, è sembrata quasi profetica: una folla inferocita che assalta Mar-a-Lago, la residenza di Donald Trump in Florida, diversi anni prima dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Su un riff massiccio che rilegge in chiave punk l’hard rock più muscolare, Donita Sparks immagina Trump mentre twitta nel panico dal suo trono dorato mentre una folla di punk sfonda i cancelli della proprietà. Una caricatura feroce che oggi suona ancora più inquietante di quanto non fosse all’epoca. (JR)
11 Can’t You Tell?
Aimee Mann
2016
Nell’ottobre 2016 lo scrittore Dave Eggers ha lanciato il progetto 30 Days, 30 Songs, invitando ogni giorno un artista diverso a pubblicare una canzone contro Donald Trump durante il mese che precedeva le elezioni presidenziali. Dopo la vittoria del candidato repubblicano, l’iniziativa è andata avanti fino a raccogliere oltre 1000 canzoni, coinvolgendo musicisti come R.E.M., Clipping., Tim Heidecker e Jpegmafia. Aimee Mann immagina di entrare nella testa di Trump, ancora ossessionato dall’umiliazione subita alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca del 2011: “Quel bastardo mi prendeva in giro davanti a tutti. Quella gente pensa che questa città mi appartenga e tu mi stai facendo perdere la testa”. Col suo sarcasmo sottile, Mann ricostruisce la psicologia del futuro presidente fino al verso conclusivo: “Se mi metti una granata in mano, mi stai solo convincendo a togliere la sicura”. Una descrizione del suo modo di esercitare il potere che continua a sembrare fin troppo attuale. (MR)
10 Make America Great Again
Pussy Riot
2016
Che il ritratto di un’America distopica immaginato dalle Pussy Riot nel 2016 si sia rivelato sorprendentemente profetico non dovrebbe stupire. Le componenti del collettivo femminista russo avevano già sperimentato sulla propria pelle la repressione del regime di Vladimir Putin, tra arresti, processi e carcere, prima di essere costrette all’esilio. Nelle loro mani lo slogan simbolo della campagna di Trump perde ogni retorica elettorale e si trasforma in un appello: “Lasciate entrare gli altri. Ascoltate le vostre donne. Smettete di uccidere i bambini neri. Rendete l’America di nuovo grande”. Il contrasto tra la leggerezza di una bossa nova acustica e le improvvise esplosioni elettroniche restituisce la sensazione di una quotidianità che continua a scorrere mentre, poco alla volta, le fondamenta della democrazia iniziano a sgretolarsi. (JR)
9 Boots on the Ground
Massive Attack feat Tom Waits
2026
La prima canzone inedita di Tom Waits dopo 15 anni, realizzata coi Massive Attack, è un manifesto essenziale contro la guerra, pubblicato poche settimane dopo che Donald Trump aveva smentito la promessa di non aprire nuovi conflitti autorizzando operazioni militari contro l’Iran. Pur nascendo da quell’attualità, il brano affonda le radici in una tradizione di protesta molto più ampia, collegando guerra, disuguaglianze sociali, razzismo e sfruttamento economico. “Noi vi tagliamo le siepi. Noi combattiamo le vostre guerre”, canta Waits. Il video rafforza ulteriormente il messaggio con immagini che richiamano i regimi autoritari e si chiude mostrando i nomi delle persone morte durante operazioni condotte dall’ICE. (JD)
8 No Kings
Jesse Welles
2025
Per molti Jesse Welles è una sorta di Woody Guthrie dell’era di TikTok. I suoi pezzi folk ironici e dichiaratamente progressisti hanno raccolto milioni di visualizzazioni online e Donald Trump è spesso finito nel mirino dei suoi testi, da Trump Trailers, che immagina il tycoon cresciuto in un campo caravan, fino a Join ICE, finto spot di reclutamento per nuovi agenti dell’ICE. No Kings, scritta per accompagnare le manifestazioni dell’omonimo movimento di protesta, recupera lo spirito di This Land Is Your Land di Guthrie e immagina un futuro oltre il trumpismo: “Niente odio, niente violenza. Niente fame e niente avidità. E niente re, niente re”. (JD)
7 A Wall
Downtown Boys
2017
L’inizio di A Wall potrebbe sembrare quello di un classico inno rock, grazie ai fiati e all’energia della band, ma basta l’ingresso della voce di Victoria Ruiz per ricordare che i Downtown Boys restano una formazione profondamente punk. “Quanto basta è abbastanza? E chi lo decide?”, urla, mentre il resto del gruppo le risponde con un secco: “Al diavolo!”. Il bersaglio è il muro al confine con il Messico promesso da Trump durante la campagna elettorale 2016. “Un muro è un muro, nient’altro”, canta Ruiz, smontando il valore simbolico di quella promessa politica. «Se per anni ti hanno tolto opportunità, limitato le possibilità e rubato il futuro, possiamo pretendere di riprenderci tutto. Finché esisterà anche una sola possibilità di immaginare un futuro diverso, ci sarà sempre spazio per la speranza», ha detto a Rolling Stone nel 2017. (MR)
