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La guida definitiva agli album di Neil Young

Dal folk al country-rock, fino al garage e alla psichedelia: il meglio dalla discografia leggendaria del cantautore canadese

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Nel 1975, a 30 anni, Neil Young aveva previsto il futuro della sua carriera. «Devi continuare a cambiare», disse a Cameron Crowe di Rolling Stone USA. «Camicie, donne, tutto. Preferisco continuare a cambiare e perdere qualcuno lungo la strada. Se è questo il prezzo, lo pagherò. Non me ne frega un cazzo se il mio pubblico è formato da 100 o da 100 milioni di persone. Non fa alcuna differenza. Quello che faccio e quello che vende sono due cose radicalmente diverse. Se dovessero convergere, sarebbe una coincidenza».

Questo modo di essere l’ha aiutato a produrre uno dei cataloghi più impressionanti della storia del rock – da successi commerciali come Harvest fino ad album di culto come Trans. Neil Young ha seguito la sua musa scorbutica ovunque lo portasse, incluso dire addio al tour del 1976 con il vecchio amico Stephen Stills attraverso una lettera stringata e abbandonare la reunion dei Buffalo Springfield 35 anni dopo, perché la cosa lo annoiava. Lo amiamo così com’è.

Neil Young è anche uno dei pochi rocker della sua generazione che scrive musica senza compromessi esattamente come faceva da giovane. Dal vivo la sua voce è incredibile. Grazie all’ambizioso sito Archives, i fan non sono mai stati altrettanto coinvolti. Mentre entra nel nuovo decennio senza dare nessun segnale di volersi fermare, abbiamo studiato tutta la sua discografia. Ecco la nostra guida.

Gli imperdibili: “After the Gold Rush” 1970

Registrato al picco della popolarità di Crosby, Stills, Nash and Young, il terzo LP del cantautore è il più introspettivo della sua carriera – da ballate come Don’t Let It Bring You Down fino all’inno antirazzista Souther Man e alla title track, un brano ambientalista attuale tanto quanto lo era nel 1970.

Gli imperdibili: “Tonight’s the Night” 1975

Dopo la morte per overdose del roadie Bruce Berry e del chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten, Young canalizza il dolore in questo capolavoro tormentato – “una veglia irlandese alcolica”, l’ha definita il bassista Billy Talbot. Come On Baby Let’s Go Downtown contiene la voce di Whitten, registrata anni prima, e Roll Another Number (For the Road) è il bacio d’addio di Young ai sogni degli anni ’60. “Tutti speravano che diventassi come John Denver”, ha detto. “Non è successo”.

Gli imperdibili: “Zuma” 1975

La rinascita dei Crazy Horse, dopo la morte di Whitten, inizia con l’arrivo del chitarrista Frank “Poncho” Sampedro, che si unisce alla band per questo album desert rock. Canzoni come Don’t Cry No Tears e Barstool Blues sono tour de force di scrittura essenziale e riverbero bruciante, mentre Cortez the Killer è un sogno febbrile lungo sette minuti che racconta l’arrivo dei conquistador spagnoli nel Nuovo Mondo.

Gli imperdibili: “Decade” 1977

Un tour in tre LP dei primi dieci anni di carriera di Neil Young – dai viaggi anni ’60 con i Buffalo Springfield (Broken Arrow) fino alle cavalcate dei Crazy Horse (Down by the River), a CSNY e ai brani da solista (Ohio, Heart of Gold). L’inclusione di cinque inediti (soprattutto la nostalgica Winterlong e il brano ispirato a Nixon Campaigner) rendono Decade una pietra miliare del rock.

Gli imperdibili: “Rust Never Sleeps” 1979

Registrato dal vivo (con sovraincisioni aggiunte in studio), Rust Never Sleeps è l’ode di Neil Young, metà acustica e metà grunge, alla sua irrequietezza. In Thrasher parla dei vecchi compagni di CSN come di “pesi morti”, e in Hey Hey, My My (Into the Black) celebra Johnny Rotten dei Sex Pistols. Il punto più alto è Powderfinger, una parabola western in cui l’eroe pioniere si becca un proiettile in testa. Nemmeno Johnny Rotten è mai riuscito a scrivere qualcosa di altrettanto geniale e perverso.

I classici: “Everybody Knows This Is Nowhere” 1969

Solo uno come Neil Young poteva scrivere tre classici – Cinnamon Girl, Down by the River e Cowgirl in the Sand – in un solo giorno, per di più febbricitante. I tre pezzi sono il cuore pulsante del primo LP coi Crazy Horse, l’unico prima della morte di Danny Whitten. Ci sono psichedelia, Americana e country-rock, quest’ultimo nella funerea Running Dry (Requiem for the Rockets), con Bobby Notkoff al violino. Young e la band stanno assieme da appena un paio di mesi, eppure le scarne e taglienti Cowgirl in the Sand e Down by the River pongono le basi per decenni di dischi rumorosi.

