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Il noise rock in 15 album fondamentali

Il rumore come atto di rivolta. Dai Sonic Youth ai Pussy Galore, dai Jesus Lizard agli italiani Uzeda e One Dimensional Man, una selezione di dischi ferocemente chiassosi, dissonanti, distorti

I Sonic Youth nel 1990

Foto: Chris Carroll/Corbis via Getty Images

La parola noise è estremamente generica, sfuggente. Tutto e il contrario di tutto può essere considerato noise: la musica concreta, industrial, chitarristica, l’elettronica più spinta. Gli stessi musicisti che per la loro propensione al rumore possono essere inclusi nella categoria si mostrano piuttosto riluttanti a dare una definizione del termine.

Resta il fatto che il rumore designa qualcosa di ben preciso: l’irruzione nel linguaggio musicale armonico di elementi di disturbo, dissonanze e distorsioni che ne alterano l’equilibrio, producendo nell’ascoltatore una sensazione sgradevole, fastidiosa. A differenza dell’armonia, il rumore interrompe il consueto e rassicurante canale comunicativo tra artista e pubblico, assumendo una funzione provocatoria, destabilizzante. Come osservava il filosofo Adorno a proposito della musica dodecafonica, la dissonanza e la disarmonia rappresentano al meglio le contraddizioni della società. Per stretta analogia il noise è la musica che riflette tali contraddizioni e dà voce al nichilismo e all’inquietudine dell’uomo contemporaneo. Il noise è il caos che si contrappone al cosmos, la disarmonia che scompagina l’ordine razionale del mondo. Basta ascoltare gli Unsane, tra i gruppi di punta della scena noise rock newyorkese degli anni ’90: nessuno come loro è riuscito a trasfigurare in musica la “morte di Dio”.

Quello che addetti ai lavori, circoscrivendo l’ambito del noise, chiamano comunemente noise rock non è altro che quel genere musicale nato e sviluppatosi soprattutto negli Stati Uniti a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, grazie al contributo di etichette fondamentali quali l’Amphetamine Reptile di Minneapolis, la Touch and Go e la Skin Graft di Chicago, la Trance Syndicate di Austin. Un suono che parte da New York con i Sonic Youth, fa tappa a Chicago con Steve Albini e i suoi Big Black e poi si diffonde nel resto degli States. Per affinità nell’attitudine sovversiva e nei suoni disturbanti la musica noise rock può essere considerata una filiazione diretta del punk-rock, da cui eredita lo spirito anticonformista e provocatorio, la sfida lanciata contro la cultura e la musica tradizionale e convenzionale.

Se le origini della sperimentazione con i rumori vanno ricercate nelle avanguardie musicali del Novecento, la trasposizione di tali approcci non convenzionali in ambito rock trova tra i suoi precursori musicisti come i Velvet Underground, forse il primo gruppo “rumorista” della storia del rock, Captain Beefheart, gli Stooges e gli MC5, Jimi Hendrix, i primi Pink Floyd e il Lou Reed di Metal Machine Music (1975). Volendo scegliere un brano-manifesto di queste nuove sonorità, lo troviamo in Sister Ray dei Velvet Underground (dal secondo album White Light/White Heat del 1968), che con i suoi oltre 17 minuti di suoni martellanti e ossessivi rappresenta una versione ante litteram del noise rock.

Nella metà degli anni ’70 a San Francisco i Chrome del chitarrista Helios Creed anticipano la musica noise/industrial con un rock sperimentale e innovativo, geniale sintesi di punk, psichedelia ed elettronica. Altrettanto fondamentale è il contributo della scena newyorkese no wave di artisti come i Mars, i Contortions di James Chance, i Teenage Jesus and the Jerks di Lydia Lunch, i DNA di Arto Lindsay (che sono i quattro gruppi inseriti nella raccolta prodotta da Brian Eno, No New York, manifesto di quella scena musicale). La loro musica anticipa di quasi un decennio la nascita del noise rock, ricorrendo all’atonalità delle voci, a riff chitarristici ripetitivi e dissonanti, all’uso di strumenti che vengono percossi più che suonati.

A cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ‘90 fiorisce negli USA una scena noise rock sfaccettata, con gruppi tra i più disparati: a New York i Sonic Youth, Unsane, Helmet, Surgery e Cop Shoot Cop, a Chicago i Big Black, Rapeman, Jesus Lizard e Shellac, in Texas i Butthole Surfers, Scratch Acid e Cherubs, a Washington i Pussy Galore (poi trasferitisi a New York) e i Royal Trux (poi spostatisi a San Francisco), a San Francisco gli Oxbow. Reminiscenze noise affiorano anche nella scena post rock di gruppi come Slint, U.S. Maple, June of ’44, Don Caballero, per citarne solo alcuni.

Nella seconda metà degli anni ‘80 gruppi della scena “shoegaze” britannica come Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine sviluppano un rock rumoristico dalle forti venature pop, che unisce a un tessuto essenzialmente melodico feedback e distorsioni chitarristiche, con risultati assimilabili a certe produzioni di Phil Spector e al suo wall of sound. Poco dopo il noise rock sboccia nel Regno Unito con formazioni come i primi Therapy?, i Silverfish e gli Headcleaner. E una sponda noise rock (chiamata Japanoise) si sviluppa in quegli anni in Giappone, con gruppi come i Boredoms, Zeni Geva, Melt-Banana, Ruins e Boris. Negli anni ’90 il noise rock si contamina col metal estremo, l’ambient e l’industrial (con i Neurosis), con la musica sperimentale, l’avant rock e il free jazz, dando vita alla now wave (con gruppi come Flying Luttenbachers, Lightning Bolt, Arab on Radar).

Anche il noise rock italiano vive negli anni ’90 e in quelli a seguire una stagione di grande fermento, dando luce a una fiorente scena underground: solo per citare alcuni nomi, gli Uzeda e gli UltraviXen (da Catania), gli One Dimensional Man (da Venezia), i Fluxus (da Torino), i Cut e Three Second Kiss (da Bologna), i primi Marlene Kuntz (da Cuneo). Un fervore sotterraneo che non passa inosservato a piccole ma coraggiose etichette indipendenti, determinate nel portare avanti suoni radicali e senza compromessi, in controtendenza rispetto ai fenomeni musicali più commerciali dell’epoca (primo fra tutti, il crossover nu metal). Tra queste etichette le più rilevanti per la loro dedizione incondizionata alle nuove sonorità sono la Freeland e Indigena Records, la Vacation House, la Wide, la Gamma Pop e la Wallace.

La selezione degli album fondamentali del noise rock segue un rigoroso ordine cronologico, partendo dai capisaldi del genere fino ad arrivare agli album più recenti: vengono esaminati, in particolare, gli album statunitensi, con una piccola appendice del suono newyorkese e chicagoano in Italia.

“The Greatest Gift” Scratch Acid (1991)

A gettare le basi della nascita del suono noise rock come lo conosciamo negli anni ’90 sono gli Scratch Acid, nome già poco rassicurante del gruppo originario di Austin, Texas attivo dal 1982 al 1987 e debitore del blues-punk psicotico e malsano dei Birthday Party. La loro musica affonda le radici nel post hardcore, ma ha una forte anima blues: uno stile personalissimo dalle tinte fosche, centrato sui parossismi vocali di David Yow (a metà tra i grugniti animaleschi del primo Nick Cave e il cantato perverso di Johnny Rotten dei Sex Pistols) e sul robusto impianto ritmico di tre formidabili musicisti: alla chitarra Brett Bradford, al basso David Wm. Sims e alla batteria Rey Washam (già nei leggendari Big Boys di Tim Kerr): questi ultimi due saranno chiamati a Chicago da Steve Albini per formare i Rapeman, ma in seguito Yow e Sims torneranno insieme nei Jesus Lizard. Il quartetto texano registra un unico album, Just Keep Eating (1986) e due EP, il primo omonimo del 1984, il secondo Bersercker del 1986, pubblicato dalla Touch and Go. L’intera produzione è racchiusa nella raccolta postuma The Greatest Gift (Touch and Go): 28 brani al limite tra lo psicotico e il delirante che documentano tutta la ferocia sonora della band di Austin. Da ora in poi nella terra del country, del blues e del southern rock attecchirà con gli Scratch Acid una musica minacciosa e rumorosissima.

