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“ICE Out”: i momenti chiave dei Grammy 2026

La politica, Bad Bunny e Kendrick Lamar nella storia, Lady Gaga in gabbia, le tristi vittorie dei Cure, i ricordi di Ozzy e D’Angelo, le mutande di Justin Bieber, i capezzoli di Chappell Roan, la gaffe di Cher

Foto: Kevin Mazur/Getty Images for The Recording Academy

«Fuck ICE»

«Prima ancora di dire “Ringrazio Dio”, fatemi dire “ICE out”». Per ovvi motivi il discorso di Bad Bunny, atteso al prossimo halftime show del Super Bowl tra mille polemiche e il disdegno di Trump, è fra i più citati della 68esima edizione dei Grammy (a questo link l’elenco di tutti i vincitori). «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo stranieri, siamo umani e siamo americani. L’odio diventa più potente con l’odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore. Quindi dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore. Amiamo la nostra gente. Amiamo la nostra famiglia. Non dimenticatelo, per favore».

Ancora più forte l’affermazione di Billie Eilish, salita sul palco col fratello Finneas per ritirare il premo per Wildflower: «Nessuno è illegale su una terra rubata. È molto difficile capire cosa dire e cosa fare in questo momento, ma sento che c’è molta speranza in questa sala. Continuiamo a lottare, ad alzare la voce, a protestare: le nostre voci sono importanti, le persone sono importanti. Fuck ICE».

Ne hanno parlato in maniera più o meno esplicita anche la britannica Olivia Dean, che ha ricordato di essere nipote di un’immigrata, e SZA: «È veramente distopico stare qui coi nostri vestiti eleganti a festeggiare i successi nel mondo materiale mentre ci sono persone che vengono rapite e uccise per strada». Joni Mitchell (che ha vinto un premio per Archives Volume 4), Justin Bieber, Brandi Carlile, Jack Antonoff si sono appuntati spillette con la scritta “Ice Out”.

Bad Bunny fa la storia

Mentre fuori dalla Crypto.com Arena di Los Angeles si discute oramai quotidianamente di Bad Bunny, con Trump e la sua amministrazione contrariati dalla scelta della popstar come main event musicale del Superbowl, i Grammy hanno dato un segnale importante. Bad Bunny ha vinto il premio come miglior album dell’anno per Debí tirar más fotos, la prima volta per un disco cantato interamente in spagnolo. Una vittoria storica e lo stesso artista, sentito pronunciare il proprio nome dalla voce di Harry Styles, non ci ha subito creduto. Nel suo discorso, metà in spagnolo e metà in inglese, ha ringraziato la sua terra, la sua famiglia e la comunità latina, dedicando il premio a tutti coloro che «hanno dovuto lasciare la propria patria, il proprio Paese, per seguire i propri sogni». Un bel messaggio per Trump che ha detto «non so chi sia».

I primi Grammy amari per i Cure

Strano, ma vero. O forse neanche tanto strano, essendo i Grammy un premio americano: in quasi 50 anni di carriera discografica i Cure non avevano mai vinto un “grammofonino”. Ieri sera ne hanno ricevuti due, uno nella categoria Best Alternative Music Album per Songs of a Lost World e uno per la canzone Alone come Best Alternative Music Performance. È stata una doppia vittoria amara. Non erano presenti, due giorni prima sono stati celebrati i funerali di Perry Bamonte, morto a dicembre. Hanno inviato un messaggio di ringraziamento piuttosto formale.

Un altro record per Kendrick Lamar

I record sono fatti per essere battuti. Una frase che Kendrick Lamar ha preso piuttosto seriamente. Anche quest’anno la cerimonia dei Grammy ha rappresentato un momento storico per il rapper di Compton che, portandosi a casa cinque premi (su nove candidature), è diventato il rapper più premiato nella storia dei Grammy, superando di due lunghezze Jay-Z. La classifica ora lo vede in testa con 27 vittorie. Album rap dell’anno per GNX, canzone rap dell’anno per TV Off con Lefty Gunplay, Record of the Year e Best Melodic Rap Performance per Luther (con SZA) e Best Rap Performance per Chains & Whips, il suo featuring con i Clipse e Pharrell Williams. Al microfono ha detto: «L’hip hop resterà per sempre. E noi indosseremo questi abiti. Avremo un bell’aspetto. Avremo i nostri amici con noi. E la nostra cultura». 100% Kendrick.