I classici: “Harvest” 1972

Forte del successo di Crosby Stills Nash & Young e dell’album After the Gold Rush, Young va a Nashville e si lega ad alcuni turnisti tra cui Ben Keith, che suona la pedal steel. Ribattezza i musicisti Stray Gators e crea con loro una variante di country-rock di gran successo nell’epoca del soft rock anni ’70. Più che un album sembra un greatest hits e contiene l’unico pezzo di Young arrivato al numero uno in classifica, Heart of Gold, la title track e le amate Old Man e Out on the Weekend.

I classici: “On the Beach” 1974

Disilluso e sotto l’effetto di honeyslide, miscela potente di erba e miele, Young crea il suo disco più cupo e personale. Con l’aiuto di Rick Danko e Levon Helm di The Band, si lascia andare a fantasie omicide alla Charles Manson (Revolution Blues), ripensa ai giorni di idealismo folk come se risalissero a un tempo remoto (Ambulance Blues) e incide una delle sue breakup song più devastanti intitolata Motion Pictures (For Carrie).

I classici: “Ragged Glory” 1990

Nei primi anni ’90 Young riporta i Crazy Horse in studio e incide il sequel di Rust Never Sleeps che i fan aspettano da dieci e passa anni. Dalla canzone sul ritorno-alla-terra Country Home al singolo esplosivo Fuckin’ Up ai lunghi assoli di Over and Over e Love to Burn, Ragged Glory è il ritorno ad amplificatori strapazzati e riff mastodontici. Da quel momento, per i media sarà il Padrino del grunge.

I classici: “Harvest Moon” 1992

Calde e delicate, le canzoni di Harvest Moon riprendono il discorso là dove l’aveva lasciato Harvest, con in più il bagaglio di 20 anni d’esperienza. From Hank to Hendrix è un onesto e toccante diario di viaggio generazionale, la title track è un atto d’amore per la moglie Pegi e resta la sua canzone più romantica di sempre.

Per approfondire: “Time Fades Away” 1973

I fan che comprano i biglietti per il primo, grande tour post Harvest s’aspettano di ascoltare successi come Heart of Gold e Old Man. E invece si beccano una serie di inediti, incentrati in parte sui problemi derivanti dalla fama. Pubblicare un live da questi show è un gesto originale, ma il risultato è un disco dal vivo meravigliosamente irregolare contenente il classico autobiografico contro la fama Don’t Be Denied.

Per approfondire: “Trans” 1982

Neil Young lascia la chitarra per i sintetizzatori e canta col vocoder, che rappresenta il suo tentativo di comunicare col figlio disabile. Facendolo, crea il suo disco più divisivo di sempre e scandalizza i fan con i suoni techno di Computer Age e Transformer Man. Eppure Trans è invecchiato sorprendentemente bene e oggi suona come una versione preistorica del futurismo di Bon Iver o dei Radiohead.

Per approfondire: “Freedom” 1989

Young passa gli anni ’80 scrivendo album inspiegabilmente brutti, soprattutto per liberarsi dal contratto con la Geffen. Quando finalmente ci riesce, torna agli inni per chitarra fuzz e ai dolori acustici che i suoi fan hanno sempre amato. Crime in the City (Sixty to Zero Pt.1) e la violenta cover di On Broadway raccontano l’era del collasso sociale di Reagan, mentre le ballate folk come The Ways of Love e Too Far Gone sono tenere e speranzose. Rockin’ in the Free World, invece, mescola liberazione, rabbia e ironia: il più grande inno rock mai scritto da Neil Young.

Per approfondire: “Psychedelic Pill” 2012

Il lento incedere del brano d’apertura, Driftin’ Back, occupa quasi mezz’ora dell’album, e nonostante la frase “going to get me a hip hop haircut” dimostri quanto Young sia amorevolmente fuori posto nel 21esimo secolo, Psychedelic Pill è il suo album migliore dagli anni ’90. La turbolenta Ramada Inn è la sua versione di Idiot Wind di Bob Dylan, una lenta e disperata canzone su un matrimonio che cade a pezzi. I 16 minuti di Walk Like a Giant, invece, riescono a mescolare l’epico con il triste, un brano onesto in cui ammette di non essere più così rilevante, e canta di come la sua generazione sia stata incapace di cambiare il mondo.

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