“Atomizer” Big Black (1986)

Gruppo fondamentale per il noise rock e l’industrial degli anni a seguire, i Big Black, originari di Chicago, sono il frutto della mente geniale di Steve Albini, chitarrista, cantante nonché uno dei produttori più affermati e richiesti della scena indipendente mondiale (Pixies, Nirvana, PJ Harvey, tra gli altri), personaggio scomodo e astioso, noto per le sue posizioni polemiche verso la tecnologia e il digitale. Con Santiago Durango (chitarra), Dave Riley (basso) e “Roland” come batterista (nient’altro che la marca della batteria elettronica), i Big Black registrano due album, Atomizer (1986) e Songs about Fucking (1987), destinati a fare scuola e a lasciare una traccia profonda nell’underground americano. In Atomizer i Big Black sfoggiano una grammatica sonora fatta di urla sgraziate, chitarre abrasive e sferraglianti, rumori metallici e percussioni industriali, che accompagnano testi duri, brutali, espliciti e sferzanti. Capolavoro del disco e brano-manifesto della band è Kerosene, un concentrato epilettico di ritmiche sincopate e martellanti, robotiche pulsazioni punk-funk, chitarre sature di feedback assordanti, tutto un crescendo di tensione, con un invasato Albini che urla “Set me on fire, kerosene” (“Dammi fuoco, kerosene”), per sfogare tutta la sua rabbia e frustrazione.

“Right Now!” Pussy Galore (1987)

New York è sempre stata terreno fertile per tutti quei gruppi che hanno fatto del rumore la loro bandiera. Tra i più feroci e brutali ci sono quei terroristi del suono che rispondono al nome di Pussy Galore, fondati a Washington D.C. da Jon Spencer, maniacale collezionista di dischi e studente di semiotica. Ad affiancarlo altri due chitarristi, Julia Cafritz e Neil Hagerty (poi nei Royal Trux) e il batterista Bob Bert (già nei Sonic Youth). Dopo il trasferimento a New York entrerà nella band alla chitarra e alle tastiere Cristina Martinez (ma solo il tempo di registrare il rifacimento integrale di Exile on Main St. degli Stones e l’EP Pussy Gold 5000), futura moglie di Jon Spencer, con il quale formerà i Boss Hog. I Pussy Galore fanno a brandelli le radici blues e rock’n’roll: il loro suono è marcio, primordiale, ma al contempo abrasivo, psicotico, animalesco, immerso in tonnellate di rumori, feedback e distorsioni. Influenzati dallo stile dei Sonic Youth (ma con Rolling Stones e Stooges come numi tutelari), a differenza di questi ultimi non hanno velleità intellettuali e prediligono un appoccio fisico, carnale al rock’n’roll (il nome della band, in italiano “Figa a volontà”, non dà certo adito a fraintendimenti). Il loro capolavoro è il primo album Right Now!, con la produzione congiunta di Kramer e Albini (anche se il loro nome non è accreditato nelle note di copertina): 19 brani devastanti, più che canzoni in realtà bozzetti ancora non definiti, schegge sonore d’inaudita violenza, dove Cramps e Captain Beefheart, Elvis e Rolling Stones trovano il loro ideale punto d’incontro. Con quest’album e il successivo Dial ‘M’ for Motherfucker (1989) i Pussy Galore si guadagnano un posto di primo piano nella storia dell’underground americano, ma sarà con la Blues Explosion che Jon Spencer raggiungerà ben più ampia visibilità.

