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Le 25 canzoni migliori dei Rage Against the Machine

Assalti frontali alle puttane del potere, bombe funk-metal lanciate contro l’imperialismo americano, storie di un’umanità sfruttata e ribelle. Ognuna di queste canzoni grida: ri-vo-lu-zio-ne

Foto: Niels van Iperen/Getty Images

A inizio anni ’90, quando sono venuti fuori i Rage Against the Machine, non c’erano band simili. Fondevano rock e rap in un momento storico in cui i due generi erano separati in modo netto, e i loro testi politicizzati incitavano alla rivoluzione durante un decennio di pace, dopo la Guerra Fredda e prima dell’11 settembre. Era un tempo in cui la maggior parte delle band si guardava dentro, osservando il proprio dolore, evitando di cantare delle minoranze negli Stati Uniti o degli oppressi nel mondo.

«È stato uno di quei rari momenti in cui i pianeti si allineano perfettamente», ha detto Chuck D dei Public Enemy a proposito dei Rage nel 2016. «Li ho visti in concerto [all’inizio della loro carriera] e la cosa che ricordo di più è il pubblico sconvolto a fine concerto. Non avevo mai visto un posto ridotto così; c’erano sangue e sudore sulle pareti. I tavoli erano ribaltati e il palco mezzo distrutto. Una cosa folle. Sono i Led Zeppelin dei nostri tempi».

I Rage si sono sciolti nel 2000 lasciandoci solo tre album di materiale originale, ma i loro pezzi sono invecchiati incredibilmente bene durante gli ultimi due caotici e tormentati decenni. Quando hanno annunciato un tour di reunion, iniziato finalmente il 7 luglio dopo parecchi rinvii legati alla pandemia, i biglietti sono andati sold out a velocità incredibile. Non si sa se abbiano inciso nuovi pezzi, ma non ne abbiamo davvero bisogno perché in qualche modo hanno creato la colonna sonora per il presente un quarto di secolo fa. E questi sono i loro 25 brani migliori.

25“Darkness” (1991)

Una delle prime canzoni dei Rage e fra le più incisive. Darkness è uscita inizialmente nel primo demo omonimo della band, per poi essere ritoccata (compreso uno degli assoli più acrobatici e caotici di sempre di Tom Morello) per essere utilizzata nella colonna sonora del film con Brandon Lee Il Corvo. Originariamente intitolata Darkness of Greed, la canzone passa dal jazz-funk più disimpegnato a un groove metallico. Parlava dell’epidemia di AIDS dilagante in Africa e della procrastinazione delle politiche del governo americano nei confronti del virus che dilagava come di un genocidio. “Dicono, ‘Li faremo fuori, prenderemo la loro terra e ci andremo in vacanza’”, canta Zack de la Rocha. D.K.

24“How I Could Just Kill a Man” (2000)

In How I Could Just Kill a Man, primo singolo di successo dei Cypress Hill, i rapper B-Real e Sen Dog duettavano parlando di “far fuori un po’ di putos” con una Magnum. I loro quadretti di orrore funky erano decisamente decadenti: “Ecco qualcosa che non puoi capire, come io possa semplicemente uccidere un uomo”. Quando i Rage Against the Machine hanno fatto una cover del pezzo in Renegades, de la Rocha ha cantato tutti i versi da solo, mentre Morello e il bassista Tim Commerford (o “tim.com”, come ha voluto essere accreditato sul disco) alzavano il livello di rumore nel ritornello fino a soglie insopportabili. «Il primo album dei Cypress Hill e It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back [dei Public Enemy] sono stati due delle maggiori influenze hip hop per i Rage Against the Machine», avrebbe poi detto tim.com a Rolling Stone. I Rage non avranno mai ucciso un uomo, ma sicuramente hanno fatto fuori un po’ di amplificatori con questa cover. K.G.