Yungblud è ovunque

Poteva mancare Yungblud? No che non poteva. È stato battuto dai Turnstile nella categoria degli album rock e dai Nine Inch Nails in quella delle canzoni rock, ma ha portato a casa il premio per la Best Rock Performance con la versione dal vivo di Changes fatta al concerto d’addio di Ozzy Osbourne a Birmingham, con Nuno Bettencourt, Frank Bello, Adam Wakeman, II. Sul palco con lui anche Sharon Osbourne, commossa. Yungblud ha ringraziato Ozzy e ha detto che «la musica rock sta tornando, cazzo. Occhio, musica pop, stiamo arrivando».

Lady Gaga in gabbia

Qualunque cosa fosse quella specie di cappello-gabbia che ha indossato durante la performance, Lady Gaga si è fatta notare, come sempre. Niente grandi coreografie, ma una versione molto funk-rock di Abracadabra con la cantante alle tastiere. Ad accompagnarla tra gli altri Josh Freese alla batteria e Andrew Watt alla chitarra. Gaga ha vinto tre Grammy, uno per Mayhem Best Pop Local Album, uno per il remix di Abracadabra, uno per Abracadabra Best Dance Pop Recording

La serata delle emergenti Brit

La musica emergente quest’anno è stata molto British. Da una parte Olivia Dean, Best New Artist, il premio che con Album of the Year, Record of the Year e Song of the Year fa parte dei cosiddetti Big Four, i più importanti dell’anno. Dall’altra Lola Young, la cui Messy ha battuto Justin Bieber, Sabrina Carpenter, Lady Gaga e Chappell Roan nella categoria Best Pop Solo Performance.

Un memorabile In Memoriam

Nel 2025 abbiamo perso molti artisti. La sezione In Memoriam di quest’edizione è stata quindi piuttosto intensa, con performance celebrative che entreranno di diritto nella storia dei Grammy. Lauryn Hill ha capitanato una band in continuo cambiamento per gli 11 minuti di omaggio a D’Angelo e Roberta Flack. Per D’Angelo, ad accompagnarla sul palco Leon Thomas (per Devils Pie), Lucky Daye (Brown Sugar), Raphael Saadiq e Anthony Hamilton (Untitled) e Jon Batiste (Africa). Nel segmento per Roberta Flack sempre Jon Batiste (The First Time Ever I Saw Your Face), Leon Bridges e Alexia Jayy (Compared to What), Lalah Hathaway e October London (Closer I Get to You), John Legend e Chaka Khan (Where Is The Love) e Wyclef Jean (Killing Me Softly With His Song).

Per Ozzy Osbourne si è vista superband formata da Post Malone, Duff McKagan e Slash dei Guns N’ Roses, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Andrew Watt. Hanno suonato War Pigs dei Black Sabbath di fronte alla famiglia di Ozzy. Sono stati poi ricordati Ace Frehley dei Kiss, Mick Ralphs dei Mott the Hoople, Rick Derringer, Chris Jasper, Roy Thomas Baker, Brian James dei Damned, Irv Gotti, Clem Burke dei Blondie, Anthony Jackson, Michael “5000” Watts, Jack DeJohnette, Jellybean Johnson dei Time e David Johansen dei New York Dolls.

L’anno dei Turnstile (che non sono metal)

Per i Grammy è Never Enough dei Turnstile l’album rock dell’anno. Non solo: Birds ha vinto il premio come Best Metal Performance- E sì, la definizione di metal nel loro caso è decisamente discutibile. In ogni caso, è la conferma mainstream dell’impatto della band che è riuscita a portare l’hardcore nel pop (e viceversa).