“Two Nuns and a Pack Mule” Rapeman (1988)

Con i Rapeman (il nome controverso, “stupratore”, è tratto dal personaggio di un fumetto giapponese) la formula dei Big Black subisce un progressivo processo di normalizzazione: il suono caotico, industriale dei Big Black si fa più duro e spigoloso, più chitarristico e classicamente rock. Alle batterie elettroniche e ai campionatori subentrano ora strumenti veri e propri: Albini arruola nella sua nuova band gli ex Scratch Acid David Wm. Sims (basso) e Rey Washam (batteria), che conferiscono al suono un carattere più percussivo. Titolari dell’EP Budd (1988), in buona parte dal vivo, e dell’unico album Two Nuns and a Pack Mule, capolavoro ineguagliabile del noise rock, i Rapeman definiscono un suono più strutturato e tradizionalista, come dimostrano la memorabile cover degli amati ZZ Top (Just Got Paid), alcuni episodi di sapore hard-boogie (Steak and Black Onions, Up Beat, Coition Ignition Mission), hard blues (Trouser Minnow), rock’n’roll (Radar Love Lizard) o preludi all’avventura Shellac (Monobrow, Hated Chinee, Marmoset). Tra i brani troviamo anche Kim Gordon’s Panties, un atto di accusa nei confronti dei Sonic Youth, che si sarebbero venduti alle major. Il percorso musicale dei Rapeman sarà portato avanti dai Jesus Lizard, la band prediletta da Albini, nella quale confluirà Sims dopo lo scioglimento dei Rapeman.

“Daydream Nation” Sonic Youth (1988)

Un’altra band fondamentale attiva nell’underground newyorkese sono i Sonic Youth, con Kim Gordon (voce, basso, chitarra), Thurston Moore (voce, chitarra), Lee Ranaldo (chitarra, voce), Steve Shelley (batteria). I Sonic Youth rielaborano i rumorismi di Glenn Branca, riadattandoli alla cultura indie pop-rock contemporanea (Ranaldo aveva fatto parte dell’orchestra di Branca, collaborando all’incisione del suo album di debutto, The Ascension). Grazie a un modo del tutto innovativo di suonare la classica strumentazione rock (chitarra, basso, batteria), attraverso l’utilizzo di accordature non canoniche, di feedback e un’attitudine all’improvvisazione che ricorda quella dei Velvet Underground, i Sonic Youth sono diventati un’istituzione della scena indipendente mondiale, facendo convivere in uno stile unico cultura alta e bassa, musica d’avanguardia e rock di ascendenza punk. Senza voler fare un torto alle pur eccellenti prove precedenti (in particolare, Bad Moon Rising e Evol), il loro indiscusso capolavoro è Daydream Nation, ultimo album prima della svolta major. Insieme a Dirty (1992) è il vertice assoluto della loro discografia, la summa perfetta della loro carriera, un concentrato di tutti gli stili e le influenze del gruppo: punk, noise, pop, new wave, psichedelia e avanguardia. Da Teen Age Riot a Silver Rocket, da Eric’s Trip a Candle e Kissability, è tutta una carrellata di classici, nei quali la vena creativa del gruppo, mai così brillante e ispirata, raggiunge il suo apice.

“Nationwide” Surgery (1990)