23“Maggie’s Farm” (2000)

Bob Dylan stava dicendo addio al mondo del folk quando ha pubblicato Maggie’s Farm, nel 1965, e la tentazione fortissima è quella di leggerne alcuni passaggi come un rabbioso saluto al popolo del folk che l’avrebbe voluto vedere cristallizzato nel passato. “Be’, faccio del mio meglio per essere così come sono”, canta, “ma tutti vogliono che tu sia come loro, cantano mentre tu ti fai il culo, e io mi annoio”. Quando i Rage hanno rifatto la canzone per il loro disco di cover del 2000, Renegades, erano anche loro a una sorta di bivio. Le comunicazioni fra i membri erano difficili e cantando “non lavorerò mai più nella fattoria di Maggie” probabilmente de la Rocha stava avvisando che non ne poteva più della band. A.G.

22“War Within a Breath” (1999)

War Within a Breath chiude l’ultimo disco di pezzi originali dei Rage, The Battle of Los Angeles del 1999, e in un certo modo è appropriato che queste siano le ultime note della band che, fino a ora, abbiamo sentito. È un pezzo incredibilmente fedele al brand, che parla di tutto, dallo zapatismo all’intifada palestinese. Per farla breve, riassume l’intero sistema di valori dei Rage in tre minuti e mezzo. A.G.

21“Settle for Nothing” (1992)

Il debutto dei Rage è un attacco sonoro di circa 52 minuti. Ecco perché Settle for Nothing (il brano più sottovalutato dell’album e probabilmente quello che più si avvicina a una power ballad nel repertorio della band) si differenzia così nettamente. Su un riff cupo, con sfumature alla One dei Metallica, de la Rocha riporta il monologo interiore di un ragazzo disperato che sceglie l’agghiacciante comodità di una vita da membro di gang piuttosto che affrontare il trauma di una famiglia sfasciata e violenta. La sua voce si alza fino a divenire un ululato livido (“La morte è dalla mia parte… suicidio!”), mentre il gruppo si getta in un attacco degno dei Black Flag incrociati coi Black Sabbath. Poi la grana delicata del solo di Morello suggerisce uno strano cambiamento in salsa cocktail jazz: un lamento sonoro che porta a un finale quieto per il ciclo di violenza descritto dal pezzo. H.S.

20“Microphone Fiend” (2000)

I Rage hanno aperto il loro disco di cover con una versione molto heavy dell’inno hip hop di Eric B. & Rakim, Microphone Fiend. L’originale campionava l’intro di chitarra funk di School Boy Crush della Average White Band, ma per la versione dei Rage Morello sfodera la sua furia devastante con un wah-wah, mentre Commerford si occupa della pesantezza dei riff. De la Rocha ha cambiato il testo per dare al pezzo un ritornello più rock e, in un raro sfoggio di umiltà hip hop, ha evitato i versi autocelebrativi di Rakim. K.G.

19“Calm Like a Bomb” (1999)

“La speranza risiede nelle rovine fumanti degli imperi”, dice de la Rocha in questo esplosivo highlight da The Battle of Los Angeles, fotografando perfettamente i valori dei RATM in un solo verso, per poi occuparsi delle problematiche del sottoproletariato mondiale. E, per restare in tema di esplosioni, Calm Like a Bomb vede Morello tenere una vera e propria lezione sull’utilizzo del pedale DigiTech Whammy, producendo ondate di rumore malate e lancinanti. D.E.

18“The Ghost of Tom Joad” (2000)

I Rage Against the Machine stavano aprendo per gli U2 nel tour del 1997, PopMart, quando hanno fatto per la prima volta The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen. L’incisione originale è una storia cupa di povertà urbana che Springsteen racconta con voce sommessa, rassegnata, e che i Rage trasformano in quella che sembra una outtake di Evil Empire, con tanto di riff spaccaossa di Morello che somiglia solo lontanamente al materiale folk originale. Il pezzo funziona talmente bene che i Rage l’hanno mantenuto in scaletta fino al loro scioglimento, tre anni dopo, facendolo diventare di gran lunga la cover che hanno eseguito più volte dal vivo. È stata inclusa anche nella loro compilation di cover del 2000, Renegades. Nel 2008 Morello è stato ospite di Springsteen e della E Street Band per eseguire una versione più tradizionale del brano. Nel 2014 Morello è diventato membro temporaneo della E Street Band, quando Steve Van Zandt è stato costretto a rinunciare a un tour perché impegnato col suo show Lillyhammer. Immaginare Morello nella E Street Band nel 1997 sarebbe stato folle, ma il tempo fa sì che accadano cose strane. A.G.