6 State of the Union (STFU)
Public Enemy feat. DJ Premier
2020
“Buffone immobiliarista, gestapo di una setta nazista”. L’attacco di State of the Union (STFU) non lascia spazio a interpretazioni. Ma oltre all’affondo diretto contro Donald Trump, il brano segna anche il ritorno al linguaggio più combattivo dei Public Enemy. Le rime declamate con tono marziale richiamano classici di Chuck D e compagni come Fight the Power, mentre Hank Shocklee, storico membro del Bomb Squad, costruisce una produzione monumentale che riporta ai giorni di Fear of a Black Planet. Un ricordo di quando il rap veniva definito la CNN dell’America nera e la musica era uno strumento di denuncia politica tanto quanto di intrattenimento. (JR)
5 Not Gonna Say Your Name
Entrance
2017
“Puoi costringermi a vedere la tua faccia 100 volte al giorno, ma non pronuncerò il tuo nome”. È da questa scelta che parte Your Name, pubblicata nel 2017 da Guy Blakeslee con il progetto Entrance. Il musicista californiano parte da un’idea semplice: per un narcisista non esiste punizione peggiore dell’essere ignorato. Rifiutandosi di nominare il presidente degli Stati Uniti, gli sottrae proprio ciò di cui si nutre di più: attenzione, visibilità e centralità. A volte, suggerisce la canzone, il gesto più radicale che un brano di protesta possa compiere è proprio quello di non concedere al bersaglio nemmeno un nome. (JR)
4 Big Crime
Neil Young and the Chrome Hearts
2025
Neil Young non ha mai nascosto il suo disprezzo per Donald Trump, ma solo in poche occasioni gli ha dedicato canzoni altrettanto esplicite. Big Crime è la più diretta. Young accusa apertamente Trump di aver trasformato la presidenza in un’impresa criminale condotta alla luce del sole, recuperando il tono asciutto e indignato delle sue grandi canzoni di protesta, a partire da Ohio. Al centro del brano c’è anche un nuovo slogan destinato a diventare un grido di battaglia: “No More Great Again”. (JR)
3 Tiny Hands
Fiona Apple
2017
Fiona Apple ha sempre avuto un talento speciale nel mettere a nudo l’arroganza maschile. Pubblicata su SoundCloud pochi giorni prima della Women’s March del 2017, Tiny Hands campiona la famigerata frase pronunciata da Trump “grab ’em by the pussy” trasformandola in un inno di protesta. Su un accompagnamento essenziale di pianoforte e un ritmo marziale, canta: “Non vogliamo le tue piccole mani da nessuna parte vicino alle nostre mutande”. Dura meno di un minuto, ma le basta per ridicolizzare il sessismo di Trump e regalare alla Women’s March un inno memorabile. (JD)
2 Streets of Minneapolis
Bruce Springsteen
2026
Nel gennaio 2026 gli agenti federali dell’immigrazione uccidono Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis. Pochi giorni dopo Bruce Springsteen pubblica Streets of Minneapolis, una delle canzoni politiche più immediate e potenti della sua carriera recente. Il brano richiama il folk di protesta degli anni ’60, il realismo essenziale di Nebraska e Streets of Philadelphia, scritta nel 1993 durante la crisi dell’Aids. Springsteen attacca senza mezzi termini “gli scagnozzi federali di Trump” e “le sporche bugie” di Stephen Miller e Kristi Noem, rende omaggio a Good e Pretti, riprende lo slogan delle manifestazioni “ICE out now” e si guadagna perfino l’apprezzamento degli abitanti della città per aver pronunciato correttamente Nicollet Avenue. (JD)
1 FDT (Fuck Donald Trump)
YG feat. Nipsey Hussle
2016
Cresciuto con Ice Cube e 2Pac, YG è uno che va dritto al punto. Con FDT (Fuck Donald Trump), pubblicata insieme a Nipsey Hussle durante la campagna elettorale del 2016, ha dato voce alla rabbia di migliaia di persone, al punto che il ritornello è diventato uno degli slogan più scanditi nelle manifestazioni di Black Lives Matter, quasi come una moderna This Land Is Your Land. Il brano nasce dalla frustrazione per gli attacchi di Trump contro la comunità messicana e dalla convinzione che sia arrivato il momento di smettere di limitarsi alle parole. Il risultato è un assalto frontale che recupera l’energia del gangsta rap degli anni ’90 e la proietta nel presente: “Questa è la città della rivolta per Rodney King. E non ce ne frega un cazzo”. (CRW)