Un legame sottile unisce i Surgery di New York con i Mudhoney di Seattle. Entrambe le band rappresentano il versante underground di due movimenti, rispettivamente il noise e il grunge, destinati a riscuotere un notevole successo in quegli anni. Tra i gruppi della scena noise di New York i Surgery sono quelli più legati alle tradizioni blues e rock’n’roll: suonano come una garage band, a cui importa poco o nulla delle sperimentazioni o delle furbe operazioni commerciali del crossover. Cresciuto nell’ambiente stimolante della Syracuse University, il quartetto crea una sintesi tra il nuovo suono metropolitano e la tradizione, il blues in particolare, di cui il chitarrista Scott Kleber è un cultore. Si deve invece al cantante e chitarrista Sean McDonnell l’affinità della band con l’avanguardia rumorosa. Nella sua breve ma intensa carriera la band ha pubblicato solo due album, Nationwide (1990) e Shimmer (1994) e due EP, Souleater (1989) e Trim, 9th Ward High Roller (1993). L’album più feroce è il debutto Nationwide, pubblicato su Amphetamine Reptile: un concentrato di anfetaminico noise rock/blues, che esprime tutta la furia iconoclasta del gruppo: dall’attacco funk-noise di Mistake ai deraglianti rock’n’roll di Maliblues e Bronto, dai torrenziali punk-blues di Breeding e Caveman all’hardcore mutante di L-7. Unico momento più disteso il cadenzato blues di Highway 109, con i contrappunti della chitarra slide di Kleber. La band tenterà il colpo di fortuna, passando alla major Atlantic, con il più morbido ed eclettico Shimmer, ma la prematura scomparsa del cantante a causa di un attacco d’asma decreterà lo scioglimento e la fine del gruppo.

“Goat” The Jesus Lizard (1991)

Nati da una costola degli Scratch Acid, da cui provengono il cantante David Yow e il bassista David Wm. Sims, i Jesus Lizard sono una delle formazioni più importanti dell’underground americano di scuola noise rock e hanno influenzato la scena post rock e math rock degli anni a seguire. La loro vicenda artistica si intreccia con quella di Steve Albini, produttore e mentore del gruppo per l’intera carriera con la Touch and Go, e con quella dei Nirvana, con cui tentano il colpo di fortuna, condividendo il singolo split Puss / Oh, the Guilt (Touch and Go, 1993), che arriva dodicesimo nella classifica inglese dei singoli più venduti. Tuttavia appare subito chiaro che la formula del quartetto di Chicago (di cui fanno parte anche il chitarrista Duane Denison e il batterista Mac McNeilly) è troppo ostica per poter ambire al successo commerciale, fatto il confronto con la proposta ben più accessibile di Cobain e soci. Forti di un organico che vanta musicisti di primissimo livello, i Jesus Lizard pubblicano tre album eccellenti, Goat, Liar e Down, ma è Goat il loro capolavoro, nel quale il suono degenere ed efferato della band raggiunge il picco massimo. Con una sezione ritmica potentissima e le rasoiate chitarristiche del geniale Denison la band di Chicago fa deflagrare nella sua musica noise rock, hardcore punk, hard boogie e blues. Goat mette in fila nove brani micidiali, dal trittico iniziale mozzafiato (Then Comes Dudley, Mouth Breather, Nub) all’epica Monkey Trick (tra i vertici della loro discografia), che vibra di tensione e intensità a livelli parossistici, per arrivare a Karpis, una fragorosa e caotica cavalcata che coniuga oltraggio punk e avanguardia. A fare la differenza sono soprattutto la vocalità esasperata di Yow (che ricorda l’enfasi del primo Nick Cave e la voce beffarda di Johnny Rotten) e la sua attitudine di provocatore e bestiale performer alle prese con testi iperealisti dai contenuti osceni.

“Meantime” Helmet (1992)

Alla fine degli anni ’80 Page Hamilton, chitarrista di grande talento, da Medford, Oregon si trasferisce a New York per studiare chitarra jazz, ma dopo un concerto dei Sonic Youth scopre il nuovo suono metropolitano, il noise rock. Entra a far parte dell’orchestra di chitarre elettriche diretta da Glenn Branca e fonda gli Helmet. Il quartetto newyorkese, grazie a un contratto con la Amphetamine Reptile di Tom Hazelmyer, registra il primo devastante album Strap It On (1990), un classico dell’underground americano, che definisce un suono roccioso e claustrofobico, con una chirurgica sezione ritmica e riff di chitarra ripetitivi e monolitici. Ma sarà il successivo Meantime a fruttare alla band un contratto milionario con la major Interscope e a lanciarla come nuova promessa della scena rock alternativa. Il disco smorza di poco l’estremismo sonoro del debutto, con un suono meno grezzo, più compatto e disciplinato ma sempre cupo e asfissiante e allinea dieci brani pesanti e rumorosi ma eclettici (In the Meantime, Iron Head, Give It), dove affiora anche qualche apertura melodica (Unsung). L’album consacrerà la band a un pubblico più vasto e influenzerà in modo determinante anche la nuova generazione post metal.