17“Born of a Broken Man” (1999)

È una delle canzoni più emozionanti ed evocative del repertorio dei RATM. Il cantante riflette sui problemi mentali di suo padre, l’influente artista chicano Beto de la Rocha. Con la chitarra di Morello che risuona come una campana a morto, parole come “I suoi pensieri come cento falene / Intrappolate in una lampada / Da qualche parte lì dentro / Le loro ali sbattono e bruciano / Nella notte senza fine” sono un tormento indimenticabile. E allo stesso modo lo è il mantra di ribellione del giovane de la Rocha, che si rifiuta di vivere lo stesso dramma. “Nato da un uomo a pezzi” ripete, “non sarò mai un uomo a pezzi”. D.E.

16“Wake Up” (1992)

Nei sei minuti funky di questo brano minore tratto dall’esordio, i Rage Against the Machine si scagliano contro decenni di razzismo istituzionale del governo statunitense. De la Rocha distrugge l’ex direttore dell’FBI J. Edgar Hoover e le sue idee, condannando il modo in cui il governo ha preso di mira Martin Luther King Jr. per avere protestato contro la guerra del Vietnam e dicendo che ha assassinato Malcolm X “e ha tentato di incolpare l’Islam”. Il pezzo finisce con de la Rocha che urla “Wake up!” otto volte di fila (un climax che, decontestualizzato, si adatta perfettamente alla scena finale di Matrix) e poi una citazione di King: “Per quanto ancora? Non molto, perché raccogli ciò che semini”. K.G.

15“Year of tha Boomerang” (1996)

Year of tha Boomerang ha anticipato l’atteso secondo album della band quando è stato inserito nella colonna sonora del film del 1994 di John Singleton, Higher Learning, più di 18 mesi prima dell’uscita di Evil Empire. Ispirato a una frase dell’antimperialista francese Frantz Fanon, il pezzo era un corso accelerato sulla “dottrina del diritto”, contro cui de la Rocha si sarebbe ancora scagliato in Evil Empire: l’imperialismo, l’oppressione delle minoranze e della donna, il genocidio. Il tutto sottolineato da un riff ululante di Morello. D.K.

14“Sleep Now in the Fire” (1999)

Fra le più riuscite dissertazioni del professor de la Rocha, questa canzone spiega come l’avidità americana abbia impoverito i Paesi del Terzo Mondo e spinto ai margini della società molte persone anche in patria. “Il partito mi ha benedetto con il suo futuro”, canta, immedesimandosi in un parruccone di Washington, “e io lo proteggerò col fuoco”. Quando arriva il ritornello, sorretto dal riff elastico di Morello, de la Rocha sarcasticamente incoraggia gli oppressi di cui canta (“Ora dormite nel fuoco”) per poi elencare con tono minaccioso le conseguenze dell’imperialismo, della schiavitù e della spinta mortifera che sottende al mito americano: “Io sono la Niña, la Pinta, la Santa Maria / Il cappio e lo stupratore, il caporale nei campi / Gli agenti arancio, i preti di Hiroshima”. Nel 2000 la band ha girato un video per il brano sui gradini del New York Stock Exchange (senza autorizzazione) e in un momento profetico la telecamera ha catturato qualcuno, fra la folla, con un cartello che recitava “Donald J. Trump for President 2000”. Nel 2020 Morello, scherzando, ha dichiarato: «Direi che a livello karmico siamo totalmente responsabili [per l’elezione di Trump alla presidenza], mi scuso». K.G.

13“Maria” (1999)

Abbinando uno dei riff più pesanti di Morello a uno dei ritratti dell’ingiustizia più vivi e devastanti di de la Rocha, questo pezzo minore di The Battle of Los Angeles dimostra come la band non abbia mai smesso di affilare le armi per tutto l’arco della propria esistenza. De la Rocha racconta la storia di Maria, una donna messicana fatta entrare clandestinamente negli Stati Uniti e messa a lavorare in una fabbrica, dove si trova alla mercè d’un capo violento. Finisce per uccidersi sul posto di lavoro, piuttosto che restare lì a farsi trattare come “un capo di bestiame”. Il pezzo descrive Maria come una specie di martire e la sua storia è un memo imperituro della lunga serie di oppressioni e sfruttamenti perpetrati dal Nord America: “E attraverso i fiumi di sangue della storia lei si rigenera / Come il sole tramonta per poi rinascere, Maria è qui in eterno”. La canzone fa un uso eccellente delle dinamiche, abbassando i toni fino quasi a divenire un mormorio mentre de la Rocha recita queste frasi, per poi esplodere violentemente, con la linea di chitarra di Morello esuberante, a simbolizzare la rinascita di Maria, come una fenice. H.S.