Justin Bieber in mutande

Erano quattro anni che Bieber non era presente ai Grammy, anni in cui, nella sua carriera e vita, è successo un po’ di tutto. Per questo ritorno ha deciso di presentarsi… in mutande. O meglio, in boxer di seta e calzini. Così, manco si fosse appena alzato dal letto, è arrivato sul palco imbracciando una chitarra, con loop station e drum machine ad aspettarlo. Prendendo un po’ tutti alla sprovvista, ha iniziato a costruire il giro di chitarra e di batteria di Yukon, suo singolo candidato come Best R&B Performance. In sala è calato il silenzio, con l’intimità della performance che si è pian piano ingrandita in sala fino al momento in cui Bieber ha lasciato il palco con il loop di chitarra e batteria ancora attivo. Un momento performativo che ha spiazzato i presenti, fino a quando Bieber è tornato per spegnere il loop e dar così fine al proprio live, omaggiato da una standing ovation di Chad Smith.

Nessuno fa esibizioni come Tyler, The Creator

Le performance televisive di Tyler, The Creator sono sempre infuocate. Questa volta Tyler si è fatto in due. Prima si è presentato – in una performance preregistrata – nella veste di Saint Chroma, il personaggio elaborato per Chromakopia, per una versione molto intensa di Thought I Was Dead con tanto di “dinamite” in mano. Nella seconda parte, invece, è stato il momento di Sugar On My Tongue dal suo ultimo Don’t Tap the Glass. Anche qui è successo un po’ di tutto: Tyler ha guidato una Ferrari sul palco, per poi ballarci sul tettuccio, ha chiacchierato in uno sketch con Regina King, ballato come un matto e, infine, si è fatto sparare morendo fuori scena tra il pubblico in sala. Il solito incredibile Tyler.

Chappell Roan e Gesaffelstein, outfit pazzi e dove trovarli

I red carpet americani, specialmente quelli dei premi, sono spesso delle occasioni per esagerare. Così è stato per Chappell Roan che quest’anno si è presentata in un abito custom Mugler del colore dei suoi capelli tenuto su da due piercing ai capezzoli. Il tutto arricchito da finti tatuaggi, tra cui uno a tutto schiena. «Voglio rompere gli schemi», la dichiarazione dal red carpet. Avrà rotto gli schemi anche Gesaffelstein? Il dj si è portato a casa un premio per Best Remixed Recording per Abracadabra di Lady Gaga, ma a far parlare è stato il suo look. Il producer francese è entrato davvero dentro il suo personaggio, infilandosi dalla testa ai piedi dentro una maschera all-black dalle sembianze umane. In parte manichino, in parte robot (in Francia sta diventando un’usanza?), sicuramente d’effetto: potrebbe essere scritturato come cattivo in qualche film di supereroi.

Il discorso e la gaffe di Cher

È salita sul palco per ricevere il Lifetime Achievement Award, ha detto di avere «good genes» (ciao, Sydney), ha raccontato un pezzo della sua carriera compresi i momenti no, come quando negli anni ’80 «la situazione era così grave che sono andata a Las Vegas, che a quei tempi era considerata il cimitero degli elefanti. Poi sono stata mollata dalla mia etichetta discografica. Un’altra casa discografica mi ha messa sotto contratto e ho registrato una canzone intitolata Believe. Sono stata la prima artista a usare l’Auto-Tune. Non lo chiamavamo così. Non esisteva l’Auto-Tune, era una macchina per l’intonazione. Voi sapete di cosa sto parlando, vero?».

Dopo aver incitato a non rinunciare ai propri sogni, si è girata e ha fatto per andarsene. È stata fermata dal presentatore Trevor Noah perché doveva presentare il premio per il Record of the Year vinto da Kendrick Lamar e SZA con la canzone Luther. Cher ha scambiato il titolo del pezzo col cantante di Dance with My Father morto 20 anni fa e ha annunciato: «Il Grammy va a Luther Vandross!».

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