“Ask Questions Later” Cop Shoot Cop (1993)

I Cop Shoot Cop rappresentano la faccia malsana del noise newyorkese, quella industrial, quasi dark/gothic. Con un atipico assetto strumentale (campionatore, due bassi e batteria) rispetto al consueto muro di chitarre, il gruppo newyorkese sferra il suo attacco anarcoide, anti-sistema non con la violenza del noise, ma con un rock totale, aperto a molteplici influenze e sfuggente alle classificazioni di genere. Dopo due album, Consumer Revolt (1990) e White Noise (1991), all’insegna di una cacofonia noise/industrial claustrofobica e ansiogena, i Cop Shoot Cop mettono a segno il loro capolavoro, Ask Questions Later, l’album più eterogeneo sul piano compositivo, oltre che meglio prodotto, il punto di equilibrio tra le ardite sperimentazioni noise delle prove precedenti e una più pronunciata ricerca melodica. Un album che già dall’iniziale minacciosa Surprise, Surprise si preannuncia come tutt’altro che rassicurante: in tutto 13 episodi caratterizzati da una varietà stilistica e un estro creativo che lasciano sbalorditi. Le loro canzoni, fra le quali spiccano Room 429, Nowhere, Cut to the Chase, Furnace, Cause and Effect, sono baccanali rumorosi, percussivi, pervasi da atmosfere sinistre, cupe, inquietanti e attraversati da accordi lancinanti, dissonanti. Uno stile destinato a fare scuola e a influenzare tutta la musica industrial delle generazioni a venire.

“Orphan’s Tragedy” Cows (1994)

Originari di Minneapolis, sede centrale dell’Amphetamine Reptile, i Cows pubblicano ben otto dischi con l’etichetta-cardine del noise, portando alto il vessillo del rock più fieramente radicale, intransigente e antagonista di quegli anni. A guidarli è l’istrionico cantante Shannon Selberg, con una lercia dentiera e un cappellaccio da cowboy, fulcro principale di una delle band più folli e geniali dell’underground americano degli anni ’90. Il suono dei Cows ha ascendenze hardcore e blues, ma il loro spirito da anarchici del rock, ereditato dai maestri Butthole Surfers, allarga quello spettro sonoro e prende la forma di una musica caotica e frastornante, scomposta e sguaiata, perfetta colonna sonora per i reparti di un manicomio. Se escludiamo i primi lavori, abrasivi ed efferati ma ancora acerbi e carenti dal punto di vista tecnico e strumentale, la piena maturazione arriva con Cunning Stunts, Sexy Pee Story e Orphan’s Tragedy. In quest’ultimo album in particolare i Cows si trasformano in un’indomabile macchina da guerra: la furia esecutiva degli esordi è incanalata in brani più potenti, quadrati e compatti ma sempre graffianti ed eclettici: si passa dagli assalti punk di Cow Island e The Bucket all’hard blues di Pussy Is a Monarchy e della title track, dall’indiavolato rockabilly di I’m Both al deragliante noise-punk di Baby Love, dal poderoso grunge di Witch Hunt e Allergic to Myself (il loro inno più riconoscibile, da cui viene tratto anche un video per Mtv) alla delirante baraonda free jazz di Smell Shelf, con la tromba sfiatata di Selberg a condurre le danze.