12“Vietnow” (1996)

Prima che Fox News facesse il lavaggio del cervello a una generazione di telespettatori che Alex Jones ha poi spinto nel tunnel di QAnon, i Rage Against the Machine hanno preso di mira l’insidiosa presenza della talk radio di destra in Vietnow, brano tratto da Evil Empire. Riferendosi direttamente a Rush Limbaugh e all’ambiguo destra cristiana, de la Rocha lancia strali verbali come “Il terrore è il prodotto che pubblicizzate”, “Il gregge trema e arrivano i voti” e, nel ritornello, “La paura è il vostro unico Dio in radio / No, fanculo, spegnetela”. Ultimo singolo tratto da Evil Empire, Vietnow ha avuto la funzione, in un certo senso, di ponte radiofonico per il primo tratto da The Battle of Los Angeles ovvero Guerrilla Radio, tre anni dopo. Un pezzo che ordinava all’ascoltatore: alza quel cazzo di volume. D.K.

11“Bullet in the Head” (1992)

I Rage hanno scritto Bullet in the Head mentre l’America stava dichiarando la vittoria nella Guerra del Golfo, un conflitto che gli americani hanno visto in diretta sulla CNN e appoggiato in massa. Per de la Rocha, questa guerra creata appositamente per la tv è stata una farsa concepita a beneficio dell’industria militare e chi ci ha creduto è uno zombie sottoposto a lavaggio del cervello dai media. Detto con altre parole, i loro cervelli sono stati colpiti dalle pallottole della propaganda. “Vi dicono di saltare e voi chiedete quanto in alto”, urla. “Avete una cazzo di pallottola in testa”. In un vecchio concerto, presentando la canzone, ha chiarito per bene il concetto: «Questo pezzo parla dell’essere un individuo, di cercare e trovare nuove informazioni e usare la tua forza di individuo per attaccare sistemi, come quello americano, che continuano a rapinare, stuprare e assassinare gente in nome della libertà». A.G.

10“Down Rodeo” (1996)

Questo pezzone tratto da Evil Empire utilizza Rodeo Drive, la scintillante zona dello shopping di Beverly Hills, come punto di partenza per le amare riflessioni di de la Rocha su temi come consumismo, sperequazioni e segregazione socioeconomica. “Sono sulla Rodeo con una pistola”, rappa, per poi spingersi ben oltre: “Questa gente non ha visto un uomo dalla pelle scura da quando i loro nonni ne hanno comprato uno”. Con un groove potente e spavaldo, Down Rodeo contiene anche delle esplosioni di glitch che deflagrano dalla chitarra di Morello, che lascia poi spazio al sussurro angosciante del cantante: “Solo un ballo calmo e tranquillo per le cose che non avremo mai”, si lamenta mentre il brano sfuma in dissolvenza. D.E.

9“Freedom” (1992)

Con un riff di chitarra degno di Tony Iommi dei Black Sabbath, Freedom invoca la liberazione di Leonard Peltier, attivista nativo americano condannato a due ergastoli per le morti di due agenti dell’FBI nel 1975. Peltier ha sempre sostenuto la propria innocenza. “Libertà, sì!” urla de la Rocha alla fine del pezzo, prima di cambiare sarcasticamente il testo in “Libertà, sì, come no!”. Nel video della canzone, la band ha voluto le parole: “Condividiamo e supportiamo la richiesta di liberazione di Leonard Peltier. Giustizia non è stata fatta”. De la Rocha ha detto nel 1996: «Per me, la reazione alla musica e a cose come il video di Freedom sono molto incoraggianti. So che certe persone ci vedono solo come dei piantagrane che amano fare casino e lamentarsi. Ma credo che cose del genere siano lo specchio di come la gente reagisce quando si tratta di affrontare problemi politici, quello che stiamo provando a dimostrare è che la gente può fare la differenza e non siamo tutti inermi». K.G.