“At Action Park” Shellac (1994)

Chiuso il capitolo con i Big Black e i Rapeman, per Albini si apre una nuova avventura con gli Shellac. Il suo tipico chitarrismo abrasivo e sferragliante vira ora verso un suono più heavy ma sempre spigoloso, debitore di certo rock classico (le cover di Just Got Paid dei Rapeman e di Jailbreak degli Shellac sono una sfacciata dichiarazione d’amore di Albini per gli ZZ Top e gli AC/DC). Negli Shellac la scorza di rock duro assume però fattezze più intellettuali e risente dell’influenza delle nuove istanze del post rock (Slint prima di tutto). Nell’album d’esordio degli Shellac At Action Park si alternano brani granitici con le scariche telluriche del primo Albini ad altri più pacati e riflessivi con qualche sprazzo melodico. Registrato senza sovraincisioni, con una copertina spartana, assecondando uno spirito di totale autogestione fuori dalle logiche dell’industria discografica, At Action Park è uno degli album più importanti e influenti del rock anni ’90: la voce dura e sgraziata di Albini, il basso ipnotico di Bob Weston, la batteria metronomica e tribale di Todd Trainer col loro approccio “matematico” alla composizione e all’esecuzione pongono le basi per la nascita del math rock.

“Scattered, Smothered & Covered” Unsane (1995)

Non appaia un’esagerazione considerare gli Unsane come la più grande noise-core band degli anni ’90, una delle più feroci e inquietanti dell’intero panorama underground. Il gruppo newyorkese prende le mosse dalle dissonanze dei Sonic Youth e dal noise/industrial apocalittico dei Big Black per approdare a una formula dai connotati facilmente riconoscibili: le urla belluine, laceranti e la chitarra satura e distorta di Chris Spencer, il basso pulsante e industriale di Dave Curran, la batteria martellante di Vincent Signorelli (ex Swans e Foetus, subentrato a Charlie Ondras, morto per overdose) danno vita a una musica claustrofobica, efferata, che stordisce per la sua furia distruttiva, nichilista, perfetta colonna sonora della realtà disumana e alienante della metropoli. La loro musica, svuotata di ogni emozione o melodia, è l’atroce descrizione di scene a sfondo criminale, sanguinolento, come dimostrano le copertine truculente dei loro album. Il disco più accessibile e meno estenuante tra quelli pubblicati dalla band è Scattered, Smothered & Covered, l’album dalle più forti venature blues della loro discografia, che a tratti ricorda i Jesus Lizard e gli Helmet più brutali e nel quale si alternano brani più rallentati e pesanti ad altri più dinamici e incalzanti. In Alleged fa la sua comparsa per la prima volta un’armonica blues, che evolve poi in un deflagrante hard blues.

“House of GVSB” Girls Against Boys (1996)

A differenza delle mostruose e repellenti band partorite dalla scena noise americana, i Girls Against Boys rappresentano il lato più sofisticato, torbido, seducente e al contempo elegante di quella scena. Il nucleo della band, originaria di Washington D.C., proviene dalla precedente esperienza dei Soulside, formazione di estrazione hardcore. A distinguerli da questi ultimi sono una possente sezione ritmica, con la presenza di due bassi (Johnny Temple e Eli Janney), la voce ruvida e la tagliente chitarra di Scott McCloud e un suono tra i più personali e originali degli anni ’90, fondato su un virtuoso intreccio di dissonanze e melodie. Dopo l’acerbo esordio Tropic of Scorpio (1992), l’intenso e potente Venus Luxure No. 1 Baby (1993) e l’eclettico Cruise Yourself (1994), la definitiva consacrazione arriva con House of GVSB, con cui la band, ormai di stanza a New York, porta alla completa maturazione suono e qualità di scrittura e perfeziona una formula che li rende unici e inconfondibili. House of GVSB, ultimo disco con la indipendente Touch and Go, prima della svolta major, trasuda una claustrofobia metropolitana tutta newyorkese e sprigiona una forte, morbosa carica sensuale. Un album con una maggiore linearità e brillantezza compositiva rispetto al passato, disco complesso e sfaccettato dal punto di vista ritmico e stilistico, in cui si incontrano le dissonanze dei Sonic Youth, il post hardcore emozionale dei Fugazi e le tinte oscure dei Joy Division..