8“Testify (1999)

Testify era l’apertura del terzo LP dei Rage, The Battle of Los Angeles, che Rolling Stone ha definito miglior album del 1999. Originariamente era intitolata Hendrix, in occasione del debutto live, per via dell’utilizzo di un accordo alla Purple Haze. «Di recente ho scoperto che Hendrix suonava un pezzo intitolato Testify, quando era nella backing band degli Isley Brothers. Il cerchio si chiude», ha detto Morello a Guitar World. Testify si è trasformata in una critica nei confronti delle elezioni presidenziali del 2000, un duello in cui entrambi i candidati (George W. Bush e Al Gore) parevano abbracciare la medesima ideologia capitalista. Il video del pezzo, diretto da Michael Moore, rispecchiava l’ansia pre-elettorale. Spaventosamente profetico, si chiude con una citazione di Ralph Nader, che avrebbe poi avuto un ruolo sfortunatamente cruciale nelle elezioni del 2000 dato che il candidato del partito dei verdi è stato incolpato della vittoria di Bush. D.K.

7“Take the Power Back” (1992)

Questo massacro funk tratto da Rage Against the Machine non solo ci ha incoraggiato a combattere i poteri forti, ma ci ha anche ricordato che, in realtà, il potere era originariamente nelle nostre mani. Tre decenni dopo il 1619 Project, de la Rocha ha condannato gli insegnamenti eurocentrici impartiti nelle scuole statunitensi (“Storie di parte per anni e anni / Io sono inferiore? / Chi è inferiore? / Sì dobbiamo guardare dentro / Al sistema che si occupa di una sola cultura”), supportato dall’interazione della batteria tonante di Brad Wilk, dalle linee di basso sinuose in slap di Tim Commerford e dagli accordi ficcanti di Morello. D.E.

6“Bombtrack” (1992)

I Rage Against the Machine andavano dritti al punto nel debutto del 1992, aprendo le danze con questo pezzo provocatorio. Se il video celebra il gruppo guerrigliero di Sendero Luminoso in lotta contro il regime oppressivo peruviano sostenuto dal governo statunitense, il pezzo pieno di groove espone il punto di vista della band in termini più generali, manifestando solidarietà verso tutte le popolazioni indigene che sono state vessate, sfruttate e massacrate in nome dell’imperialismo. “Basta / Ho scoperto il bluff / Fanculo il Destino Manifesto”, canta Zack de la Rocha. “Latifondisti e puttane del potere / Con la mia gente / Hanno fatto a turno / Si contendono le cariche / Io do loro fuoco e li osservo mentre bruciano” D.E.

5“People of the Sun” (1996)

Ispirata dalla rivolta zapatista del 1994 in Chiapas, People of the Sun profetizza una riscossa per i discendenti degli aztechi, invocando l’ultimo imperatore di quella civiltà (“Il quinto sole tramonta / Torna / Reclama / Lo spirito di Cuauhtémoc / Vivo e indomito”) e snocciolando rabbiosi ricordi della conquista spagnola del Messico nel XVI secolo e le rivolte razziali delle Zoot Suit negli anni ’40 a Los Angeles. Dura appena due minuti e mezzo ed è la canzone più breve dell’intero repertorio dei RATM, ma è un’esplosione compatta di furia, oltre a essere è l’apertura perfetta per Evil Empire. D.E.

4“Guerrilla Radio” (1999)

Quando la guerriglia è esplosa in America Latina negli anni ’80, molti dei combattenti hanno utilizzato stazioni radio come Radio Venceremos, in El Salvador, per comunicare e mostrarsi solidarietà reciproca. Il singolo di traino per l’album del 1999 The Battle of Los Angeles compara quelle stazioni radio legate alla guerriglia e gli sforzi della band per costruirsi una fan base, quando le radio e gli altri media mainstream non volevano saperne del loro lavoro. La canzone è uscita quando gli animi per le elezioni del 2000 si stavano scaldando e bacchetta entrambi i principali candidati in lizza. Il brano si chiude con un furioso appello alla rivoluzione: “Deve iniziare da qualche parte, deve iniziare in qualche momento/ E quale posto migliore di questo, quale momento migliore di questo?”. Se solo i Rage fossero resistiti fino all’era post-11 settembre, le cose si sarebbero fatte molto interessanti. Purtroppo il network di guerrilla radio dei Rage è stato silenziato non molto dopo l’uscita di questa canzone. A.G.

3“Know Your Enemy” (1992)

Know Your Enemy è uno dei momenti più furiosi dell’intero repertorio dei Rage: è l’accostamento tipico di un riff killer funk metal di Morello con un rabbioso manifesto antiautoritario di de la Rocha, con versi del tenore di “Farò a pezzi il microfono, farò a pezzi il palco, farò a pezzi il sistema, sono nato per infuriarmi contro di loro” (e in caso l’oggetto della sua furia non fosse chiaro, dopo aggiunge “Cosa? La terra della libertà? Chiunque te lo abbia mai detto è il tuo nemico”). A livello musicale è una delle canzoni più particolari del primo periodo della band, con una intro di basso slap quasi festosa e un bridge malinconico che vanta la presenza di un memorabile urlo del frontman dei Tool (vecchio amico di Morello) Maynard James Keenan, oltre alle percussioni del batterista degli Jane’s Addiction, Stephen Perkins. Ma il brillante climax del brano giunge più o meno al quarto minuto, quando il basso di Commerford macina il riff della strofa, la chitarra di Morello entra ululando come una sirena e de la Rocha grugnisce “Come on!”, mentre tutta la band si scatena. È la colonna sonora perfetta per qualunque atto di ribellione che ci possa venire in mente. H.S.

2“Killing in the Name” (1992)

Nel 1991, quattro agenti bianchi del LAPD pestarono Rodney King, un uomo di colore, mentre lo arrestavano. Quando un tribunale ha assolto gli agenti dalle accuse di brutalità, Los Angeles è esplosa in rivolta. Zach de la Rocha ha espresso la sua indignazione nel testo di Killing in the Name, una sorta di aggiornamento in chiave funk di Fuck tha Police dei NWA. “Alcuni di quelli che lavorano nelle forze dell’ordine sono gli stessi che bruciano le croci”, canta ripetutamente, accusando la polizia di razzismo e di atti di violenza in sfregio alla legge. Continua con questi temi mentre il pezzo cresce, urlando “I morti sono giustificati perché quelli portavano il distintivo / Sono i bianchi eletti”. La canzone si evolve in un crescendo sempre più intenso finché de la Rocha urla “Fuck you, I won’t do what you tell me” per 16 volte di fila, guarnendo una delle canzoni di protesta più incendiarie della storia. «Dopo il nostro secondo show in assoluto, c’erano etichette discografiche già interessate a noi», ha ricordato il chitarrista Tom Morello. «C’erano questi dirigenti che venivano nel nostro studiolo scalcinato nella San Fernando Valley… Ricordo uno di questi tizi che, dopo avere sentito Killing in the Name, ha squittito: “Dunque è questa la direzione in cui vorreste andare?”». K.G.

1“Bulls on Parade” (1996)

Molti pezzi del secondo LP Evil Empire parlavano della politica estera americana. In Bulls on Parade, de la Rocha, accompagnato da un riff di chitarra di Morello, geniale nel suo minimalismo, si scaglia contro l’ipocrisia dei politicanti di Washington: “Armi, non cibo, né case, né scarpe”. Prende di mira i politici che fingono di essere a difesa della famiglia, ma hanno in realtà “le tasche piene di pallottole”. Verso la fine, Morello sfodera un assolo di chitarra emblematico che imita il suono di un disco scratchato. Nel complesso, forse il pezzo è il migliore distillato del cocktail molotov sonoro che i Rage rappresentano. Una delle performance più memorabili del brano si è tenuta fuori dalla convention nazionale dei Democratici nel 2000, qualche mese prima dello scioglimento del gruppo. «Fratelli e sorelle, la nostra libertà di voto non esiste più, finché a controllare questo Paese sono le corporation», ha detto de la Rocha prima di attaccare Bulls on Parade. «Fratelli e sorelle, non lasceremo che queste strade finiscano in mano ai Democratici o ai Repubblicani». A.G.

Tradotto da Rolling Stone US.

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