“Different Section Wires” Uzeda (1998)

Tra le band di culto dell’underground italiano degli anni ’90, gli Uzeda (dal nome di una delle porte della città d’origine, Catania) sono uno dei pochi gruppi in Italia a mantenere un’attitudine fieramente indipendente. Tra i più fedeli interpreti del noise rock chicagoano, sono l’unica band italiana (insieme alla Premiata Forneria Marconi) ad aver partecipato, alla BBC di Londra, alle session del leggendario John Peel, oltre ad avere avuto il privilegio di registrare per la Touch and Go. Dopo gli esordi in stile noise-pop sonicyouthiano, la musica del quartetto evolve verso un quadrato e lancinante noise rock alla Shellac, centrato sulla ritmica pulsante di Raffaele Gulisano (basso) e Davide Oliveri (batteria), sulla chitarra nervosa e urticante di Agostino Tilotta, sulla voce espressiva e disperata di Giovanna Cacciola: tutte caratteristiche perfettamente confacenti agli standard sia dell’etichetta sia di Steve Albini, che sarà produttore di tutti i loro dischi, a partire dal secondo album Waters. Nel terzo lavoro Different Section Wires la band raggiunge la piena maturità, con riferimenti che spaziano dal noise più granitico e infuriato a quello più sincopato ed epilettico, dalla no wave alle sue propaggini più ipnotiche e tribali. A questi livelli gli Uzeda non hanno rivali in Italia, coerenti come sempre con la loro proposta, coraggiosa e senza compromessi, in linea con una frase emblematica inserita tra le note di copertina del disco: «Dedicato a coloro che lottano per conservare il diritto di essere sé stessi».

“You Kill Me” One Dimensional Man (2001)

Se nomi come Jesus Lizard, Unsane e Jon Spencer vi dicono ancora qualcosa, allora non potete fare a meno di apprezzare anche gli One Dimensional Man (dal nome dello scritto omonimo del filosofo Herbert Marcuse), che ne riprendono le sonorità e ne sono in qualche modo gli eredi in Italia. Originari di Venezia e tuttora in attività, gli One Dimensional Man hanno conosciuto diversi cambi di formazione, ma mente creativa e fulcro principale della band è rimasto sempre il carismatico cantante e bassista Pierpaolo Capovilla, che ha dato vita anche all’interessante progetto (in lingua italiana) Il Teatro degli Orrori. Con una produzione discografica assai ponderata (con sei album pubblicati), il power trio veneto è passato dal furioso noise-punk dell’omonimo esordio, debitore degli Unsane, al noise-blues deviato di 1000 Doses of Love!, più affine al blues stravolto di Jon Spencer e dei Mule, con i Birthday Party e i Jesus Lizard ancora come ineludibili punti di riferimento. Il terzo album, You Kill Me, è il loro lavoro migliore, il più personale e maturo. Si fa strada una maggiore accessibilità pop (parola da prendere con la dovuta cautela), senza tuttavia rinunciare al tipico impatto deflagrante della loro proposta. I 14 brani in scaletta sono brevi (raramente oltre i tre minuti) e presentano un ventaglio stilistico assai ampio e vario: dal micidiale assalto noise-punk di This Man in Me e It Hurts all’imponente blues di No North e The Old Worm e alle devastanti Inferno e Elvis (quest’ultima anche con un finale quasi stoner), dal geniale rockabilly di Lovely Song a una canzone dalle sfumature pop come You Kill Me, che ricorda gli ultimi Fugazi, dalla psichedelia di Oh! Oh! all’intenso valzer di Broken Bones Waltz, con un recitato di Capovilla a metà tra Nick Cave e Tom Waits.